Monday, April 18, 2011

Aprile, il ritorno del Grande Caldo...

Ciao a tutti,

Ho ormai festeggiato l’anniversario del mio primo (e ultimo..) anno in questo paradiso tropicale e, come potrete immaginare, la situazione è tornata tale quale quella di un anno fa: un caldo mostruoso e assassino, fiumi di sudore e la smaniosa attesa dei primi, rinfrescanti acquazzoni. Il vento fresco di febbraio si è progressivamente trasformato, nel mese di marzo, in un rovente phon, per poi sparire con l’arrivo di aprile e di una terribile umidità, destinata ad aumentare, così come la nostra sofferenza, fino all’esplosione dei primi, sporadici, acquazzoni e all’inizio della vera propria stagione delle piogge, tra giugno e settembre, in cui vedere il sole sarà una rarità. Io dovrei beccarmi solo i primi uragani e l’afa rovente che si porteranno appresso (il fresco arriverà solo a giugno inoltrato, purtroppo), quindi dal punto di vista climatico non mi aspettano grandi giornate e dal punto di vista lavorativo nemmeno, dato che ho prolungato un po’ il contratto soprattutto per la mastodontica mole di lavoro che ancora ci aspetta…

Comunque, oltre a dolermi del futuro, vi racconterò di questi giorni, in cui sono state organizzate attività importanti e anche di aneddoti simpatici non ne sono mancati.

La grande differenza rispetto allo scorso anno è che, avendo diverse aree di intervento, mi capita di spostarmi con una certa frequenza, soprattutto tra Goré e Maro’, anche se il punto di riferimento rimane sempre Goré, dove abbiamo la sede principale ed il progetto più importante. Qui stiamo sistemando alcune questioni rimaste in sospeso dallo scorso anno (la distribuzione dei manuali scolastici, finalmente fatta, e l’intervento sulle attività generatrici di reddito, tutt’ora in corso) ed abbiamo dovuto organizzare un forum per la pianificazione dell’intervento dei prossimi due anni, mentre a Maro’ e ad Haraze, in cui comunque ci saranno meno attività, siamo ancora ad uno stadio iniziale, di valutazione della situazione di partenza e svolgimento delle attività di base, fondamentalmente il pagamento dei salari e le distribuzioni di materiali.

Sulla distribuzione dei manuali non c’è molto da dire: abbiamo calcolato quanti darne per garantire un certo rapporto manuali – studenti in ogni scuola (ad esempio, un manuale di francese ogni tre studenti, uno di matematica ogni quattro, eccetera) in base alle quantità disponibili, abbiamo affisso sulle copertine il timbro di Acra, specificando che è severamente vietata la vendita (c’è poco da sperarci, in alcuni di quelli che abbiamo comprato c’era già il timbro di USAID con lo stesso divieto…), per poi consegnarli, con mille raccomandazioni e alla presenza delle autorità, nelle varie scuole del progetto. I manuali scolastici, qui, sono una vera rarità ed una grande ricchezza, speriamo ne facciano un uso non troppo scellerato.

Per le attività generatrici di reddito, abbiamo organizzato delle formazioni supplementari per i comitati più in difficoltà ed attuato alcuni correttivi, al punto che, a marzo, sono state tutte in attivo, anche se con margini di profitto piuttosto scarsi (tra i 50 e i 70 euri mensili, mediamente). Per le scuole di villaggio è stata comunque una manna: avendo pochi insegnanti e poco pagati, grazie a questi piccoli introiti riusciranno, per la prima volta, a saldare i salari fino a fine anno, evitando scioperi e abbandoni dei maestri; per le scuole dei campi, con un pletorico corpo docente “strapagato” (circa 45 euri al mese), purtroppo questi ricavi non bastano, dunque bisognerà pensare a nuove attività più remunerative. Il problema è che nei campi la gran parte di beni e servizi è ancora fornita gratuitamente da UNHCR e dalle ONG e trovare un’attività economica redditizia non è affatto semplice.

L’altra grande attività è stata il forum di pianificazione, in cui UNHCR invita tutti i partner, i rappresentanti dei rifugiati e delle autorità locali a discutere insieme le priorità per il prossimo biennio, sulla base delle quali chiedere lo stanziamento dei fondi alla sede centrale di Ginevra. Quest’anno lo abbiamo dovuto organizzare noi e, oltre ad essere una buona occasione per collaudare l’équipe appena reclutata sulle questioni logistiche (organizzazione degli inviti, della sala, dei trasporti, dei rinfreschi..), abbiamo provato a rendere questo processo “partecipativo” un po’ più partecipativo di quanto lo concepisse UNHCR, ad esempio invitando dei traduttori per i rifugiati che non capiscono il francese, lingua in cui si svolgono tutti gli incontri, e lasciando che fossero gli ospiti a fare delle proposte, piuttosto che a dire solo si o no a cose già decise da qualcun altro. I risultati sono stati altalenanti, nel senso che, dopo una parte di presentazione generale, ci si è divisi in gruppi tematici e alcuni hanno tirato fuori proposte originali, mentre altri hanno ripreso paro paro il programma dell’anno precedente. Non era proprio quello che speravamo, ma almeno un minimo di contributo da parte dei rifugiati siamo riusciti a ricavarlo. Per quel che concerne l’esordio della nostra nuova équipe, diciamo che avrebbero potuto fare meglio: la mattina del grande evento, i rifugiati di Amboko ci telefonano all’alba per dirci che sono già arrivati, ma non hanno trovato nessuno, quando i nostri eroi avrebbero dovuto essere lì già da un pezzo. Un paio di telefonate furiose e salta fuori che hanno prenotato e preparato nel posto sbagliato, ossia nella piccola sala della parrocchia, anziché nella grande sala dell’arcivescovado.. Così ci siamo trovati a smobilitare e ripreparare tutto (generatore, computer, videoproiettore, sedie, cibo per più di 100 persone..) in fretta e furia mentre la massa degli invitati affluiva inesorabile. Alla fine è andata bene, nel senso che si è iniziato con un’ora di ritardo, puntualità svizzera paragonata alla media africana, però per la nuova équipe non è stato quel che si dice un esordio rassicurante..

