Dopo una lunga assenza dovuta alla mancanza di connessioni internet al di fuori di Mondou (ho potuto utilizzare solo sporadicamente una chiavetta fornitaci per il progetto, ma sfigatissima e giusto per scaricare le mail sul portatile), rieccomi a voi. Ho passato una giornata a Doba, capoluogo della regione del Logone meridionale, e un bel po di tempo a Gorè, la cittadina dove ha sede UNHCR e tutte le altre organizzazioni impegnate nei campi rifugiati, che distano pochi chilometri da qui. Finalmente sono tornato a Mondou, alla cara vecchia connessione sotto l’albero dei manghi, e vi racconto di questi giorni.
Comincio da Doba, la Dallas del Ciad, vista la vicinanza ai pozzi petroliferi, dove ho trascorso una giornata intensa alla ricerca di un edificio da affittare ed adibire a ufficio. C’è una cosa che rende questa quieta e piccola cittadina (ben più piccina della già non immensa Mondou) l’orgoglio di tutto il paese: la corrente elettrica 24 ore su 24. I proventi delle vendite del petrolio, infatti, hanno consentito, caso unico in tutto il paese, questo prodigio tecnologico, con tutti i conseguenti benefici in termini di possibilità di conservare i cibi, di lavorare con computer e stampanti, di mantenere cariche le proprie attrezzature e, soprattutto, boccheggiare in cerca di ristoro sotto un ventilatore nelle ore peggiori, ossia tutto il giorno ad eccezione di alba e tramonto. Considerando che in tutto il paese il sistema di raccolta dei rifiuti è piuttosto rudimentale (le bestie mangiano l’organico, quel che si può bruciare diviene combustibile ed il resto si ammassa ai bordi delle strade..) e gli scarichi fognari sono dei canali a cielo aperto ai bordi delle strade, Doba ha un aspetto stranamente più ordinato e meno lurido della media ciadiana (sicuramente di Mondou e N’djamena..), probabilmente per le più ridotte dimensioni e le maggiori entrate economiche. Al di la di questo, il piano urbanistico non cambia granché: un’unica strada asfaltata su cui si affacciano gli edifici più importanti e un labirinto di stradine sterrate che si perdono tra alberi di mango e mille casupole di fango. Gli edifici che vedo sono piuttosto simili tra loro, villette con una piccola corte interna, una grossa hall e un po’ di stanze, anche se le dimensioni variano molto: la prima era la residenza privata di un ministro, unavsorta versione sfigata della casa bianca (considerate che un qualunque edificio di tre piani, in Ciad, è considerato un grattacielo…), l’ultima una casupola decadente di mattoni con un buco in giardino da adibire a cesso… Diciamo che propenderei per una via di mezzo!
Salutato un gentilissimo ragazzo francese che da un paio d’anni lavora a Doba e, dunque, ha saputo darmi un po’ di recapiti per questa disperata ricerca di alloggio, mi incammino sulla famigerata strada per Gorè. Dico famigerata perché tutti me ne hanno detto tutto il male possibile, a parte, ovviamente, l’autista del nostro pick up, che, sereno e giulivo, si lancia con decisione attraverso la via più breve e, ovviamente, più impervia.. Devo dire che da un punto di vista paesaggistico è veramente notevole: timide colline e, andando verso sud, tratti blandamente forestosi si alternano alle grandi distese della savana ed a piccoli e sperduti villaggi. Il terreno è rosso fuoco e dello stesso colore sono le case, costruite con mattoni di argilla ricavati dal terreno e poi cotti, a disporre piccoli edifici circolari coronati da tetti di paglia. Se da un punto di vista turistico il tragitto è sicuramente valido, logisticamente è una tragedia: più di due ore per fare ottanta chilometri, su una pista a tratti sabbiosa, a tratti fangosa, drammaticamente rovinata dalle piogge nonostante la stagione umida sia ancora lungi dall’offrire il suo meglio.. Aggiungendo a questo i racconti su cosa diventa quando piove ed i vari ruscelli in secca che guadiamo agevolmente diventano fiumi tumultuosi, e sulla perniciosa presenza di briganti, che prediligono assaltare le macchine delle ONG o dei petrolieri (uniche ad avventurarsi in queste lande desolate..) perché cariche di pecunia, ed è chiaro come sia meglio evitarla il più possibile… Con questi pensieri, arrivo, fortunatamente prima dell’imbrunire, quando non c’è luce alcuna ed i malviventi imperversano, nell’agognata Gorè, un piccolo villaggio a circa 50 km dalla frontiera con la Repubblica Centrafricana.
