Ciao a tutti,
Ancora una volta, elogiando la qualità e l’affidabilità della libica Afriqyiah Airways ed il fatto che, crollasse il mondo, non mi sarebbe mai potuto capitare di restare bloccato sull’aereo a Tripoli per neve, come mi era successo a Parigi a Natale, mi sono portato una sfiga inaudita: il solido regime pluridecennale del buon Gheddafi è inaspettatamente crollato e ora sono qui, con un biglietto per Milano Malpensa di una linea aerea che non so nemmeno se esista più… Diciamo che i miei viaggi di ritorno non sono mai banali, ma, vedendo i ciadiani ritirare frettolosamente i loro risparmi dalla principale banca del paese (a capitale libico..) o domandarsi che sarà delle varie aziende che il loro ricco vicino ha aperto in terra ciadiana e ora potrebbero lasciare tutti a piedi da un giorno all’altro, penso che, tutto sommato, non ho poi molto di cui lamentarmi. A costo di sfidare nuovamente il destino, comunque, mi sento di dire che non esiste alcun rischio contagio per il Ciad: la maggior parte delle persone con cui parlo si chiede sconcertata come mai i libici si rivoltano, quando Gheddafi garantisce elettricità, acqua e cibo; se anche uno è un tiranno, una volta che dà qualcosa da mangiare a tutti, che problema è? Mentalità riprovevole, ma non così tanto differente dalla nostra, sotto molti punti di vista…
Tornando a noi, vi avevo lasciati a N’djamena, nell’affannosa preparazione dell’ispezione contabile di UNHCR. L’ispezione c’è stata ed è stata talmente efficiente ed approfondita che ancora adesso non ne conosciamo l’esito.. L’équipe che ha fatto l’ispezione, 100% ciadiana, era una vera un’armata brancaleone allo sbaraglio, sembravano capirne pure meno di me, il che è tutto dire.. Dopo una giornata di domande surreali e sviste assurde sembravano abbastanza soddisfatti della nostra contabilità, ma aspettiamo il rapporto finale per cantar vittoria.
Così, finalmente libero da questo tormento, di buon mattino mi imbarco sull’aeroplanino per Moundou, come sempre all’alba. Nonostante al momento solo 4 compagnie aeree atterrino a N’djamena (Air France, Ethiopian Airlines, Toumai Air Tchad e, se vola ancora, Afriqyiah Airways), l’aeroporto di prima mattina è in gran fermento: ci sono infatti i numerosi voli umanitari delle Nazioni Unite, soprattutto verso l’est, e quelli dei militari, per cui ci si trova in code affollate e disorganizzate tra contingenti di caschi blu e funzionari d’ambasciata. Per rendere un po’ più vario il panorama, Toumai Air Tchad sta intensificando la frequenza dei voli verso le zone petrolifere (il che vuol dire un paio di voli alla settimana, non di più…), sempre affollati di imprenditori cinesi e faccendieri arabi o locali. Considerando che quando sono arrivato non effettuava volo alcuno, sembrerebbe che il petrolio stia facendo fare progressi rapidi, al solito in cose fondamentali e prioritarie, come i collegamenti aerei per le zone d’affari, mentre scuole e ospedali sprofondano nella miseria..
