Ciao a tutti,
Ho ormai festeggiato l’anniversario del mio primo (e ultimo..) anno in questo paradiso tropicale e, come potrete immaginare, la situazione è tornata tale quale quella di un anno fa: un caldo mostruoso e assassino, fiumi di sudore e la smaniosa attesa dei primi, rinfrescanti acquazzoni. Il vento fresco di febbraio si è progressivamente trasformato, nel mese di marzo, in un rovente phon, per poi sparire con l’arrivo di aprile e di una terribile umidità, destinata ad aumentare, così come la nostra sofferenza, fino all’esplosione dei primi, sporadici, acquazzoni e all’inizio della vera propria stagione delle piogge, tra giugno e settembre, in cui vedere il sole sarà una rarità. Io dovrei beccarmi solo i primi uragani e l’afa rovente che si porteranno appresso (il fresco arriverà solo a giugno inoltrato, purtroppo), quindi dal punto di vista climatico non mi aspettano grandi giornate e dal punto di vista lavorativo nemmeno, dato che ho prolungato un po’ il contratto soprattutto per la mastodontica mole di lavoro che ancora ci aspetta…
Comunque, oltre a dolermi del futuro, vi racconterò di questi giorni, in cui sono state organizzate attività importanti e anche di aneddoti simpatici non ne sono mancati.
La grande differenza rispetto allo scorso anno è che, avendo diverse aree di intervento, mi capita di spostarmi con una certa frequenza, soprattutto tra Goré e Maro’, anche se il punto di riferimento rimane sempre Goré, dove abbiamo la sede principale ed il progetto più importante. Qui stiamo sistemando alcune questioni rimaste in sospeso dallo scorso anno (la distribuzione dei manuali scolastici, finalmente fatta, e l’intervento sulle attività generatrici di reddito, tutt’ora in corso) ed abbiamo dovuto organizzare un forum per la pianificazione dell’intervento dei prossimi due anni, mentre a Maro’ e ad Haraze, in cui comunque ci saranno meno attività, siamo ancora ad uno stadio iniziale, di valutazione della situazione di partenza e svolgimento delle attività di base, fondamentalmente il pagamento dei salari e le distribuzioni di materiali.
Sulla distribuzione dei manuali non c’è molto da dire: abbiamo calcolato quanti darne per garantire un certo rapporto manuali – studenti in ogni scuola (ad esempio, un manuale di francese ogni tre studenti, uno di matematica ogni quattro, eccetera) in base alle quantità disponibili, abbiamo affisso sulle copertine il timbro di Acra, specificando che è severamente vietata la vendita (c’è poco da sperarci, in alcuni di quelli che abbiamo comprato c’era già il timbro di USAID con lo stesso divieto…), per poi consegnarli, con mille raccomandazioni e alla presenza delle autorità, nelle varie scuole del progetto. I manuali scolastici, qui, sono una vera rarità ed una grande ricchezza, speriamo ne facciano un uso non troppo scellerato.
Per le attività generatrici di reddito, abbiamo organizzato delle formazioni supplementari per i comitati più in difficoltà ed attuato alcuni correttivi, al punto che, a marzo, sono state tutte in attivo, anche se con margini di profitto piuttosto scarsi (tra i 50 e i 70 euri mensili, mediamente). Per le scuole di villaggio è stata comunque una manna: avendo pochi insegnanti e poco pagati, grazie a questi piccoli introiti riusciranno, per la prima volta, a saldare i salari fino a fine anno, evitando scioperi e abbandoni dei maestri; per le scuole dei campi, con un pletorico corpo docente “strapagato” (circa 45 euri al mese), purtroppo questi ricavi non bastano, dunque bisognerà pensare a nuove attività più remunerative. Il problema è che nei campi la gran parte di beni e servizi è ancora fornita gratuitamente da UNHCR e dalle ONG e trovare un’attività economica redditizia non è affatto semplice.