Se Doba deve la sua fortuna al petrolio, Gorè è prolificata per ancor meno simpatiche ragioni: la crisi umanitaria conseguente al colpo di stato in Centrafrica, a seguito del quale decine di migliaia di profughi si sono riversati in Ciad per cercare una vita migliore (e il fatto che la cercassero in Ciad fa capire quanto la situazione fosse tragica…). Cosi, un villaggio piccolo e inutile come tanti altri si è trovato ad ospitare tutte le organizzazioni umanitarie impegnate a gestire la crisi (UNHCR, Programma Alimentare Mondiale, UNICEF e mille ONG assortite…), diventando un punto centrale dell’area; allo stesso modo, per un sacco di disgraziati ciadiani dalla dubbia cittadinanza spacciarsi per profughi centrafricani ed accedere a tutti i benefit che questo comporta è stato il colpaccio e, anche per quelli che non ce l’hanno fatta, il dispiegamento di tutto questo dispositivo di aiuto ha creato un sacco di occupazione e opportunità. Cosi Gorè è prosperata nella disgrazia ed è oggi ricca di mercati e ben due “cinema”, rudimentali capanne di paglia in cui la sera, affollatissimi, vengono proiettate, su piccoli e decrepiti televisori, le partite delle competizioni calcistiche europee, con commento in francese o in arabo, a seconda del cinema. Nonostante questo, Goré resta sempre un villaggio: la strada asfaltata più vicina è a 100 km, escluse le sede delle ONG e dell’ONU non c’è un edificio in cemento e bambini scalzi e malnutriti, incuriositi dal diverso colorito, salutano sempre gli stranieri per strada. Calate le tenebre, e da queste parti, non esistendo illuminazione pubblica, sono davvero tenebre, non c’è assolutamente nulla da fare, a parte vedersi i film horror al cinema (ovviamente mi riferisco alle ultime partire dell’inter….).
Fortuna vuole che, in un mare di innamorati di Messi (per chi non lo sapesse, un fortissimo attaccante del Barcellona), abbia conosciuto l’unico interista di tutto il Ciad: la mattina dopo la prima tragedia mi saluta sorridendo, dicendo che, in quanto italiano, dovrei essere molto contento. Io replico che, in quanto milanese della sponda opposta, preferirei qualunque cosa, compresi terremoti e guerre civili, ad una vittoria degli odiati cugini. L’incompetente ciadiano ovviamente non capisce, cosi, per rendere più chiaro il mio pensiero, gli spiego che io tifo per due squadre: il Milan e quella che gioca contro l’inter, qualunque essa sia. Una volto colto il senso del mio pensiero, rimane orripilato dalla mia antisportività ed antipatriottismo, cosi, visto il susseguirsi di tragedie, divengo il suo bersaglio preferito nei rosicanti day after delle vittorie delle merde: uno non fa in tempo a tirare un sospiro di sollievo, che nell’annus horribilis in cui le merdacce vinceranno tutto sono a migliaia di chilometri da loro, ed ecco che me ne trovo uno in mezzo ai maroni in mezzo al nulla! Prossimo di progetto di sviluppo in Antartide, sicuramente farà meno caldo e almeno li di rompipalle non ce ne saranno (spero).
Disgrazie calcistiche a parte, a Goré cose da fare non ne sono mancate: coordinarsi con le autorità locali per avviare una prima tornata di analisi sulla situazione delle scuole dell’area, pagare gli insegnanti delle scuole dei rifugiati, incombenza che per un anno spetterà a noi, organizzare i lavori di ristrutturazione dell’ufficio dell’equipe di animatori locali a Timberi, un piccolo villaggio al centro dell’area d’intervento e, vista la tragica situazione della strada per Doba e l’imminente arrivo delle piogge, cercarci un ufficio a Goré per gestire con calma l’inizio del progetto ed eventualmente spostarci a Doba più avanti, quando il progetto sarà già avviato.
E finalmente, tanto attesa ed evocata, è arrivata la stagione delle piogge. Anticipata da qualche timido scroscio isolato, ha fatto la sua roboante apparizione in un afoso pomeriggio di fine aprile: seduto all’ingresso della mia minuscola stanza nel solito alloggio di preti e affini (che gli altri cooperanti chiamano i “cristo grill”), contemplo speranzoso i nuvoloni, i lampi in lontananza e assaporo la fresca e profumata brezza, preludio del temporale. Penso che sarà bello assistere a questo rinfrescante spettacolo seduto sotto la tettoia della mia stanza, ma in pochi minuti la brezza è una specie di bora che trasporta gocce d’acqua grosse come noci di cocco. Fradicio, mi rifugio rapidamente nella mia stanza, mentre fuori si scatena l’inferno: alberi sradicati, strade inondate, persone fulminate, una vera apocalisse! Seppur a carissimo prezzo, la sera ci offre finalmente la prima frescura e, deciso a godermela, torno sotto la cara tettoia a leggere, mentre col tramonto i nuvoloni si diradano. Finalmente un po’ di quiete, penso. Se non che, risvegliati dalla prima pioggia, una miriade di moschini fastidiossimi si riversano davanti alla mia camera, per godersi svolazzando la loro breve vita e morire in massa sul pavimento, attirando una corte infernale di bestiacce affamate, tra cui plotoni di scorpioni, che pasteggiano felici con le loro carcasse. In breve, per la seconda volta devo rifugiarmi nella mia camera, in attesa che la nube di moschini si diradi e la mattanza sul pavimento finisca. Quando torno fuori, restano solo migliaia di alucce di insetto a ricordare la strage appena avvenuta. Giusto il tempo di accoppare, dopo lunga caccia, uno scorpione penetrato furtivamente nella mia stanza, e di rilassarmi un po’ e fare due chiacchiere, che un nuovo ospite fa capolino, furtivo, alla nostra veranda: un ignoto serpentaccio nero, sicuramente velenoso (dico cosi semplicemente perché ci hanno detto che in Ciad tutti i serpenti sono velenosi, figurarsi se in questo paese se ne fanno mancare una..). Un po’ di incertezza sul da farsi, proposte fuori dal mondo dalle mie due compagne di sventura (“tu sei l’uomo, uccidilo!”, ma siamo impazziti??) e quando ci muoviamo per chiamare il custode, convinti che saprà trattare il nostro ospite sicuramente meglio di un pivello come me, l’amico strisciante sparisce con la stessa velocità con cui era apparso. Non rimpiangerò mai la bollente stagione secca, ma anche questa stagione umida ha i suoi limiti!