Potrei scrivere un libro sugli spostamenti tra Maro’ e Goré, che ormai ho fatto con ogni mezzo possibile (camion, autobus, jeep, aereo) e con ogni sorta di contrattempo immaginabile, ma l’ultimo viaggio merita decisamente una menzione speciale. Per una volta, infatti, sembra andare tutto liscio: viaggio in macchina da Maro’ a Sarh, volo delle Nazioni Unite tra Sarh e Moundou, e poi di nuovo macchina tra Moundou e Goré.

Già all’aeroporto di Sarh, però, la mia ingenuità mi caccia in un grosso pasticcio: tutto felice, infatti, penso di scattare una bella foto all’aeroplanino in arrivo sulla pista in terra battuta, giusto per avere un ricordo dell’aeroplanino e dello scanchignata pista d’atterraggio. A Moundou non c’erano stati problemi a scattare foto, ma a Sarh, ahimè, la brigata di militari è basata proprio all’aeroporto e non faccio in tempo a sentire il click della macchina che il manone minaccioso di un burbero ufficiale me la strappa di mano, facendo cenno di seguirmi. Così mi trovo nella stanzino della brigata, dove mi viene detto che ho commesso una grave infrazione e dovrò aspettare l’arrivo del “capo”, dopo la partenza dell’aereo, per decidere il da farsi. Col fare più costernato possibile, spiego che sono amareggiato per l’errore e che posso tranquillamente cancellare la foto, ma aspettare il suo capo è fuori discussione, io con quell’aereo devo partire. Il generoso militare si dice disposto a lasciarmi partire, ma, ahimè, la macchina fotografica è sotto sequestro, dovrà restare lì con lui. Immaginando già come andrà a finire, insisto spiegando quanto sia importante per me ripartire con la macchina, che ci sono anche foto di lavoro, e chiedo se non sia proprio possibile trovare una soluzione. Ovviamente la soluzione si trova: se cancello la foto e lascio 30 euro, si può far finta che non sia successo nulla. L’ultimo ostacolo è la mia straccionaggine: 30 euro non li ho. Il soldato dapprima si mostra irremovibile, poi, dopo che gli svuoto il portafogli davanti agli occhi deponendo sulla scrivania circa 20 euro, tutti i miei averi in quel momento, si rassegna, arraffa soddisfatto e mi restituisce la macchina. Rode il culo buttare via soldi così e non è bene incentivare la corruzione in uno dei paesi più corrotti al mondo, ma avrebbe potuto veramente andare molto peggio!

Giunto sano e salvo all’aeroporto di Moundou, racconto divertito la disavventura ai colleghi e sono grasse risate, ma ci troviamo presto, però, di fronte ad una nuova, triste realtà: in banca, per un problema tecnico, non possono darci soldi se non nel pomeriggio ed io ero, fino al saccheggio di Sarh, l’unico a possedere contante… Così ci troviamo nell’imbarazzante situazione in cui amministratore (ossia io), contabile ed autista si son dovuti far offrire un succulento pasto a base di montone grigliato dall’ultimo animatore appena reclutato che, essendo di Moundou, era l’unico ad avere un po’ di liquidità. Dopo una pennichella sotto il rovente hangar del grigliatore (non avendo soldi, non abbiamo potuto accamparci in alcun altro posto..), finalmente recuperiamo il contante dalla banca, facciamo i nostri acquisti e partiamo sereni alla volta di Goré. Il viaggio dura, però, poco: un camion si è incastrato sul minuscolo ponte sul Logone in direzione sud e l’unica strada per tornare a casa (nonché l’unica arteria a collegare Moundou con tutte le altre città del sud del Ciad..) è bloccata. Proviamo, con la nostra poderosa Toyota, una coraggiosa traversata del fiume su quello che ci dicono essere un guado sicuro, ma la presenza di un altro veicolo insabbiato tra i flutti ci riporta a più miti consigli: liberiamo la macchina dei colleghi di CSSI (una ONG locale che si occupa di sanità e lavora con noi a Goré), che hanno provato a seguirci nell’avventura, ma con un autista meno esperto sono rimasti insabbiati nel letto del fiume, e torniamo a Moundou. Ci accampiamo tutti assieme in una infima bettola e ci godiamo la nostra serata nella grande città con costolette di agnello e birra, pronti a ripartire l’indomani all’alba. Nel nostro Grand Hotel senza corrente, infatti, già alle cinque le stanze sono una sauna e siamo tutti smaniosi in macchina, se non che il camion è ancora saldamente incastrato sul ponte e l’unica differenza rispetto al giorno precedente è che ora nel fiume sono tre le macchine insabbiate e alla deriva. La fretta, pessima consigliera.. Dopo varie consultazioni, elaboriamo un itinerario alternativo per tornare a Goré e, dal momento che il ponte più vicino è già in Camerun, otteniamo un’autorizzazione speciale a transitare per il territorio camerunense. Siamo pronti a questa grande traversata (260 km, rispetto ai canonici 115) quando, magicamente, il ponte viene sgombrato e possiamo ripartire, accodati tra centinaia di camion e autobus bloccati dal giorno prima. Il Ciad può tornare a respirare, con la sua grande arteria stradale sgombra e noi, finalmente, torniamo a casa.

Con l’auspicio di avere presto altrettante disavventure con cui allietarvi, un abbraccio dal caldo Ciad.