L’altra grande attività è stata il forum di pianificazione, in cui UNHCR invita tutti i partner, i rappresentanti dei rifugiati e delle autorità locali a discutere insieme le priorità per il prossimo biennio, sulla base delle quali chiedere lo stanziamento dei fondi alla sede centrale di Ginevra. Quest’anno lo abbiamo dovuto organizzare noi e, oltre ad essere una buona occasione per collaudare l’équipe appena reclutata sulle questioni logistiche (organizzazione degli inviti, della sala, dei trasporti, dei rinfreschi..), abbiamo provato a rendere questo processo “partecipativo” un po’ più partecipativo di quanto lo concepisse UNHCR, ad esempio invitando dei traduttori per i rifugiati che non capiscono il francese, lingua in cui si svolgono tutti gli incontri, e lasciando che fossero gli ospiti a fare delle proposte, piuttosto che a dire solo si o no a cose già decise da qualcun altro. I risultati sono stati altalenanti, nel senso che, dopo una parte di presentazione generale, ci si è divisi in gruppi tematici e alcuni hanno tirato fuori proposte originali, mentre altri hanno ripreso paro paro il programma dell’anno precedente. Non era proprio quello che speravamo, ma almeno un minimo di contributo da parte dei rifugiati siamo riusciti a ricavarlo. Per quel che concerne l’esordio della nostra nuova équipe, diciamo che avrebbero potuto fare meglio: la mattina del grande evento, i rifugiati di Amboko ci telefonano all’alba per dirci che sono già arrivati, ma non hanno trovato nessuno, quando i nostri eroi avrebbero dovuto essere lì già da un pezzo. Un paio di telefonate furiose e salta fuori che hanno prenotato e preparato nel posto sbagliato, ossia nella piccola sala della parrocchia, anziché nella grande sala dell’arcivescovado.. Così ci siamo trovati a smobilitare e ripreparare tutto (generatore, computer, videoproiettore, sedie, cibo per più di 100 persone..) in fretta e furia mentre la massa degli invitati affluiva inesorabile. Alla fine è andata bene, nel senso che si è iniziato con un’ora di ritardo, puntualità svizzera paragonata alla media africana, però per la nuova équipe non è stato quel che si dice un esordio rassicurante..
Potrei scrivere un libro sugli spostamenti tra Maro’ e Goré, che ormai ho fatto con ogni mezzo possibile (camion, autobus, jeep, aereo) e con ogni sorta di contrattempo immaginabile, ma l’ultimo viaggio merita decisamente una menzione speciale. Per una volta, infatti, sembra andare tutto liscio: viaggio in macchina da Maro’ a Sarh, volo delle Nazioni Unite tra Sarh e Moundou, e poi di nuovo macchina tra Moundou e Goré.
Già all’aeroporto di Sarh, però, la mia ingenuità mi caccia in un grosso pasticcio: tutto felice, infatti, penso di scattare una bella foto all’aeroplanino in arrivo sulla pista in terra battuta, giusto per avere un ricordo dell’aeroplanino e dello scanchignata pista d’atterraggio. A Moundou non c’erano stati problemi a scattare foto, ma a Sarh, ahimè, la brigata di militari è basata proprio all’aeroporto e non faccio in tempo a sentire il click della macchina che il manone minaccioso di un burbero ufficiale me la strappa di mano, facendo cenno di seguirmi. Così mi trovo nella stanzino della brigata, dove mi viene detto che ho commesso una grave infrazione e dovrò aspettare l’arrivo del “capo”, dopo la partenza dell’aereo, per decidere il da farsi. Col fare più costernato possibile, spiego che sono amareggiato per l’errore e che posso tranquillamente cancellare la foto, ma aspettare il suo capo è fuori discussione, io con quell’aereo devo partire. Il generoso militare si dice disposto a lasciarmi partire, ma, ahimè, la macchina fotografica è sotto sequestro, dovrà restare lì con lui. Immaginando già come andrà a finire, insisto spiegando quanto sia importante per me ripartire con la macchina, che ci sono anche foto di lavoro, e chiedo se non sia proprio possibile trovare una soluzione. Ovviamente la soluzione si trova: se cancello la foto e lascio 30 euro, si può far finta che non sia successo nulla. L’ultimo ostacolo è la mia straccionaggine: 30 euro non li ho. Il soldato dapprima si mostra irremovibile, poi, dopo che gli svuoto il portafogli davanti agli occhi deponendo sulla scrivania circa 20 euro, tutti i miei averi in quel momento, si rassegna, arraffa soddisfatto e mi restituisce la macchina. Rode il culo buttare via soldi così e non è bene incentivare la corruzione in uno dei paesi più corrotti al mondo, ma avrebbe potuto veramente andare molto peggio!