Comunque, anche questo volo ha avuto la sua originalità: ci sediamo, nell’unica fila di sedili del minuscolo trabiccolo, si accende rumorosamente un motore, si accende altrettanto rumorosamente l’altro, sfilza di parole dei piloti in una lingua incomprensibili, si spengono i motori e ci fanno scendere tutti: l’aereo é guasto, partiremo a mezzogiorno con un altro velivolo. Una scocciatura, ma meglio se ne siano accorti mentre eravamo ancora a terra…
Tornato nella mia casetta di Goré, finalmente solo, visto che la capa è in vacanza e la nuova supercapa, che coordinerà i tre differenti progetti, è partita per una missione kamikaze in Salamat, il paradiso di cui vi raccontavo nel post precedente, ho potuto riprendere un po’ il contatto con le attività, cosa ben più interessante di fatture e simili. Abbiamo selezionato gli “ausiliari”, ossia dei rifugiati che supporteranno i nostri animatori per le attività nei campi, preparato la distribuzione dei manuali scolastici nelle scuole, organizzato alcune formazioni per i comitati di gestione delle attività generatrici di reddito, che sembrano lentamente migliorare dopo le catastrofi iniziali, e condotto uno studio sui comitati dei campi che dovremo supportare nel corso dell’anno, per stabilire che progetti portare avanti con loro. Ormai l’équipe è abbastanza affiatata e conosce il lavoro, quindi la supervisione è stata tranquilla e il clima sereno. Abbiamo anche iniziato la costruzione del nuovo ufficio e a breve dovremo stiparci altro personale che arriverà a supportarci, essendo aumentate le attività. Probabilmente tornerà tutto caotico come prima, ma questo finale di febbraio è stato decisamente piacevole, nonostante l’inesorabile appropinquarsi del caldo…
Un bel giorno ho potuto finalmente coronare uno dei tanti sogni stupidi della mia vita: un bel viaggio a bordo di un camion. Dovevo, infatti, trasportare a Maro’, la nostra nuova zona di intervento tranquilla e piacevole, i soldi per pagare i salari dei maestri e una vagonata di materiale per la scuola del campo (quaderni, gessi, penne, eccetera). Starmene al sicuro nel poderoso camion UNHCR con la mia busta piena di milioni di franchi e quintalate di pacchi stipati nella stiva del bestione è stato, come si suol dire, prendere due piccioni con una fava. La distanza non era granché, ma come sempre in Africa, si parte all’alba per essere sicuri di arrivare entro sera e non restare in giro la notte con soldi e materiale; così, alle sei ci incamminiamo per la lunga pista sterrata che da Goré porta a Doba, Koumra, Sarh e, finalmente, Maro’, quasi 400 km a est di Goré, sempre sulla frontiera col Centrafrica. Il camion non è quel che si dice un fulmine e la strada non è quel che si dice un’autostrada, così, nonostante quegli stakanovisti dei camionisti effettuino solo brevi soste per pisciare, sono già passate le tre quando raggiungiamo la nostra meta.
Nel corso del viaggio il paesaggio non varia molto, a parte un’incredibile distesa di verde quasi padano nei pressi di Sarh, dove si trova l’industria dello zucchero a capitale francese, l’unica a potersi permettere un impianto di irrigazione e a rimanere fertile pure in questa stagione secca. Non piove ormai da inizio novembre e intorno a me ci sono solo polvere e arbusti a perdita d’occhio, inframmezzati da alberi di mango, piante maestose e di un verde intenso, ora arrossate dai numerosi fiori, che cominciano a gonfiarsi per poi riempirci, nel mese di aprile, di succulenti frutti. I colori sono stupendi, specie al tramonto, quando il rosso della terra si confonde con quello del cielo e rischiara le ombre dei cespugli e delle mandrie di buoi, che transitano sollevando imponenti nubi di polvere. La cosa impressionante, specie la sera, è il numero di fuochi accessi, i cosiddetti “fuochi di brousse”, un vero cataclisma ambientale: in parte i pastori, per bruciare i rovi secchi e liberare le ultime erbe disperatamente cercate dal loro bestiame, in parte i cacciatori, per stanare la selvaggina della savana, appiccano fuochi che il vento caldo e l’arsura rendono incontrollabili e distruggono i pochi alberi della zona. Come al solito, strategie deleterie e controproducenti, ma sempre meno dannose di quelle dei nostri avidi speculatori immobiliari, che per costruire villette e resort devastano, con cadenza estiva, quel che resta della macchia mediterranea. Insomma, l’umanità evolve rapidamente, la stupidità ancora di più!
A Maro’ abbiamo visitato i due campi della zona, Yaroungou, il primo ad essere allestito in territorio ciadiano, e Moula, dove gli ultimi rifugiati sono arrivati quest’estate in seguito alla cancellazione delle elezioni presidenziali in Centrafrica ed ai conseguenti tumulti. Abbiamo reso felici i maestri di Yaroungou portandoli i loro salari, un po’ meno di quelli di Moula, cui abbiamo dovuto annunciare che il loro già misero stipendio sarà ulteriormente ridotto, ma abbiamo fatto tante di quelle volte questo discorso crudele che ormai sono diventato più insensibile del peggiore dei padroni. Il tempo di mangiare una gustosa pietanza a base di selvaggina affumicata ed è già ora di rientrare. Non potendo contare più sul passaggio del camion, son dovuto ricorrere al caro vecchio bus delle cinque del mattino, l’unico a collegare direttamente Sarh con Moundou.