P.S: Dopo il mio terzo derby africano, non poteva mancare una cartolina per gli amici nerazzurri da quello splendido hangar di paglia dove ormai sono noto come “le supporter de Pato”, per il macello che ho fatto nei primi istanti della splendida serata. Ha portato così bene, quel posto, che sono tornato a vedere anche lo Schalke… Che dire, quando abbandonerò il Ciad, mi mancherà non poco l’angusto e polveroso hangar di Goré 

Monday, March 21, 2011

Settimana della donna e altre disgrazie

Nuovamente ciao dal Ciad,

Vi scrivo quando ormai il caldo si fa pesantemente sentire: la fresca brezza di gennaio è diventata progressivamente un phon bollente e di giorno sembra veramente di essere in un forno, l’aria scotta e il sole picchia duro sulla testa; fortunatamente il clima è molto secco, quindi si suda ancora poco e la notte torna la frescura e si riesce a dormire. Insomma, una canicola tollerabile, e tale dovrebbe rimanere fino alle prime piogge del mese di maggio…

Ci eravamo lasciati alla vigilia della famigerata settimana della donna ciadiana, dall’1 all’8 marzo, un evento che tutti aspettavano con terrore per il numero di litigi e problemi che ne caratterizzano l’organizzazione: si tratta, infatti, di programmare, con un comitato di donne di Goré, un rappresentante del governo e le varie ong e organizzazioni locali, una settimana di eventi di sensibilizzazione sul ruolo della donna e le sue varie sciagure (matrimoni e gravidanze precoci, dispersione scolastica, violenze di genere, AIDS, ecc). Purtroppo in Africa i concetti di “volontariato” e “bene comune” sono ancora lungi dal radicarsi, così l’organizzazione di questi eventi diventa presto una squallida caccia alla “motivazione” (il sinonimo che si usa per dare soldi alla gente affinché faccia presenza..); l’abitudine del governo di dare delle “motivazioni” alla donne che partecipano alle sfilate nelle feste nazionali, generosamente ripresa da UNHCR per “motivare” gli svogliati rifugiati, ha creato un retroterra di avidità ed egoismo che ci vorrà tempo e pazienza per sradicare. Noi abbiamo fatto del nostro meglio, col risultato che la settimana è stata un’ininterrotta battaglia e negoziazione, in certi casi non ancora finita (c’è un gruppo di danzatori coi quali stiamo ancora litigando per il compenso e un esercito di accattoni che odierà Acra con tutto il cuore..). Al di la di quest’estenuante battaglia e delle debolezze logistiche e organizzative, gli eventi sono stati preparati bene e molto seguiti: ci sono state piccole recite teatrali, forum su temi sensibili per le donne con quiz e premi finali, gare di corsa, di calcio, temi - concorso per i ragazzini delle scuole e la grande sfilata dell’8 marzo, con tutti i comitati femminili della zona a manifestare in abiti tradizionali, danzando e inscenando piccoli sketch. Peraltro il concorso di tema delle scuole è stato vinto da una ragazza, premiata ufficialmente dal prefetto dinnanzi a una piazza traboccante e festante, un vero trionfo.

Ci sono stati momenti indimenticabili, come quando ho scoperto all’ultimo che, in quanto rappresentante di Acra, avrei dovuto recitare un discorso dinnanzi alle autorità e alla piazza gremita e mi sono trovato, come a scuola coi compiti non fatti, a imbastirlo in fretta e furia scopiazzando a destra e manca dagli interventi precedenti, o le varie volte che siamo rimasti nel buio totale a recuperare le nostre attrezzature (generatore, stereo, sedie..) abbandonate dalle ineffabili donne del comitato alla mercé dei vari ladroni di passaggio. Alla fine ce la siamo cavata, nel senso che sono sparite solo due sedie e due divise da calcio, ma avrebbe potuto sicuramente andare molto peggio!

Il momento più alto resta indubbiamente l’ultima sera, quando i militari che hanno presidiato la piazza e difeso le nostre cose, sono venuti a battere cassa, nonostante il prefetto avesse assicurato che avrebbe provveduto lui al loro compenso. Da queste parti, infatti, i pubblici ufficiali prendono un salario miserrimo e non hanno alcun mezzo a disposizione, conseguentemente, pure per loro è necessaria la “motivazione”, affinché facciano il loro lavoro: il poliziotto a cui denunci un furto si dirà lieto di aiutarti, se gli paghi la benzina per andare a svolgere le sue indagini, il militare è disposto a restare tutto il giorno a presidiare i tuoi beni, a patto che gli rimborsi il pranzo, e via dicendo. Penso la si possa serenamente chiamare “corruzione”, ma qui, in assenza di uno Stato degno di tale nome, è pratica comune; in quanto ong dovremmo assolutamente evitarla, ma purtroppo tante volte non si può proprio fare diversamente… Ad esempio, l’ultima sera di questa terribile settimana, mentre sbaraccavamo tutto ormai al buio e assediati da ladri e accattoni che cercavano di accaparrarsi quanta più roba possibile, ecco presentarsi, burberi, questi omaccioni in divisa a reclamare dei kit con dei saponi che erano avanzati dalla giornata, come compenso per il loro lavoro. Io, ovviamente, ho risposto che non se ne parlava, ma in breve mi son trovato circondato dalle donne del comitato e dalle nostre animatrici, che mi hanno spiegato, terrorizzate, come questi soldati non fossero di Goré ma venissero da fuori e che se non gli avessimo dato qualcosa non avrebbero avuto alcuna remora a vendicarsi su di loro: “i saponi si possono ricomprare, i nostri corpi no” è stato lo slogan che mi ha, alla fine, convinto a cedere. Dinnanzi a tali obiezioni, che altro potevo fare, infatti, se non tornare sui miei passi? Del resto, io dormo in una solida casa con muro di mattoni e guardiano, loro, se va bene, hanno una porta malchiusa e un muro di paglia e sono, quindi, più esposte ad eventuali rappresaglie. Alla fine, per un po’ di sapone chissene…