E con questo simpatico quadretto, che vi fa capire come il buon Leopardi, lamentandosi della crudeltà della natura, non avesse poi tutti i torti (mi chiedo se sia mai stato in Ciad..), vi saluto. Ormai non ho più stagioni umide in cui sperare, ma il progetto prende sempre più piede e si fa sempre più interessante. Alla prossima!
Friday, April 30, 2010
Monday, April 19, 2010
Mondou, lentamente si comincia
Sebbene le affermazioni sulla minor calura del sud fossero esatte, purtroppo le mie speranze di attenuare la drammatica sudorazione dei primi giorni sono state subito frustrate da un semplice e infido particolare: l’umidità. Un po’ di gradi, grazie a dio, li abbiamo persi, ma il prezzo per avere qualche timido alberello in più è un’umidità micidiale, non ancora a livelli da foresta tropicale, ma su quella strada. Insomma, dalla padella alla brace o, per meglio dire, dal forno alla sauna. Comunque, il clima è decisamente meglio qui: i gradi in meno si fanno sentire e rispetto alla cappa di N’djamena, ci sono sprazzi di brezza veramente paradisiaci, oltre a sporadici scrosci di pioggia che, dicono, a breve diverranno tutt’altro che sporadici, con le simpatiche conseguenze del caso (fango, zanzare malariche..), ma anche con un’ulteriore ventata di fresco!
Riprendo da dove vi avevo lasciato, ossia il viaggio. Abbandonata N’djamena abbiamo puntato nettamente verso sud, attraverso una sconnessa striscia d’asfalto circondata da distese di aspri arbusti e sabbia rossa. Ogni due per tre mandrie di mucche saheliane, più piccole e secche delle nostre (quando si dice “vacche magre”..) e con bellissime corna lunghe, o placidi dromedari attraversano la strada, incuranti delle macchine dall’alto della loro stazza. Lo stesso fanno, a loro rischio e pericolo, animali dalle dimensioni meno consistenti, come le numerosissime capre (anch’esse più minute delle nostre) o l’immancabile pollame dei vari villaggi, cosicché raramente un lungo viaggio si compia senza una qualche vittima. Noi, per par condicio, abbiamo fatto secchi i due estremi della catena alimentare dei volatili: una poderosa aquila e un pingue pollastro. Spero almeno che qualche autoctono affamato abbia tratto giovamento da questa mattanza. I centri abitati non sono molti e, tendenzialmente, consistono in ammassi abbastanza caotici di piccoli edifici di fango, paglia o, quando va di lusso, mattoni crudi, in genere a ridosso di qualche asfittico corso d’acqua. Attraversiamo un paio di frenetici mercati, con generi alimentari di tutti i tipi accatastati in ogni dove e donne e ragazzini stracarichi di roba che si stipano su camion sbilenchi e (come non li invidio..) bici pericolanti. Le uniche due grandi città della strada, Bongor e Mondou, sono in corrispondenza delle anse del Logone, attorno cui sembra gravitare la vita delle omonime regioni (Logone occidentale, dove sono ora, e Logone meridionale, l’area del progetto). Andando verso sud, il verde aumenta timidamente e quando attraversiamo lo stretto ponte sul Logone per entrare a Mondou, siamo ormai in un’aspra savana: i colori del cielo al tramonto si confondono con quelli della terra, arsa da un sole implacabile e dai numerosi fuochi accesi dai pastori che portano vacche e capre al pascolo tra radi arbusti. Un’immagine africana da cartolina! Ci fermiamo qui, circa 500 km a sud della capitale, perché c’è sede dell’organizzazione partner del nostro progetto.