I colleghi di Maro’ mi hanno accompagnato, la sera prima, fino a Sarh, la terza città ciadiana, dopo N’djamena e Moundou e, devo dire, un po’ più piacevole delle altre: affacciata sulle rive del fiume Chari, in una zona protetta e poco popolata, i francesi avrebbero voluto trasformarla in capitale e collegarla alla rete ferroviaria camerunense. Purtroppo i sogni coloniali dei cugini d’oltralpe sono tramontati prima che queste infrastrutture vedessero la luce, però a Sarh sono rimaste un certo numero di villette graziose e palazzi degni di questo nome, oltre a un centro un po’ più razionale della media. Il lungofiume, nei pressi del liceo, è ancora intatto e la sera, con una collega di Maro’, siamo rimasti sulle rive erbose ad osservare branchi di ippopotami aggirarsi rumorosi nelle anse limacciose, mentre gli studenti del liceo ripassavano gli appunti all’aria aperta e gruppetti di bambini sembravano più divertiti da noi che dagli ippopotami. Un posto decisamente più arioso e tranquillo dell’opprimente N’djamena o della caotica Moundou.
Il viaggio di ritorno è stato quel che si dice un viaggio della speranza: la sveglia non è suonata, ho preso il pullman per il rotto delle cuffia dopo corsa disperata e, non essendoci più posti a sedere, mi sono dovuto accovacciare sul bidone dove conservano le bevande da consumare nella sosta, giusto accanto alla porta d’ingresso. Il posto più scomodo del mondo, ma secondo i miei incoraggianti compagni di viaggio non c’era da preoccuparsi: a Doba qualcuno sarebbe sicuramente sceso, dopo sole 5 ore di viaggio…. Nonostante l’infausto alloggiamento ed i terribili scossoni per la cattiva qualità della pista, sono riuscito comunque a fare un sonnellino, distrutto dalle troppe levatacce… Giunto finalmente a Moundou sotto il sole cocente di mezzogiorno, mi imbarco sul nostro gippone, pieno fino all’orlo di materiale per le feste che dovremo organizzare in onore della settimana della donna ciadiana, una settimana di eventi che avranno il loro culmine con una grande parata martedì 8 marzo. Tra stoffe, secchi e sacchetti d’acqua non so se sia meglio o peggio del bidone sul bus, comunque, con le sospensioni della jeep duramente provate dal carico, ci incamminiamo verso Goré e verso una settimana in cui, ahimè, il lavoro non mancherà…
Spero di riuscire a raccontarvi presto, per il momento un grande abbraccio!
Monday, February 28, 2011
Sunday, February 6, 2011
L'ultimo inizio
Ciao a tutti,
Rileggendo le ultime righe del post precedente mi viene un po’ da ridere, pensando a che odissea sia poi stato il mio viaggio di ritorno e a come me la fossi malamente tirata, la jella… Fortunatamente il rientro in Ciad è stato decisamente più indolore e già da tre settimane sono in questa ridente nazione, alle prese con la chiusura contabile dell’anno passato (un incubo..) in vista della verifica contabile di UNHCR (un altro incubo) e dell’inizio delle attività del nuovo anno (per certi aspetti pure peggio, come vedrete). Comunque, questa volta dovrò sopravvivere solo 3 mesi, saranno probabilmente i più duri, ma dopo averne già fatti 9 la strada sembra tutta in discesa...