Quando, dopo l’ultimo ampolloso discorso sulle donne e il loro ruolo nel mondo, la grande sfilata finale e la liquidazione degli scassapalle residui eravamo pronti a rilassarci e sbronzarci nella grande festa finale dal prefetto, ecco che arrivano i nostri amici della verifica contabile, in missione a Goré per ispezionare il nostro ufficio e verificare fisicamente la presenza degli assets che abbiamo riportato nel rapporto. Una vera perdita di tempo, resa particolarmente grottesca dall’orario inappropriato: infatti, si presentano da noi alle cinque, in piena smobilitazione, verificano computer e moto di Goré e poi, come nulla fosse, chiedono di vedere le stesse cose pure nella base di Timberi, a 40 minuti di viaggio da Goré. Così, pressati dall’imminenza delle tenebre, recuperiamo in fretta il responsabile di Timberi e ci incamminiamo con la speranza di rientrare prima del tramonto, quando, da regolamento, i nostri mezzi non potrebbero circolare. Un solo, piccolo problema: il responsabile di Timberi era venuto a Goré solamente per la festa e, a differenza di noi, si era già portato abbondantemente avanti con le libagioni... Purtroppo era il solo ad avere le chiavi dell’ufficio e non aveva più la lucidità necessaria per lasciarci le chiavi e farsi da parte: abbiamo passato, io, il contabile e l’autista, tutta l’ispezione a Timberi, più il resto della serata del prefetto a cercare di contenere gli sproloqui etilici di quest’uomo in pieno delirio. Sono curioso di vedere cosa scriveranno sul rapporto dell’ispezione all’ufficio di Timberi…

Al di la di questa settimana, ci sono due grossi eventi che stanno assorbendo energie ed attenzione della piccola comunità di umanitari a Goré. La prima, come potete immaginare, è la sciagura che sta avvenendo nella confinante Libia. Fin dalle prime avvisaglie, parte dello staff di UNHCR è stato mobilitato per l’urgenza alla frontiera libico - tunisina, dove si sono dovuti allestire nuovi campi per l’imponente afflusso di profughi dal conflitto e, dunque, vi era ben più bisogno che non nell’ormai placida frontiera sud del Ciad. Passata questa prima fase, resta la preoccupazione per come la situazione potrà evolvere, ma ormai a parlare di Libia é soprattutto il nostro staff locale, che grazie alla diffusione di Radio France International su tutto il territorio ciadiano è spesso più informato di noi. I pareri sono vari, ma, nel complesso, sono tutti molti colpiti dal fatto che la gente si sia rivoltata contro un despota che, a loro parere, è ben più giusto e generoso del despota locale. Gheddafi, qui, è piuttosto popolare, anche perché la Libia da lavoro a parecchia gente, tra banche e imprese varie, ed ha contribuito alla costruzione di numerose moschee, oltre ad esportare, come da noi, petrolio e derivati. I cannoni sui manifestanti gli hanno fatto perdere punti, ma lo stupore resta più forte delle sdegno. Non condivido tanti discorsi che vengono fatti dai miei colleghi, ma è apprezzabile come, pur accettando tutti che un despota governi incontrastato nel suo paese, a patto che garantisca qualcosa ai suoi sudditi, siano comunque pienamente consapevoli del fatto che un despota è un despota e in un mondo ideale non ci dovrebbe essere. Dopo decenni di guerre, mi dicono, è meglio, per il Ciad, un dittatore, a patto che riesca a mantenere la pace e portare un po’ di sviluppo. Poi, quando staremo tutti meglio, allora potremo chiedere qualcosa in più, come stanno facendo ora gli arabi coi rispettivi dittatori. In un continente in cui l’ingiustizia e il sopruso sono all’ordine del giorno, vedere che comunque un minimo di consapevolezza c’è (anche se temo che i miei colleghi che ascoltano i radiogiornali in francese non rappresentino il ciadiano medio, purtroppo..), che le porcherie che accadono in Costa d’Avorio o in Libia sono note, come noti sono i responsabili, mi da pochino di speranza in più, per il futuro. Certo, ne dovrà passare di acqua sotto i ponti, prima che si smuova qualcosa pure qui…

L’altro grande evento non è altrettanto noto a livello internazionale, ma sta facendo ammattire ancora di più lo staff locale di UNHCR. Dopo i problemi di insicurezza nella regione sud orientale, infatti, il governo ha chiesto di spostare i rifugiati dalla zona di Daha, alla zona di Haraze, circa 100 km a nord e in una zona più tranquillo e controllabile. Per noi è forse anche meglio, lavoreremo in un contesto più sicuro e circoscritto, ma per UNHCR si tratta di organizzare e gestire il trasferimento di più di 2000 persone in un nuovo sito entro un mese, prima che arrivino le piogge e gli spostamenti divengano impossibili. Così ora sono tutti in ansia per trovare terreni, costruire infrastrutture e avere servizi e derrate alimentari sufficienti per questa non indifferente mole di persone. Non sarà certo il cataclisma della Libia, ma nemmeno una passeggiata! Noi siamo stati interpellati solo per la preparazione della nuova scuola, per la quale appresteranno 10 hangar di paglia e cercheranno un po’ maestri comunitari nei dintorni, ma altre organizzazioni stanno sudando sette camice per essere pronte in tempo.