L’idea è di familiarizzare un po’ con loro ed elaborare una strategia comune prima dell’incontro con UNHCR (alto commissariato onu per i rifugiati, quelli che litigano con Maroni sulle questioni di Lampedusa, per intenderci), committente del progetto. Ovviamente il nostro referente è, per qualche misteriosa ragione, impegnato a N’djamena e a tutt’oggi non abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo; comunque i giorni a Mondou sono serviti per fare il punto della situazione con il personale locale e, nell’attesa che si riescano finalmente ad avviare i lavori per la costruzione del nostro ufficio, per avere un minimo di strumentazione con cui lavorare. Nonostante l’ufficio sia in pieno stile africano (spartano e disorganizzato..), i loro vicini cinesi dispongono di un bene raro e prezioso per noi: un wireless talmente potente da essere accessibile dal giardino. Cosi, si fanno riunioni, si stampano documenti, si firmano contratti e, quando bisogna fare la posta, ci si siede sotto l’albero dei manghi e ci si connette abusivamente alla rete dei cinesi. Bisogna solo stare attenti, perché i manghi stanno maturando e spesso cadono…
Nel corso del viaggio il nostro autista ci aveva detto di non amare molto Mondou perché c’è troppo “ambiance”. Ci aspettavamo, quindi, una specie di Parigi del Ciad, invece, il solito ammasso di capanne e falò, più piccolo e meno polveroso di N’djamena, ma nella sostanza.. Mi chiedo, se questo è un posto fichetto per gli standard locali, cosa possa essere una città un po’ grezza, ma forse preferisco continuare a vivere nel dubbio. Pur non essendo propriamente una città d’arte, Mondou si è rivelata comunque un posto molto piacevole: il personale del centro cattolico che ci ospita (qui gli alberghi non ci sono o, se ci sono, sono a misura di petroliere, dunque ben al di là del budget concessoci) è di una cordialità estrema, cosi come quasi tutte le persone con cui abbiamo a che fare, una volta superate le timidezze iniziali e, rispetto a N’djamena, ci si può muovere serenamente a piedi, cosa che aiuta non poco la socialità. Unico neo, la varietà delle cibarie: Mondou è circondata dalle torbide acque del Logone e nei ristorantini alla buona si trova solamente la torbida carpa del fiume Logone. In realtà alla griglia non è male, una volta, due volte, ma già alla terza.. Per cambiare un po’ la solfa abbiamo provato ad andare in un ristorante più sciccoso, ossia dotato di corrente elettrica e al chiuso, ma l’unica cosa a cambiare rispetto alle bettole è il prezzo! Fortunatamente ogni tanto si trova anche qualche pollo (che, dalla carnosità, si direbbe morto in seguito a sciopero della fame..) e, pur non essendo il sahel una terra generosa, manghi, cipolle e insalata da qualche parte riescono a farli crescere e, in genere, sono ottimi, cosi come le spezie e le salse con cui accompagnano il tutto.
In questo desolante panorama gastronomico, spicca un invito a cena da parte di un gruppo di simpatici cooperanti francesi, alloggiati in un bellissimo complesso del loro governo (stilosi, i cugini d’oltralpe, altro che noi dai preti con le pezze al culo..), che con un’insalata di avocado e frutta e un capretto in salsa di funghi ci hanno fatto veramente sognare. Chissà se un giorno mai avremo una cucina e potremo contraccambiare..
Dopo vari incontri con le parti coinvolte nel progetto (l’associazione partner, i funzionari ministeriali che si occupano di educazione, il gradevolissimo prefetto..) e mediazioni varie su budget, compiti e distribuzione di mezzi e risorse, dovremmo essere finalmente pronti per partire e cominciare il giro di valutazione tra le scuole del villaggio del distretto e le scuole dei campi rifugiati (si tratta di profughi in fuga dalla guerra civile del Centrafrica) gestiti da UNHCR. Il nostro compito è cercare di far raggiungere ad entrambe uno standard accettabile e simile e renderle economicamente indipendenti le une da UNHCR, che punta ad integrare i rifugiati in Ciad e chiudere il campo, le altre dal governo ciadiano, che al momento sembra preferisca investire i proventi del petrolio in armi per farsi i dispetti col Sudan piuttosto che in educazione. Insomma, non è solo la Gelmini a fare la pitocca con la povera scuola pubblica…
Di cose da dire ce ne sarebbero mille altre, ma visto che probabilmente passero qui dei mesi non me le voglio giocare tutte subito. Bacioni a tutti e alla prossima!
P.S: Sto provando a caricare qualche foto.. Le prime reazioni del server non sono molto incoraggianti, ma con un po di fortuna puo darsi prima o poi appariranno. Non ci conto molto, ma tentar non nuoce, speriamo.
Riprendo da dove vi avevo lasciato, ossia il viaggio. Abbandonata N’djamena abbiamo puntato nettamente verso sud, attraverso una sconnessa striscia d’asfalto circondata da distese di aspri arbusti e sabbia rossa. Ogni due per tre mandrie di mucche saheliane, più piccole e secche delle nostre (quando si dice “vacche magre”..) e con bellissime corna lunghe, o placidi dromedari attraversano la strada, incuranti delle macchine dall’alto della loro stazza. Lo stesso fanno, a loro rischio e pericolo, animali dalle dimensioni meno consistenti, come le numerosissime capre (anch’esse più minute delle nostre) o l’immancabile pollame dei vari villaggi, cosicché raramente un lungo viaggio si compia senza una qualche vittima. Noi, per par condicio, abbiamo fatto secchi i due estremi della catena alimentare dei volatili: una poderosa aquila e un pingue pollastro. Spero almeno che qualche autoctono affamato abbia tratto giovamento da questa mattanza. I centri abitati non sono molti e, tendenzialmente, consistono in ammassi abbastanza caotici di piccoli edifici di fango, paglia o, quando va di lusso, mattoni crudi, in genere a ridosso di qualche asfittico corso d’acqua. Attraversiamo un paio di frenetici mercati, con generi alimentari di tutti i tipi accatastati in ogni dove e donne e ragazzini stracarichi di roba che si stipano su camion sbilenchi e (come non li invidio..) bici pericolanti. Le uniche due grandi città della strada, Bongor e Mondou, sono in corrispondenza delle anse del Logone, attorno cui sembra gravitare la vita delle omonime regioni (Logone occidentale, dove sono ora, e Logone meridionale, l’area del progetto). Andando verso sud, il verde aumenta timidamente e quando attraversiamo lo stretto ponte sul Logone per entrare a Mondou, siamo ormai in un’aspra savana: i colori del cielo al tramonto si confondono con quelli della terra, arsa da un sole implacabile e dai numerosi fuochi accesi dai pastori che portano vacche e capre al pascolo tra radi arbusti. Un’immagine africana da cartolina! Ci fermiamo qui, circa 500 km a sud della capitale, perché c’è sede dell’organizzazione partner del nostro progetto.