Come al solito, comincerò il racconto dal viaggio, fortunatamente meno traumatico del rientro natalizio. Infatti, dopo che Air France, causa neve, mi ha fatto atterrare con più di 9 ore di ritardo a Genova, anziché a Linate (e sono stato tra i più fortunati…), in una indimenticabile vigilia di Natale, il viaggio con Afriqyiah via Tripoli è stato veramente una passeggiata. Questa linea aerea, fondata in omaggio alla ratifica, in Libia, del trattato che ha istituito l’Unione Africana nel 1999, è pensata quasi esclusivamente per gli africani migrati in Europa: i voli (tutti airbus nuovi di pacca, perché acquistati dopo la revoca dell’embargo contro Gheddafi) partono nel primo pomeriggio dalle capitali europee, arrivano la sera a Tripoli da cui, nella notte, partono le coincidenze per i principali aeroporti dell’Africa centrale e occidentale, che poi, a loro volta, rientreranno nella capitale libica all’alba, in tempo per il cambio coi voli del mattino verso l’Europa. L’aereo da Roma a Tripoli è, quindi, strapieno di rumorose e disordinate famiglie africane che tornano a casa portandosi quanta più roba possibile, al punto che sistemare il bagaglio a mano negli scomparti è una vera guerra, mentre sul Tripoli – N’djamena l’atmosfera è più tranquilla, i passeggeri sono meno numerosi e sono soprattutto distinti uomini d’affari arabi e africani.
Dopo aver lasciato Linate avvolta in un fitto nebbione invernale, mi aspettavo di ritrovare, a N’djamena, il limpido cielo africano, con luna e stelle a risplendere incontrastate, invece, con mia somma sorpresa, nebbia pure lì! Questa è, infatti, la stagione dell’Harmattan, il vento del deserto, che soffia dal Sahara sollevando imponenti montagne di polvere destinate a rimanere a lungo sospese nei cieli della zona sahelo - sahariana, creando una foschia rossiccia e fastidiosa. Nei giorni peggiori l’aeroporto viene chiuso e le macchine devono circolare a luci accese in pieno giorno, tale è la polvere. In questa stagione, però, non capita mai che il vento sia così forte e, soprattutto, per una ragione meteorologica a me ignota, fino a febbraio è freddo: quando atterro la temperatura al suolo è di 19 gradi e per tutta la giornata si oscilla tra i 20 e i 30, un vero paradiso! Ovviamente è un periodo limitato, da fine gennaio il vento ha iniziato a scaldarsi facendo risalire le temperature e a marzo già si morirà di caldo, ma come bentornato non è stato male. Ho così trascorso una piacevole domenica a N’djamena, per la prima volta senza grondare sudore, ma solo spolverandomi i vestiti di tanto in tanto e il lunedì ero già in viaggio per Goré.
Con mio sommo sollievo, il volo delle Nazioni Unite da N’djamena a Moundou era pieno, così ho dovuto ripiegare sul minibus locale, una scatola di sardine molto più pericolosa dell’aereo, considerata la qualità delle strade e degli autisti ciadiani, ma coi piedi per terra mi sento comunque più tranquillo. Dopo 7 piacevoli ore di viaggio, comprensive di sosta per la preghiera e soccorso ad un altro mezzo in panne, sono a Moundou, dove mi attendono colleghi e gippone per coprire insieme le due ore di pista sterrata che ci separano da Goré. A casa, ovviamente, mi ha accolto l’ennesimo cataclisma idraulico, col tubo dello scaldabagno cambiato mille volte rotto di nuovo e il solito lago in soggiorno (per ragioni a me ignote tutti i locali sono in lieve pendenza verso il soggiorno, cosicché, in caso di alluvione, l’acqua si raccolga sempre tutta li’…). Il tempo di asciugare e di una dormita, e si ricomincia.
Le prime due settimane a Goré sono state consacrate a due attività principali: scoprire come i comitati dei genitori hanno sciaguratamente dilapidato i loro fondi per le attività generatrici di reddito e risistemare tutte le varie fatture dell’annualità. Per i fondi, purtroppo, non c’è da essere molto ottimisti: nel mondo meraviglioso dipinto dal progetto, avrebbero dovuto consentire l’avvio di attività che generassero entrate da usare per le scuole, ma era decisamente utopico pensare che potessero bastare pochi mesi per istruire i comitati, montare i progetti e finanziarli. Il problema è che UNHCR finanzia i progetti annualmente, quindi siamo stati obbligati a lanciare le attività entro dicembre, altrimenti avremmo perso un sacco di soldi. Se era già impresa ardua di per sé, il fatto che il governo abbia imposto un prezzo massimo alla vendita al dettaglio di cereali e che il 90% dei progetti riguardassero l’acquisto a basso costo, lo stoccaggio e la rivendita a prezzo maggiorato proprio dei cereali, ha reso decisamente utopico avere entrate decenti e le mediocri capacità gestionali dei nostri contadinotti, che ci hanno portato dei conti totalmente sballati, hanno dato il colpo di grazia alle già esigue speranze di successo. Sbagliando si impara e speriamo vada meglio il prossimo anno, certo i vincoli burocratici e budgetari delle Nazioni Unite non aiutano.