A parte questo problema in Salamat, anche a Goré ci aspettano giornatine: stiamo finalmente distribuendo i manuali scolastici nelle scuole, stiamo progettando gli hangar di cemento, per cominciarne, a breve, la costruzione al posto di quelli in paglia, abbiamo organizzato alcune formazioni per i maestri e vari correttivi alle attività generatrici di reddito ed alle cotizzazioni per evitare che le scuole falliscano, mentre a breve dovremo organizzare un grande forum con UNHCR, ong varie e rappresentanti dei rifugiati e delle istituzioni locali per discutere della strategia di integrazione futura. In tutto questo, la nostra base è un cantiere, perché stanno costruendo due nuovi uffici, e sono appena arrivate una decina di nuove reclute, risorse preziose, ma che devono ancora capire cosa fare, e come, quindi vanno seguite con attenzione (oltre ad essere raminghe per il cantiere, visto che gli uffici sono ancora lontani dall’essere pronti..). Grazie a dio le mie cape sono tornate, sennò da solo sarebbe stato un vero suicidio!

Dal Ciad è tutto, un abbraccio a tutti

Monday, February 28, 2011

Libia in fiamme, biglietto aereo in fumo...

Ciao a tutti,

Ancora una volta, elogiando la qualità e l’affidabilità della libica Afriqyiah Airways ed il fatto che, crollasse il mondo, non mi sarebbe mai potuto capitare di restare bloccato sull’aereo a Tripoli per neve, come mi era successo a Parigi a Natale, mi sono portato una sfiga inaudita: il solido regime pluridecennale del buon Gheddafi è inaspettatamente crollato e ora sono qui, con un biglietto per Milano Malpensa di una linea aerea che non so nemmeno se esista più… Diciamo che i miei viaggi di ritorno non sono mai banali, ma, vedendo i ciadiani ritirare frettolosamente i loro risparmi dalla principale banca del paese (a capitale libico..) o domandarsi che sarà delle varie aziende che il loro ricco vicino ha aperto in terra ciadiana e ora potrebbero lasciare tutti a piedi da un giorno all’altro, penso che, tutto sommato, non ho poi molto di cui lamentarmi. A costo di sfidare nuovamente il destino, comunque, mi sento di dire che non esiste alcun rischio contagio per il Ciad: la maggior parte delle persone con cui parlo si chiede sconcertata come mai i libici si rivoltano, quando Gheddafi garantisce elettricità, acqua e cibo; se anche uno è un tiranno, una volta che dà qualcosa da mangiare a tutti, che problema è? Mentalità riprovevole, ma non così tanto differente dalla nostra, sotto molti punti di vista…

Tornando a noi, vi avevo lasciati a N’djamena, nell’affannosa preparazione dell’ispezione contabile di UNHCR. L’ispezione c’è stata ed è stata talmente efficiente ed approfondita che ancora adesso non ne conosciamo l’esito.. L’équipe che ha fatto l’ispezione, 100% ciadiana, era una vera un’armata brancaleone allo sbaraglio, sembravano capirne pure meno di me, il che è tutto dire.. Dopo una giornata di domande surreali e sviste assurde sembravano abbastanza soddisfatti della nostra contabilità, ma aspettiamo il rapporto finale per cantar vittoria.

Così, finalmente libero da questo tormento, di buon mattino mi imbarco sull’aeroplanino per Moundou, come sempre all’alba. Nonostante al momento solo 4 compagnie aeree atterrino a N’djamena (Air France, Ethiopian Airlines, Toumai Air Tchad e, se vola ancora, Afriqyiah Airways), l’aeroporto di prima mattina è in gran fermento: ci sono infatti i numerosi voli umanitari delle Nazioni Unite, soprattutto verso l’est, e quelli dei militari, per cui ci si trova in code affollate e disorganizzate tra contingenti di caschi blu e funzionari d’ambasciata. Per rendere un po’ più vario il panorama, Toumai Air Tchad sta intensificando la frequenza dei voli verso le zone petrolifere (il che vuol dire un paio di voli alla settimana, non di più…), sempre affollati di imprenditori cinesi e faccendieri arabi o locali. Considerando che quando sono arrivato non effettuava volo alcuno, sembrerebbe che il petrolio stia facendo fare progressi rapidi, al solito in cose fondamentali e prioritarie, come i collegamenti aerei per le zone d’affari, mentre scuole e ospedali sprofondano nella miseria..

Comunque, anche questo volo ha avuto la sua originalità: ci sediamo, nell’unica fila di sedili del minuscolo trabiccolo, si accende rumorosamente un motore, si accende altrettanto rumorosamente l’altro, sfilza di parole dei piloti in una lingua incomprensibili, si spengono i motori e ci fanno scendere tutti: l’aereo é guasto, partiremo a mezzogiorno con un altro velivolo. Una scocciatura, ma meglio se ne siano accorti mentre eravamo ancora a terra…

Tornato nella mia casetta di Goré, finalmente solo, visto che la capa è in vacanza e la nuova supercapa, che coordinerà i tre differenti progetti, è partita per una missione kamikaze in Salamat, il paradiso di cui vi raccontavo nel post precedente, ho potuto riprendere un po’ il contatto con le attività, cosa ben più interessante di fatture e simili. Abbiamo selezionato gli “ausiliari”, ossia dei rifugiati che supporteranno i nostri animatori per le attività nei campi, preparato la distribuzione dei manuali scolastici nelle scuole, organizzato alcune formazioni per i comitati di gestione delle attività generatrici di reddito, che sembrano lentamente migliorare dopo le catastrofi iniziali, e condotto uno studio sui comitati dei campi che dovremo supportare nel corso dell’anno, per stabilire che progetti portare avanti con loro. Ormai l’équipe è abbastanza affiatata e conosce il lavoro, quindi la supervisione è stata tranquilla e il clima sereno. Abbiamo anche iniziato la costruzione del nuovo ufficio e a breve dovremo stiparci altro personale che arriverà a supportarci, essendo aumentate le attività. Probabilmente tornerà tutto caotico come prima, ma questo finale di febbraio è stato decisamente piacevole, nonostante l’inesorabile appropinquarsi del caldo…