L’idea è di familiarizzare un po’ con loro ed elaborare una strategia comune prima dell’incontro con UNHCR (alto commissariato onu per i rifugiati, quelli che litigano con Maroni sulle questioni di Lampedusa, per intenderci), committente del progetto. Ovviamente il nostro referente è, per qualche misteriosa ragione, impegnato a N’djamena e a tutt’oggi non abbiamo avuto la fortuna di incontrarlo; comunque i giorni a Mondou sono serviti per fare il punto della situazione con il personale locale e, nell’attesa che si riescano finalmente ad avviare i lavori per la costruzione del nostro ufficio, per avere un minimo di strumentazione con cui lavorare. Nonostante l’ufficio sia in pieno stile africano (spartano e disorganizzato..), i loro vicini cinesi dispongono di un bene raro e prezioso per noi: un wireless talmente potente da essere accessibile dal giardino. Cosi, si fanno riunioni, si stampano documenti, si firmano contratti e, quando bisogna fare la posta, ci si siede sotto l’albero dei manghi e ci si connette abusivamente alla rete dei cinesi. Bisogna solo stare attenti, perché i manghi stanno maturando e spesso cadono…
Nel corso del viaggio il nostro autista ci aveva detto di non amare molto Mondou perché c’è troppo “ambiance”. Ci aspettavamo, quindi, una specie di Parigi del Ciad, invece, il solito ammasso di capanne e falò, più piccolo e meno polveroso di N’djamena, ma nella sostanza.. Mi chiedo, se questo è un posto fichetto per gli standard locali, cosa possa essere una città un po’ grezza, ma forse preferisco continuare a vivere nel dubbio. Pur non essendo propriamente una città d’arte, Mondou si è rivelata comunque un posto molto piacevole: il personale del centro cattolico che ci ospita (qui gli alberghi non ci sono o, se ci sono, sono a misura di petroliere, dunque ben al di là del budget concessoci) è di una cordialità estrema, cosi come quasi tutte le persone con cui abbiamo a che fare, una volta superate le timidezze iniziali e, rispetto a N’djamena, ci si può muovere serenamente a piedi, cosa che aiuta non poco la socialità. Unico neo, la varietà delle cibarie: Mondou è circondata dalle torbide acque del Logone e nei ristorantini alla buona si trova solamente la torbida carpa del fiume Logone. In realtà alla griglia non è male, una volta, due volte, ma già alla terza.. Per cambiare un po’ la solfa abbiamo provato ad andare in un ristorante più sciccoso, ossia dotato di corrente elettrica e al chiuso, ma l’unica cosa a cambiare rispetto alle bettole è il prezzo! Fortunatamente ogni tanto si trova anche qualche pollo (che, dalla carnosità, si direbbe morto in seguito a sciopero della fame..) e, pur non essendo il sahel una terra generosa, manghi, cipolle e insalata da qualche parte riescono a farli crescere e, in genere, sono ottimi, cosi come le spezie e le salse con cui accompagnano il tutto.
In questo desolante panorama gastronomico, spicca un invito a cena da parte di un gruppo di simpatici cooperanti francesi, alloggiati in un bellissimo complesso del loro governo (stilosi, i cugini d’oltralpe, altro che noi dai preti con le pezze al culo..), che con un’insalata di avocado e frutta e un capretto in salsa di funghi ci hanno fatto veramente sognare. Chissà se un giorno mai avremo una cucina e potremo contraccambiare..
Dopo vari incontri con le parti coinvolte nel progetto (l’associazione partner, i funzionari ministeriali che si occupano di educazione, il gradevolissimo prefetto..) e mediazioni varie su budget, compiti e distribuzione di mezzi e risorse, dovremmo essere finalmente pronti per partire e cominciare il giro di valutazione tra le scuole del villaggio del distretto e le scuole dei campi rifugiati (si tratta di profughi in fuga dalla guerra civile del Centrafrica) gestiti da UNHCR. Il nostro compito è cercare di far raggiungere ad entrambe uno standard accettabile e simile e renderle economicamente indipendenti le une da UNHCR, che punta ad integrare i rifugiati in Ciad e chiudere il campo, le altre dal governo ciadiano, che al momento sembra preferisca investire i proventi del petrolio in armi per farsi i dispetti col Sudan piuttosto che in educazione. Insomma, non è solo la Gelmini a fare la pitocca con la povera scuola pubblica…
Di cose da dire ce ne sarebbero mille altre, ma visto che probabilmente passero qui dei mesi non me le voglio giocare tutte subito. Bacioni a tutti e alla prossima!
P.S: Sto provando a caricare qualche foto.. Le prime reazioni del server non sono molto incoraggianti, ma con un po di fortuna puo darsi prima o poi appariranno. Non ci conto molto, ma tentar non nuoce, speriamo.
Tuesday, April 13, 2010
Primi giorni a N'djamena: caldo, caldo, caldo...
Saluti a tutti !