Per le fatture, in un posto in cui la gran parte dei commercianti sa scrivere solo in arabo ed ha un rapporto conflittuale con la matematica, vi lascio immaginare che meraviglia di contabilità abbiamo… Il bello è che UNHCR organizza ogni anno la verifica di conti e giustificativi di tutte le ONG da parte di un audit esterno, che dicono molto rigido e puntiglioso; le verifiche si svolgono tra il 15 febbraio ed il 30 marzo e, siccome la fortuna è sempre dalla nostra parte, sono state calendarizzate in ordine alfabetico, così noi di Acra siamo i primi della lista, il 15 di questo mese. Vi lascio immaginare che settimane da incubo siano queste.
A rendere il tutto ancor più intrigante, ci sono due nuove aree di intervento a cui pensare: nonostante il cataclisma dei fondi per le attività generatrici di reddito e tutto lo stillicidio di disavventure che i miei venticinque lettori hanno potuto apprezzare attraverso questo tragico blog, pare che le altre organizzazioni facciano, mediamente, molto peggio, così, come riconoscimento ai nostri grandi successi, UNHCR ci ha aggiunto nuove compiti e nuove aree di intervento: non ci occuperemo più solo delle scuole, ma anche dei comitati creati per erogare i servizi fondamentali nei campi (assistenza ai bisognosi, alle donne, risoluzione delle controversie, gestione dell’acqua, ecc), che dovranno integrarsi con strutture comunitarie analoghe presenti nei villaggi circostanti; e, soprattutto, non interverremo solo nella zona di Goré, ma anche nelle altre due aree con campi di profughi centrafricani in Ciad, Maro’ e Salamat. Se a Maro’, un villaggio a circa 400 km a est rispetto a Goré, Acra ha già un progetto e si tratta solo di rinforzare un intervento in corso in una zona tranquilla e accessibile, il Salamat, all’estremo est, è veramente una regione dimenticata da dio e dagli uomini, in cui lavorare sarà una sfida alla ragionevolezza. Ad Haraze, il capoluogo, UNHCR stava per costruire un bellissimo aeroporto per rendere la zona un po’ più accessibile, se non che le ineffabili autorità locali hanno deciso di installare un’antenna telefonica (che peraltro non funziona..) proprio in fondo alla pista per gli aerei e al momento possono decollare e atterrare solo aeroplanini a 4 posti, scartando bruscamente l’antenna in fase di decollo ed atterraggio. L’altra cittadina, Daha, è ancora più sperduta e possono arrivarci solo gli elicotteri, quando disponibili. Durante la stagione delle piogge i campi, a causa delle alluvioni, sono inaccessibili anche per UNHCR, è praticamente impossibile uscire dai due centri abitati e solo raramente aerei ed elicotteri riescono ad atterrare. Essendo il posto così isolato, va da se che in loco non si trova nulla, se non a costi esorbitanti, quindi bisogna portarsi appresso scorte di acqua, di carburante, di viveri.. Quando si dice un paradiso tropicale…
Pur con molte perplessità, eravamo pronti a lanciarci anche in questa avventura: ci era stato detto che nel periodo secco potevamo tranquillamente andare in macchina da Maro’, inserendoci in uno dei convogli umanitari organizzati da UNHCR per rifornire i disgraziati che lavorano laggiù. Purtroppo, la stagione secca è il periodo preferito da ribelli e briganti, specie in quel magico triangolo tra Ciad, Sudan e Centrafrica che è il Salamt, così, dopo che sono stati attaccati da ignoti malintenzionati armati ben due convogli di fila, si è deciso che per il momento era meglio lasciar stare il viaggio via terra. Il rapporto con cui lo staff locale di UNHCR annunciava la chiusura di quest’asse terrestre, lamentando l’insicurezza e l’isolamento dell’area, è veramente suggestivo e si conclude spiegando come, al momento, l’unico modo per allontanarsi dalla zona (aereo escluso) sia via piroga, ma anche questo sistema è, a loro avviso, sconsigliabile: recentemente tre donne sono state uccise dagli ippopotami durante la traversata… Che dire, le disgrazie, da queste parti, non vengono mai sole! Superfluo aggiungere che per ora è tutto bloccato, il governo ha garantito che proverà a migliorare le condizioni di sicurezza e le Nazioni Unite la qualità e la frequenza dei collegamenti aerei, ma visto l’isolamento della zona ed i tumulti nel vicino Centrafrica difficilmente sarà possibile a breve termine. Peccato, un po’ mi incuriosiva, un posto tanto inculato!