Un bel giorno ho potuto finalmente coronare uno dei tanti sogni stupidi della mia vita: un bel viaggio a bordo di un camion. Dovevo, infatti, trasportare a Maro’, la nostra nuova zona di intervento tranquilla e piacevole, i soldi per pagare i salari dei maestri e una vagonata di materiale per la scuola del campo (quaderni, gessi, penne, eccetera). Starmene al sicuro nel poderoso camion UNHCR con la mia busta piena di milioni di franchi e quintalate di pacchi stipati nella stiva del bestione è stato, come si suol dire, prendere due piccioni con una fava. La distanza non era granché, ma come sempre in Africa, si parte all’alba per essere sicuri di arrivare entro sera e non restare in giro la notte con soldi e materiale; così, alle sei ci incamminiamo per la lunga pista sterrata che da Goré porta a Doba, Koumra, Sarh e, finalmente, Maro’, quasi 400 km a est di Goré, sempre sulla frontiera col Centrafrica. Il camion non è quel che si dice un fulmine e la strada non è quel che si dice un’autostrada, così, nonostante quegli stakanovisti dei camionisti effettuino solo brevi soste per pisciare, sono già passate le tre quando raggiungiamo la nostra meta.

Nel corso del viaggio il paesaggio non varia molto, a parte un’incredibile distesa di verde quasi padano nei pressi di Sarh, dove si trova l’industria dello zucchero a capitale francese, l’unica a potersi permettere un impianto di irrigazione e a rimanere fertile pure in questa stagione secca. Non piove ormai da inizio novembre e intorno a me ci sono solo polvere e arbusti a perdita d’occhio, inframmezzati da alberi di mango, piante maestose e di un verde intenso, ora arrossate dai numerosi fiori, che cominciano a gonfiarsi per poi riempirci, nel mese di aprile, di succulenti frutti. I colori sono stupendi, specie al tramonto, quando il rosso della terra si confonde con quello del cielo e rischiara le ombre dei cespugli e delle mandrie di buoi, che transitano sollevando imponenti nubi di polvere. La cosa impressionante, specie la sera, è il numero di fuochi accessi, i cosiddetti “fuochi di brousse”, un vero cataclisma ambientale: in parte i pastori, per bruciare i rovi secchi e liberare le ultime erbe disperatamente cercate dal loro bestiame, in parte i cacciatori, per stanare la selvaggina della savana, appiccano fuochi che il vento caldo e l’arsura rendono incontrollabili e distruggono i pochi alberi della zona. Come al solito, strategie deleterie e controproducenti, ma sempre meno dannose di quelle dei nostri avidi speculatori immobiliari, che per costruire villette e resort devastano, con cadenza estiva, quel che resta della macchia mediterranea. Insomma, l’umanità evolve rapidamente, la stupidità ancora di più!

A Maro’ abbiamo visitato i due campi della zona, Yaroungou, il primo ad essere allestito in territorio ciadiano, e Moula, dove gli ultimi rifugiati sono arrivati quest’estate in seguito alla cancellazione delle elezioni presidenziali in Centrafrica ed ai conseguenti tumulti. Abbiamo reso felici i maestri di Yaroungou portandoli i loro salari, un po’ meno di quelli di Moula, cui abbiamo dovuto annunciare che il loro già misero stipendio sarà ulteriormente ridotto, ma abbiamo fatto tante di quelle volte questo discorso crudele che ormai sono diventato più insensibile del peggiore dei padroni. Il tempo di mangiare una gustosa pietanza a base di selvaggina affumicata ed è già ora di rientrare. Non potendo contare più sul passaggio del camion, son dovuto ricorrere al caro vecchio bus delle cinque del mattino, l’unico a collegare direttamente Sarh con Moundou.

I colleghi di Maro’ mi hanno accompagnato, la sera prima, fino a Sarh, la terza città ciadiana, dopo N’djamena e Moundou e, devo dire, un po’ più piacevole delle altre: affacciata sulle rive del fiume Chari, in una zona protetta e poco popolata, i francesi avrebbero voluto trasformarla in capitale e collegarla alla rete ferroviaria camerunense. Purtroppo i sogni coloniali dei cugini d’oltralpe sono tramontati prima che queste infrastrutture vedessero la luce, però a Sarh sono rimaste un certo numero di villette graziose e palazzi degni di questo nome, oltre a un centro un po’ più razionale della media. Il lungofiume, nei pressi del liceo, è ancora intatto e la sera, con una collega di Maro’, siamo rimasti sulle rive erbose ad osservare branchi di ippopotami aggirarsi rumorosi nelle anse limacciose, mentre gli studenti del liceo ripassavano gli appunti all’aria aperta e gruppetti di bambini sembravano più divertiti da noi che dagli ippopotami. Un posto decisamente più arioso e tranquillo dell’opprimente N’djamena o della caotica Moundou.

Il viaggio di ritorno è stato quel che si dice un viaggio della speranza: la sveglia non è suonata, ho preso il pullman per il rotto delle cuffia dopo corsa disperata e, non essendoci più posti a sedere, mi sono dovuto accovacciare sul bidone dove conservano le bevande da consumare nella sosta, giusto accanto alla porta d’ingresso. Il posto più scomodo del mondo, ma secondo i miei incoraggianti compagni di viaggio non c’era da preoccuparsi: a Doba qualcuno sarebbe sicuramente sceso, dopo sole 5 ore di viaggio…. Nonostante l’infausto alloggiamento ed i terribili scossoni per la cattiva qualità della pista, sono riuscito comunque a fare un sonnellino, distrutto dalle troppe levatacce… Giunto finalmente a Moundou sotto il sole cocente di mezzogiorno, mi imbarco sul nostro gippone, pieno fino all’orlo di materiale per le feste che dovremo organizzare in onore della settimana della donna ciadiana, una settimana di eventi che avranno il loro culmine con una grande parata martedì 8 marzo. Tra stoffe, secchi e sacchetti d’acqua non so se sia meglio o peggio del bidone sul bus, comunque, con le sospensioni della jeep duramente provate dal carico, ci incamminiamo verso Goré e verso una settimana in cui, ahimè, il lavoro non mancherà…

Spero di riuscire a raccontarvi presto, per il momento un grande abbraccio!