Dopo i primi giorni di acclimatamento nella torrida terra saheliana, eccomi finalmente alla stesura di questo attesissimo blog, in cui vi raccontero di una nuova esperienza in un posto bislacco, non più come turista fai da te o pseudoantropologo mangiaratti, bensi quale cooperante che vuole salvare il mondo, a cominciare da uno dei posti che ha più bisogno di essere salvato: il Ciad. Questa ridente nazione, che si espande sulle fasce sahariana (deserto puro) e saheliana (steppa estremamente arida) dell’Africa Centrale, racchiusa, da nord est a sud ovest, tra Libia, Sudan, Centrafrica, Cameroon, Nigeria e Niger figura, infatti, al 171 posto (su 177..) come indice di sviluppo umano tra le nazioni al mondo, dunque, dal punto di vista dello sviluppo, ci sono ampi margini di miglioramento…
Già l’avvicinamento è stato decisamente interessante: dopo un primo, lussuoso volo Alitalia tra Milano e Roma, circondato da manager sempre al cellulare di ritorno nella capitale, il Roma – Addis Abeba, su di un più vetusto velivolo Ethiopian Airlines, é, invece, popolato quasi esclusivamente da migranti africani di ritorno nelle terre d’origine o da missionari e cooperanti italiani pronti a portare la luce della civiltà nei più oscuri angoli del continente. Le linee aree dell’Etiopia, fortemente volute da Haile Selassié (ultimo imperatore del paese), infatti, assieme a quelle di Libia, Egitto e Sudafrica, sono tra le poche ad offrire collegamenti capillari in tutto il continente e, vista la convenienza delle tariffe, sono prese d’assalto da questa particolare tipologia di clientela. Cosi, il grande e caotico aeroporto di Addis Abeba è un’importante crocevia per tutte le destinazioni africane e, in qualche modo, corona il sogno del vecchio imperatore, che vedeva nell’Etiopia il cuore culturale di tutto il continente. Magari oggi questo ruolo é un po offuscato dal Sudafrica del dopo aparheid, ma dal punto di vista dei trasporti Addis è sicuramente un imprescindibile punto di riferimento. Dopo una lunga (e inspiegabile, come da canoni africani..) attesa, finalmente mi imbarco, assieme alla mia capoprogetto, sull’ancor più piccolo e vetusto boeing 737 che ci condurrà a N’djamena, capitale del Ciad. Ormai i passeggeri, oltre a qualche altro isolato cooperante francese, sono solamente africani d’ogni tipo (da elegantoni in giacca, cravatta e ventiquattr’ore a donne totalmente velate con rumorosa prole al seguito) e contingenti di affaristi cinesi che, da quando è stato trovato il petrolio, hanno preso d’assalto il paese. Finalmente l’aereo abbandona il fresco altopiano etiope per poi atterrare nella polverosissima capitale del Ciad, tra turbini di vento che allarmano i miei vicini di posto: una lunga sfilza di rosari in arabo e, quando l’aereo, finalmente, atterra marito e moglie si abbracciano sollevati e mi sorridono. Siamo arrivati!
Di N’djamena posso dire che forse sarebbe eccessivo definirla la città peggiore del mondo, ma certamente a trovarne di più squallide si farebbe fatica (e comunque non sarebbero molte). La sera, quando fa fresco, si scende di poco sotto i quaranta gradi, mentre di giorno si superano spesso i quarantacinque; le strade asfaltate sono una rarita e questo, in una grande città in mezzo al sahel, significa che c’é sempre la nebbia, dalla polvere che svolazza per aria. Aggiungiamo che la corrente elettrica è disponibile solo nelle grandi occasioni, la sera non ci si puo muovere a piedi per ragioni di sicurezza e che, essendo quasi ogni genere di consumo importato, i prezzi non sono da terzo mondo, e capirete quanto abbia amato questo posto.. A sua discolpa posso dire che aprile é sicuramente il mese peggiore dal punto di vista climatico e che, con un po di pazienza, qualcosina da salvare si trova: sebbene, più che una città, sia un sovraffollato villaggione di case di fango, ci sono alcune deliziose pasticcerie in stile francese nelle vie del centro, un po di belle casette arabeggianti, soprattutto nella zona del mercato, e qualche scorcio di vera savana sulle rive del fiume Logone, un consistente corso d’acqua che separa il Ciad dal Cameroon e su cui si affaccia N’djamena. Le lingue nazionali del paese sono il francese e l’arabo, nonostante, poi, esistano centinaia, se non migliaia, di altri dialetti delle varie comunità africane. E’ comunque interessante come le tracce dei due principali dominatori delle regioni si mescolino nella città: con tutti si puo parlare francese, ma poi le forme di cortesia sono sempre in arabo; il palazzo del presidente è proprio di fronte alla principale cattedrale cristiana della città, mentre accanto all’enorme mercato si trovi la grande moschea, i cui muezzin, al venerdi, richiamano alla preghiera una vera fiumana di gente; l’ambasciata dell’Arabia Saudita era l’unica, per dimensioni, a poter competere con quelle dei padroni vecchi e nuovi (francesi e americani..), ma sfortunatamente, nell’ultimo episodio della lunga serie di conflitti interni, una bomba l’ha distrutta, uccidendo la moglie dell’ambasciatore, cosi come le relazioni diplomatiche tra i due paesi…
Oltre ad aver sbrigato le varie menate di avvio del progetto, abbiamo avuto modo di gustare alcune prelibatezze locali, tra cui meritano una menzione speciale le tenere e saporite carni del cammello alla griglia, un pranzo molto popolare nei ristorantini sulle strade di N’djamena e due polli ruspanti acquistati e sgozzati per il pasto pasquale (purtroppo gli agnelli erano introvabili…). Io ho dato un piccolo contributo alla spennatura dei volatili, anche perchè lo sgozzamento, consistente, secondo rituale musulmano, nella recisione delle carotidi, era decisamente troppo cruento per me. Tuttavia, la mia crudele curiosità mi ha spinto ad assistere da vicino a questa mattanza e, come giusta punizione, sto ancora pulendo i pantaloni dallo schizzo delle carotidi del nostro povero pranzo nei suoi ultimi, sgradevoli istanti di vita.