L’ultima settimana l’ho trascorsa a N’djamena con le mie amate fatture: in stagione secca il volo in aeroplano da Moundou è stato decisamente più tranquillo e mi sono divertito un sacco, nel posto subito dietro a quello del pilota, a provare ad imparare come si guida un aereo. Resterò qui finché tutto il materiale contabile non sarà pronto e temo che fino al 15 la vita sarà un inferno. Dopo chissà, magari anche peggio…
E con queste ottimistiche previsioni, vi saluto e abbraccio, alla prossima!
Rileggendo le ultime righe del post precedente mi viene un po’ da ridere, pensando a che odissea sia poi stato il mio viaggio di ritorno e a come me la fossi malamente tirata, la jella… Fortunatamente il rientro in Ciad è stato decisamente più indolore e già da tre settimane sono in questa ridente nazione, alle prese con la chiusura contabile dell’anno passato (un incubo..) in vista della verifica contabile di UNHCR (un altro incubo) e dell’inizio delle attività del nuovo anno (per certi aspetti pure peggio, come vedrete). Comunque, questa volta dovrò sopravvivere solo 3 mesi, saranno probabilmente i più duri, ma dopo averne già fatti 9 la strada sembra tutta in discesa...
Come al solito, comincerò il racconto dal viaggio, fortunatamente meno traumatico del rientro natalizio. Infatti, dopo che Air France, causa neve, mi ha fatto atterrare con più di 9 ore di ritardo a Genova, anziché a Linate (e sono stato tra i più fortunati…), in una indimenticabile vigilia di Natale, il viaggio con Afriqyiah via Tripoli è stato veramente una passeggiata. Questa linea aerea, fondata in omaggio alla ratifica, in Libia, del trattato che ha istituito l’Unione Africana nel 1999, è pensata quasi esclusivamente per gli africani migrati in Europa: i voli (tutti airbus nuovi di pacca, perché acquistati dopo la revoca dell’embargo contro Gheddafi) partono nel primo pomeriggio dalle capitali europee, arrivano la sera a Tripoli da cui, nella notte, partono le coincidenze per i principali aeroporti dell’Africa centrale e occidentale, che poi, a loro volta, rientreranno nella capitale libica all’alba, in tempo per il cambio coi voli del mattino verso l’Europa. L’aereo da Roma a Tripoli è, quindi, strapieno di rumorose e disordinate famiglie africane che tornano a casa portandosi quanta più roba possibile, al punto che sistemare il bagaglio a mano negli scomparti è una vera guerra, mentre sul Tripoli – N’djamena l’atmosfera è più tranquilla, i passeggeri sono meno numerosi e sono soprattutto distinti uomini d’affari arabi e africani.