Sunday, February 6, 2011

L'ultimo inizio

Ciao a tutti,

Rileggendo le ultime righe del post precedente mi viene un po’ da ridere, pensando a che odissea sia poi stato il mio viaggio di ritorno e a come me la fossi malamente tirata, la jella… Fortunatamente il rientro in Ciad è stato decisamente più indolore e già da tre settimane sono in questa ridente nazione, alle prese con la chiusura contabile dell’anno passato (un incubo..) in vista della verifica contabile di UNHCR (un altro incubo) e dell’inizio delle attività del nuovo anno (per certi aspetti pure peggio, come vedrete). Comunque, questa volta dovrò sopravvivere solo 3 mesi, saranno probabilmente i più duri, ma dopo averne già fatti 9 la strada sembra tutta in discesa...

Come al solito, comincerò il racconto dal viaggio, fortunatamente meno traumatico del rientro natalizio. Infatti, dopo che Air France, causa neve, mi ha fatto atterrare con più di 9 ore di ritardo a Genova, anziché a Linate (e sono stato tra i più fortunati…), in una indimenticabile vigilia di Natale, il viaggio con Afriqyiah via Tripoli è stato veramente una passeggiata. Questa linea aerea, fondata in omaggio alla ratifica, in Libia, del trattato che ha istituito l’Unione Africana nel 1999, è pensata quasi esclusivamente per gli africani migrati in Europa: i voli (tutti airbus nuovi di pacca, perché acquistati dopo la revoca dell’embargo contro Gheddafi) partono nel primo pomeriggio dalle capitali europee, arrivano la sera a Tripoli da cui, nella notte, partono le coincidenze per i principali aeroporti dell’Africa centrale e occidentale, che poi, a loro volta, rientreranno nella capitale libica all’alba, in tempo per il cambio coi voli del mattino verso l’Europa. L’aereo da Roma a Tripoli è, quindi, strapieno di rumorose e disordinate famiglie africane che tornano a casa portandosi quanta più roba possibile, al punto che sistemare il bagaglio a mano negli scomparti è una vera guerra, mentre sul Tripoli – N’djamena l’atmosfera è più tranquilla, i passeggeri sono meno numerosi e sono soprattutto distinti uomini d’affari arabi e africani.

Dopo aver lasciato Linate avvolta in un fitto nebbione invernale, mi aspettavo di ritrovare, a N’djamena, il limpido cielo africano, con luna e stelle a risplendere incontrastate, invece, con mia somma sorpresa, nebbia pure lì! Questa è, infatti, la stagione dell’Harmattan, il vento del deserto, che soffia dal Sahara sollevando imponenti montagne di polvere destinate a rimanere a lungo sospese nei cieli della zona sahelo - sahariana, creando una foschia rossiccia e fastidiosa. Nei giorni peggiori l’aeroporto viene chiuso e le macchine devono circolare a luci accese in pieno giorno, tale è la polvere. In questa stagione, però, non capita mai che il vento sia così forte e, soprattutto, per una ragione meteorologica a me ignota, fino a febbraio è freddo: quando atterro la temperatura al suolo è di 19 gradi e per tutta la giornata si oscilla tra i 20 e i 30, un vero paradiso! Ovviamente è un periodo limitato, da fine gennaio il vento ha iniziato a scaldarsi facendo risalire le temperature e a marzo già si morirà di caldo, ma come bentornato non è stato male. Ho così trascorso una piacevole domenica a N’djamena, per la prima volta senza grondare sudore, ma solo spolverandomi i vestiti di tanto in tanto e il lunedì ero già in viaggio per Goré.

Con mio sommo sollievo, il volo delle Nazioni Unite da N’djamena a Moundou era pieno, così ho dovuto ripiegare sul minibus locale, una scatola di sardine molto più pericolosa dell’aereo, considerata la qualità delle strade e degli autisti ciadiani, ma coi piedi per terra mi sento comunque più tranquillo. Dopo 7 piacevoli ore di viaggio, comprensive di sosta per la preghiera e soccorso ad un altro mezzo in panne, sono a Moundou, dove mi attendono colleghi e gippone per coprire insieme le due ore di pista sterrata che ci separano da Goré. A casa, ovviamente, mi ha accolto l’ennesimo cataclisma idraulico, col tubo dello scaldabagno cambiato mille volte rotto di nuovo e il solito lago in soggiorno (per ragioni a me ignote tutti i locali sono in lieve pendenza verso il soggiorno, cosicché, in caso di alluvione, l’acqua si raccolga sempre tutta li’…). Il tempo di asciugare e di una dormita, e si ricomincia.