Cosi, tra bettoline dove si grigliano carne di cammello, carpe e pollastri, a più impegnativi ristoranti franceseggianti dove i bianchi del posto (prevalentemente funzionari ONU e tantissimi cugini d’oltralpe) possono gustarsi bisteccone giganti o squisite rane fritte con aglio e spezie, per poi finire le serate nei numerosi locali di musica della città, i primi giorni nell’opprimente N’djamena non sono stati poi cosi male. Il centro culturale francese é diventato un po il principale luogo di ritrovo, anche perchè vicino alla sede di Acra (l’ong per cui lavoro) e molto ospitale e ricco di attrattive; con la vasta comunità di espatriati del posto, poi, si é creato un bel clima e i cooperanti italiani di acra sono stati veramente materni con noi reclute allo sbaraglio in Ciad. Purtroppo sono stato subito vittima di un qualche perfido virus intestinale e, senza soffermarmi su dettagli che dubito interessino il pubblico, mi chiedo solo perché, tra i fiumi di inchiostro spesi nel tempo per descrivere viaggi suggestivi in luoghi ameni, tutti abbiano glissato sui fiumi di merda che inevitabilmente questo tipo di esperienze comportano. Comunque, dopo una notte di passione mi sono rimesso e, finalmente, abbiamo abbandonato N’djamena per farci trasportare da un possente gippone dell’ONU (il progetto per cui lavoro é finanziato da UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati) nella regione del Logone meridionale, circa 600 km a sud della capitale. Non ancora nella foresta, ma in un sahel un po più verde e attenuato, dicono.. Sono qui da pochi giorni e spero vivamente che questo si dimostri vero !
Dunque, con la speranza di non grondare più litri di sudore davanti al computer per il prossimo post, vi abbraccio tutti forte. A presto!
Dopo i primi giorni di acclimatamento nella torrida terra saheliana, eccomi finalmente alla stesura di questo attesissimo blog, in cui vi raccontero di una nuova esperienza in un posto bislacco, non più come turista fai da te o pseudoantropologo mangiaratti, bensi quale cooperante che vuole salvare il mondo, a cominciare da uno dei posti che ha più bisogno di essere salvato: il Ciad. Questa ridente nazione, che si espande sulle fasce sahariana (deserto puro) e saheliana (steppa estremamente arida) dell’Africa Centrale, racchiusa, da nord est a sud ovest, tra Libia, Sudan, Centrafrica, Cameroon, Nigeria e Niger figura, infatti, al 171 posto (su 177..) come indice di sviluppo umano tra le nazioni al mondo, dunque, dal punto di vista dello sviluppo, ci sono ampi margini di miglioramento…
Già l’avvicinamento è stato decisamente interessante: dopo un primo, lussuoso volo Alitalia tra Milano e Roma, circondato da manager sempre al cellulare di ritorno nella capitale, il Roma – Addis Abeba, su di un più vetusto velivolo Ethiopian Airlines, é, invece, popolato quasi esclusivamente da migranti africani di ritorno nelle terre d’origine o da missionari e cooperanti italiani pronti a portare la luce della civiltà nei più oscuri angoli del continente. Le linee aree dell’Etiopia, fortemente volute da Haile Selassié (ultimo imperatore del paese), infatti, assieme a quelle di Libia, Egitto e Sudafrica, sono tra le poche ad offrire collegamenti capillari in tutto il continente e, vista la convenienza delle tariffe, sono prese d’assalto da questa particolare tipologia di clientela. Cosi, il grande e caotico aeroporto di Addis Abeba è un’importante crocevia per tutte le destinazioni africane e, in qualche modo, corona il sogno del vecchio imperatore, che vedeva nell’Etiopia il cuore culturale di tutto il continente. Magari oggi questo ruolo é un po offuscato dal Sudafrica del dopo aparheid, ma dal punto di vista dei trasporti Addis è sicuramente un imprescindibile punto di riferimento. Dopo una lunga (e inspiegabile, come da canoni africani..) attesa, finalmente mi imbarco, assieme alla mia capoprogetto, sull’ancor più piccolo e vetusto boeing 737 che ci condurrà a N’djamena, capitale del Ciad. Ormai i passeggeri, oltre a qualche altro isolato cooperante francese, sono solamente africani d’ogni tipo (da elegantoni in giacca, cravatta e ventiquattr’ore a donne totalmente velate con rumorosa prole al seguito) e contingenti di affaristi cinesi che, da quando è stato trovato il petrolio, hanno preso d’assalto il paese. Finalmente l’aereo abbandona il fresco altopiano etiope per poi atterrare nella polverosissima capitale del Ciad, tra turbini di vento che allarmano i miei vicini di posto: una lunga sfilza di rosari in arabo e, quando l’aereo, finalmente, atterra marito e moglie si abbracciano sollevati e mi sorridono. Siamo arrivati!