Dopo aver lasciato Linate avvolta in un fitto nebbione invernale, mi aspettavo di ritrovare, a N’djamena, il limpido cielo africano, con luna e stelle a risplendere incontrastate, invece, con mia somma sorpresa, nebbia pure lì! Questa è, infatti, la stagione dell’Harmattan, il vento del deserto, che soffia dal Sahara sollevando imponenti montagne di polvere destinate a rimanere a lungo sospese nei cieli della zona sahelo - sahariana, creando una foschia rossiccia e fastidiosa. Nei giorni peggiori l’aeroporto viene chiuso e le macchine devono circolare a luci accese in pieno giorno, tale è la polvere. In questa stagione, però, non capita mai che il vento sia così forte e, soprattutto, per una ragione meteorologica a me ignota, fino a febbraio è freddo: quando atterro la temperatura al suolo è di 19 gradi e per tutta la giornata si oscilla tra i 20 e i 30, un vero paradiso! Ovviamente è un periodo limitato, da fine gennaio il vento ha iniziato a scaldarsi facendo risalire le temperature e a marzo già si morirà di caldo, ma come bentornato non è stato male. Ho così trascorso una piacevole domenica a N’djamena, per la prima volta senza grondare sudore, ma solo spolverandomi i vestiti di tanto in tanto e il lunedì ero già in viaggio per Goré.
Con mio sommo sollievo, il volo delle Nazioni Unite da N’djamena a Moundou era pieno, così ho dovuto ripiegare sul minibus locale, una scatola di sardine molto più pericolosa dell’aereo, considerata la qualità delle strade e degli autisti ciadiani, ma coi piedi per terra mi sento comunque più tranquillo. Dopo 7 piacevoli ore di viaggio, comprensive di sosta per la preghiera e soccorso ad un altro mezzo in panne, sono a Moundou, dove mi attendono colleghi e gippone per coprire insieme le due ore di pista sterrata che ci separano da Goré. A casa, ovviamente, mi ha accolto l’ennesimo cataclisma idraulico, col tubo dello scaldabagno cambiato mille volte rotto di nuovo e il solito lago in soggiorno (per ragioni a me ignote tutti i locali sono in lieve pendenza verso il soggiorno, cosicché, in caso di alluvione, l’acqua si raccolga sempre tutta li’…). Il tempo di asciugare e di una dormita, e si ricomincia.
Le prime due settimane a Goré sono state consacrate a due attività principali: scoprire come i comitati dei genitori hanno sciaguratamente dilapidato i loro fondi per le attività generatrici di reddito e risistemare tutte le varie fatture dell’annualità. Per i fondi, purtroppo, non c’è da essere molto ottimisti: nel mondo meraviglioso dipinto dal progetto, avrebbero dovuto consentire l’avvio di attività che generassero entrate da usare per le scuole, ma era decisamente utopico pensare che potessero bastare pochi mesi per istruire i comitati, montare i progetti e finanziarli. Il problema è che UNHCR finanzia i progetti annualmente, quindi siamo stati obbligati a lanciare le attività entro dicembre, altrimenti avremmo perso un sacco di soldi. Se era già impresa ardua di per sé, il fatto che il governo abbia imposto un prezzo massimo alla vendita al dettaglio di cereali e che il 90% dei progetti riguardassero l’acquisto a basso costo, lo stoccaggio e la rivendita a prezzo maggiorato proprio dei cereali, ha reso decisamente utopico avere entrate decenti e le mediocri capacità gestionali dei nostri contadinotti, che ci hanno portato dei conti totalmente sballati, hanno dato il colpo di grazia alle già esigue speranze di successo. Sbagliando si impara e speriamo vada meglio il prossimo anno, certo i vincoli burocratici e budgetari delle Nazioni Unite non aiutano.
Per le fatture, in un posto in cui la gran parte dei commercianti sa scrivere solo in arabo ed ha un rapporto conflittuale con la matematica, vi lascio immaginare che meraviglia di contabilità abbiamo… Il bello è che UNHCR organizza ogni anno la verifica di conti e giustificativi di tutte le ONG da parte di un audit esterno, che dicono molto rigido e puntiglioso; le verifiche si svolgono tra il 15 febbraio ed il 30 marzo e, siccome la fortuna è sempre dalla nostra parte, sono state calendarizzate in ordine alfabetico, così noi di Acra siamo i primi della lista, il 15 di questo mese. Vi lascio immaginare che settimane da incubo siano queste.