Le prime due settimane a Goré sono state consacrate a due attività principali: scoprire come i comitati dei genitori hanno sciaguratamente dilapidato i loro fondi per le attività generatrici di reddito e risistemare tutte le varie fatture dell’annualità. Per i fondi, purtroppo, non c’è da essere molto ottimisti: nel mondo meraviglioso dipinto dal progetto, avrebbero dovuto consentire l’avvio di attività che generassero entrate da usare per le scuole, ma era decisamente utopico pensare che potessero bastare pochi mesi per istruire i comitati, montare i progetti e finanziarli. Il problema è che UNHCR finanzia i progetti annualmente, quindi siamo stati obbligati a lanciare le attività entro dicembre, altrimenti avremmo perso un sacco di soldi. Se era già impresa ardua di per sé, il fatto che il governo abbia imposto un prezzo massimo alla vendita al dettaglio di cereali e che il 90% dei progetti riguardassero l’acquisto a basso costo, lo stoccaggio e la rivendita a prezzo maggiorato proprio dei cereali, ha reso decisamente utopico avere entrate decenti e le mediocri capacità gestionali dei nostri contadinotti, che ci hanno portato dei conti totalmente sballati, hanno dato il colpo di grazia alle già esigue speranze di successo. Sbagliando si impara e speriamo vada meglio il prossimo anno, certo i vincoli burocratici e budgetari delle Nazioni Unite non aiutano.

Per le fatture, in un posto in cui la gran parte dei commercianti sa scrivere solo in arabo ed ha un rapporto conflittuale con la matematica, vi lascio immaginare che meraviglia di contabilità abbiamo… Il bello è che UNHCR organizza ogni anno la verifica di conti e giustificativi di tutte le ONG da parte di un audit esterno, che dicono molto rigido e puntiglioso; le verifiche si svolgono tra il 15 febbraio ed il 30 marzo e, siccome la fortuna è sempre dalla nostra parte, sono state calendarizzate in ordine alfabetico, così noi di Acra siamo i primi della lista, il 15 di questo mese. Vi lascio immaginare che settimane da incubo siano queste.

A rendere il tutto ancor più intrigante, ci sono due nuove aree di intervento a cui pensare: nonostante il cataclisma dei fondi per le attività generatrici di reddito e tutto lo stillicidio di disavventure che i miei venticinque lettori hanno potuto apprezzare attraverso questo tragico blog, pare che le altre organizzazioni facciano, mediamente, molto peggio, così, come riconoscimento ai nostri grandi successi, UNHCR ci ha aggiunto nuove compiti e nuove aree di intervento: non ci occuperemo più solo delle scuole, ma anche dei comitati creati per erogare i servizi fondamentali nei campi (assistenza ai bisognosi, alle donne, risoluzione delle controversie, gestione dell’acqua, ecc), che dovranno integrarsi con strutture comunitarie analoghe presenti nei villaggi circostanti; e, soprattutto, non interverremo solo nella zona di Goré, ma anche nelle altre due aree con campi di profughi centrafricani in Ciad, Maro’ e Salamat. Se a Maro’, un villaggio a circa 400 km a est rispetto a Goré, Acra ha già un progetto e si tratta solo di rinforzare un intervento in corso in una zona tranquilla e accessibile, il Salamat, all’estremo est, è veramente una regione dimenticata da dio e dagli uomini, in cui lavorare sarà una sfida alla ragionevolezza. Ad Haraze, il capoluogo, UNHCR stava per costruire un bellissimo aeroporto per rendere la zona un po’ più accessibile, se non che le ineffabili autorità locali hanno deciso di installare un’antenna telefonica (che peraltro non funziona..) proprio in fondo alla pista per gli aerei e al momento possono decollare e atterrare solo aeroplanini a 4 posti, scartando bruscamente l’antenna in fase di decollo ed atterraggio. L’altra cittadina, Daha, è ancora più sperduta e possono arrivarci solo gli elicotteri, quando disponibili. Durante la stagione delle piogge i campi, a causa delle alluvioni, sono inaccessibili anche per UNHCR, è praticamente impossibile uscire dai due centri abitati e solo raramente aerei ed elicotteri riescono ad atterrare. Essendo il posto così isolato, va da se che in loco non si trova nulla, se non a costi esorbitanti, quindi bisogna portarsi appresso scorte di acqua, di carburante, di viveri.. Quando si dice un paradiso tropicale…

Pur con molte perplessità, eravamo pronti a lanciarci anche in questa avventura: ci era stato detto che nel periodo secco potevamo tranquillamente andare in macchina da Maro’, inserendoci in uno dei convogli umanitari organizzati da UNHCR per rifornire i disgraziati che lavorano laggiù. Purtroppo, la stagione secca è il periodo preferito da ribelli e briganti, specie in quel magico triangolo tra Ciad, Sudan e Centrafrica che è il Salamt, così, dopo che sono stati attaccati da ignoti malintenzionati armati ben due convogli di fila, si è deciso che per il momento era meglio lasciar stare il viaggio via terra. Il rapporto con cui lo staff locale di UNHCR annunciava la chiusura di quest’asse terrestre, lamentando l’insicurezza e l’isolamento dell’area, è veramente suggestivo e si conclude spiegando come, al momento, l’unico modo per allontanarsi dalla zona (aereo escluso) sia via piroga, ma anche questo sistema è, a loro avviso, sconsigliabile: recentemente tre donne sono state uccise dagli ippopotami durante la traversata… Che dire, le disgrazie, da queste parti, non vengono mai sole! Superfluo aggiungere che per ora è tutto bloccato, il governo ha garantito che proverà a migliorare le condizioni di sicurezza e le Nazioni Unite la qualità e la frequenza dei collegamenti aerei, ma visto l’isolamento della zona ed i tumulti nel vicino Centrafrica difficilmente sarà possibile a breve termine. Peccato, un po’ mi incuriosiva, un posto tanto inculato!

L’ultima settimana l’ho trascorsa a N’djamena con le mie amate fatture: in stagione secca il volo in aeroplano da Moundou è stato decisamente più tranquillo e mi sono divertito un sacco, nel posto subito dietro a quello del pilota, a provare ad imparare come si guida un aereo. Resterò qui finché tutto il materiale contabile non sarà pronto e temo che fino al 15 la vita sarà un inferno. Dopo chissà, magari anche peggio…

E con queste ottimistiche previsioni, vi saluto e abbraccio, alla prossima!