Di N’djamena posso dire che forse sarebbe eccessivo definirla la città peggiore del mondo, ma certamente a trovarne di più squallide si farebbe fatica (e comunque non sarebbero molte). La sera, quando fa fresco, si scende di poco sotto i quaranta gradi, mentre di giorno si superano spesso i quarantacinque; le strade asfaltate sono una rarita e questo, in una grande città in mezzo al sahel, significa che c’é sempre la nebbia, dalla polvere che svolazza per aria. Aggiungiamo che la corrente elettrica è disponibile solo nelle grandi occasioni, la sera non ci si puo muovere a piedi per ragioni di sicurezza e che, essendo quasi ogni genere di consumo importato, i prezzi non sono da terzo mondo, e capirete quanto abbia amato questo posto.. A sua discolpa posso dire che aprile é sicuramente il mese peggiore dal punto di vista climatico e che, con un po di pazienza, qualcosina da salvare si trova: sebbene, più che una città, sia un sovraffollato villaggione di case di fango, ci sono alcune deliziose pasticcerie in stile francese nelle vie del centro, un po di belle casette arabeggianti, soprattutto nella zona del mercato, e qualche scorcio di vera savana sulle rive del fiume Logone, un consistente corso d’acqua che separa il Ciad dal Cameroon e su cui si affaccia N’djamena. Le lingue nazionali del paese sono il francese e l’arabo, nonostante, poi, esistano centinaia, se non migliaia, di altri dialetti delle varie comunità africane. E’ comunque interessante come le tracce dei due principali dominatori delle regioni si mescolino nella città: con tutti si puo parlare francese, ma poi le forme di cortesia sono sempre in arabo; il palazzo del presidente è proprio di fronte alla principale cattedrale cristiana della città, mentre accanto all’enorme mercato si trovi la grande moschea, i cui muezzin, al venerdi, richiamano alla preghiera una vera fiumana di gente; l’ambasciata dell’Arabia Saudita era l’unica, per dimensioni, a poter competere con quelle dei padroni vecchi e nuovi (francesi e americani..), ma sfortunatamente, nell’ultimo episodio della lunga serie di conflitti interni, una bomba l’ha distrutta, uccidendo la moglie dell’ambasciatore, cosi come le relazioni diplomatiche tra i due paesi…
Oltre ad aver sbrigato le varie menate di avvio del progetto, abbiamo avuto modo di gustare alcune prelibatezze locali, tra cui meritano una menzione speciale le tenere e saporite carni del cammello alla griglia, un pranzo molto popolare nei ristorantini sulle strade di N’djamena e due polli ruspanti acquistati e sgozzati per il pasto pasquale (purtroppo gli agnelli erano introvabili…). Io ho dato un piccolo contributo alla spennatura dei volatili, anche perchè lo sgozzamento, consistente, secondo rituale musulmano, nella recisione delle carotidi, era decisamente troppo cruento per me. Tuttavia, la mia crudele curiosità mi ha spinto ad assistere da vicino a questa mattanza e, come giusta punizione, sto ancora pulendo i pantaloni dallo schizzo delle carotidi del nostro povero pranzo nei suoi ultimi, sgradevoli istanti di vita.
Cosi, tra bettoline dove si grigliano carne di cammello, carpe e pollastri, a più impegnativi ristoranti franceseggianti dove i bianchi del posto (prevalentemente funzionari ONU e tantissimi cugini d’oltralpe) possono gustarsi bisteccone giganti o squisite rane fritte con aglio e spezie, per poi finire le serate nei numerosi locali di musica della città, i primi giorni nell’opprimente N’djamena non sono stati poi cosi male. Il centro culturale francese é diventato un po il principale luogo di ritrovo, anche perchè vicino alla sede di Acra (l’ong per cui lavoro) e molto ospitale e ricco di attrattive; con la vasta comunità di espatriati del posto, poi, si é creato un bel clima e i cooperanti italiani di acra sono stati veramente materni con noi reclute allo sbaraglio in Ciad. Purtroppo sono stato subito vittima di un qualche perfido virus intestinale e, senza soffermarmi su dettagli che dubito interessino il pubblico, mi chiedo solo perché, tra i fiumi di inchiostro spesi nel tempo per descrivere viaggi suggestivi in luoghi ameni, tutti abbiano glissato sui fiumi di merda che inevitabilmente questo tipo di esperienze comportano. Comunque, dopo una notte di passione mi sono rimesso e, finalmente, abbiamo abbandonato N’djamena per farci trasportare da un possente gippone dell’ONU (il progetto per cui lavoro é finanziato da UNHCR, l’agenzia ONU per i rifugiati) nella regione del Logone meridionale, circa 600 km a sud della capitale. Non ancora nella foresta, ma in un sahel un po più verde e attenuato, dicono.. Sono qui da pochi giorni e spero vivamente che questo si dimostri vero !
Dunque, con la speranza di non grondare più litri di sudore davanti al computer per il prossimo post, vi abbraccio tutti forte. A presto!
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