A rendere il tutto ancor più intrigante, ci sono due nuove aree di intervento a cui pensare: nonostante il cataclisma dei fondi per le attività generatrici di reddito e tutto lo stillicidio di disavventure che i miei venticinque lettori hanno potuto apprezzare attraverso questo tragico blog, pare che le altre organizzazioni facciano, mediamente, molto peggio, così, come riconoscimento ai nostri grandi successi, UNHCR ci ha aggiunto nuove compiti e nuove aree di intervento: non ci occuperemo più solo delle scuole, ma anche dei comitati creati per erogare i servizi fondamentali nei campi (assistenza ai bisognosi, alle donne, risoluzione delle controversie, gestione dell’acqua, ecc), che dovranno integrarsi con strutture comunitarie analoghe presenti nei villaggi circostanti; e, soprattutto, non interverremo solo nella zona di Goré, ma anche nelle altre due aree con campi di profughi centrafricani in Ciad, Maro’ e Salamat. Se a Maro’, un villaggio a circa 400 km a est rispetto a Goré, Acra ha già un progetto e si tratta solo di rinforzare un intervento in corso in una zona tranquilla e accessibile, il Salamat, all’estremo est, è veramente una regione dimenticata da dio e dagli uomini, in cui lavorare sarà una sfida alla ragionevolezza. Ad Haraze, il capoluogo, UNHCR stava per costruire un bellissimo aeroporto per rendere la zona un po’ più accessibile, se non che le ineffabili autorità locali hanno deciso di installare un’antenna telefonica (che peraltro non funziona..) proprio in fondo alla pista per gli aerei e al momento possono decollare e atterrare solo aeroplanini a 4 posti, scartando bruscamente l’antenna in fase di decollo ed atterraggio. L’altra cittadina, Daha, è ancora più sperduta e possono arrivarci solo gli elicotteri, quando disponibili. Durante la stagione delle piogge i campi, a causa delle alluvioni, sono inaccessibili anche per UNHCR, è praticamente impossibile uscire dai due centri abitati e solo raramente aerei ed elicotteri riescono ad atterrare. Essendo il posto così isolato, va da se che in loco non si trova nulla, se non a costi esorbitanti, quindi bisogna portarsi appresso scorte di acqua, di carburante, di viveri.. Quando si dice un paradiso tropicale…
Pur con molte perplessità, eravamo pronti a lanciarci anche in questa avventura: ci era stato detto che nel periodo secco potevamo tranquillamente andare in macchina da Maro’, inserendoci in uno dei convogli umanitari organizzati da UNHCR per rifornire i disgraziati che lavorano laggiù. Purtroppo, la stagione secca è il periodo preferito da ribelli e briganti, specie in quel magico triangolo tra Ciad, Sudan e Centrafrica che è il Salamt, così, dopo che sono stati attaccati da ignoti malintenzionati armati ben due convogli di fila, si è deciso che per il momento era meglio lasciar stare il viaggio via terra. Il rapporto con cui lo staff locale di UNHCR annunciava la chiusura di quest’asse terrestre, lamentando l’insicurezza e l’isolamento dell’area, è veramente suggestivo e si conclude spiegando come, al momento, l’unico modo per allontanarsi dalla zona (aereo escluso) sia via piroga, ma anche questo sistema è, a loro avviso, sconsigliabile: recentemente tre donne sono state uccise dagli ippopotami durante la traversata… Che dire, le disgrazie, da queste parti, non vengono mai sole! Superfluo aggiungere che per ora è tutto bloccato, il governo ha garantito che proverà a migliorare le condizioni di sicurezza e le Nazioni Unite la qualità e la frequenza dei collegamenti aerei, ma visto l’isolamento della zona ed i tumulti nel vicino Centrafrica difficilmente sarà possibile a breve termine. Peccato, un po’ mi incuriosiva, un posto tanto inculato!
L’ultima settimana l’ho trascorsa a N’djamena con le mie amate fatture: in stagione secca il volo in aeroplano da Moundou è stato decisamente più tranquillo e mi sono divertito un sacco, nel posto subito dietro a quello del pilota, a provare ad imparare come si guida un aereo. Resterò qui finché tutto il materiale contabile non sarà pronto e temo che fino al 15 la vita sarà un inferno. Dopo chissà, magari anche peggio…
E con queste ottimistiche previsioni, vi saluto e abbraccio, alla prossima!
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