Giunto sano e salvo all’aeroporto di Moundou, racconto divertito la disavventura ai colleghi e sono grasse risate, ma ci troviamo presto, però, di fronte ad una nuova, triste realtà: in banca, per un problema tecnico, non possono darci soldi se non nel pomeriggio ed io ero, fino al saccheggio di Sarh, l’unico a possedere contante… Così ci troviamo nell’imbarazzante situazione in cui amministratore (ossia io), contabile ed autista si son dovuti far offrire un succulento pasto a base di montone grigliato dall’ultimo animatore appena reclutato che, essendo di Moundou, era l’unico ad avere un po’ di liquidità. Dopo una pennichella sotto il rovente hangar del grigliatore (non avendo soldi, non abbiamo potuto accamparci in alcun altro posto..), finalmente recuperiamo il contante dalla banca, facciamo i nostri acquisti e partiamo sereni alla volta di Goré. Il viaggio dura, però, poco: un camion si è incastrato sul minuscolo ponte sul Logone in direzione sud e l’unica strada per tornare a casa (nonché l’unica arteria a collegare Moundou con tutte le altre città del sud del Ciad..) è bloccata. Proviamo, con la nostra poderosa Toyota, una coraggiosa traversata del fiume su quello che ci dicono essere un guado sicuro, ma la presenza di un altro veicolo insabbiato tra i flutti ci riporta a più miti consigli: liberiamo la macchina dei colleghi di CSSI (una ONG locale che si occupa di sanità e lavora con noi a Goré), che hanno provato a seguirci nell’avventura, ma con un autista meno esperto sono rimasti insabbiati nel letto del fiume, e torniamo a Moundou. Ci accampiamo tutti assieme in una infima bettola e ci godiamo la nostra serata nella grande città con costolette di agnello e birra, pronti a ripartire l’indomani all’alba. Nel nostro Grand Hotel senza corrente, infatti, già alle cinque le stanze sono una sauna e siamo tutti smaniosi in macchina, se non che il camion è ancora saldamente incastrato sul ponte e l’unica differenza rispetto al giorno precedente è che ora nel fiume sono tre le macchine insabbiate e alla deriva. La fretta, pessima consigliera.. Dopo varie consultazioni, elaboriamo un itinerario alternativo per tornare a Goré e, dal momento che il ponte più vicino è già in Camerun, otteniamo un’autorizzazione speciale a transitare per il territorio camerunense. Siamo pronti a questa grande traversata (260 km, rispetto ai canonici 115) quando, magicamente, il ponte viene sgombrato e possiamo ripartire, accodati tra centinaia di camion e autobus bloccati dal giorno prima. Il Ciad può tornare a respirare, con la sua grande arteria stradale sgombra e noi, finalmente, torniamo a casa.
Con l’auspicio di avere presto altrettante disavventure con cui allietarvi, un abbraccio dal caldo Ciad.
P.S: Dopo il mio terzo derby africano, non poteva mancare una cartolina per gli amici nerazzurri da quello splendido hangar di paglia dove ormai sono noto come “le supporter de Pato”, per il macello che ho fatto nei primi istanti della splendida serata. Ha portato così bene, quel posto, che sono tornato a vedere anche lo Schalke… Che dire, quando abbandonerò il Ciad, mi mancherà non poco l’angusto e polveroso hangar di Goré
Monday, April 18, 2011
Monday, March 21, 2011
Settimana della donna e altre disgrazie
Nuovamente ciao dal Ciad,
Vi scrivo quando ormai il caldo si fa pesantemente sentire: la fresca brezza di gennaio è diventata progressivamente un phon bollente e di giorno sembra veramente di essere in un forno, l’aria scotta e il sole picchia duro sulla testa; fortunatamente il clima è molto secco, quindi si suda ancora poco e la notte torna la frescura e si riesce a dormire. Insomma, una canicola tollerabile, e tale dovrebbe rimanere fino alle prime piogge del mese di maggio…
Ci eravamo lasciati alla vigilia della famigerata settimana della donna ciadiana, dall’1 all’8 marzo, un evento che tutti aspettavano con terrore per il numero di litigi e problemi che ne caratterizzano l’organizzazione: si tratta, infatti, di programmare, con un comitato di donne di Goré, un rappresentante del governo e le varie ong e organizzazioni locali, una settimana di eventi di sensibilizzazione sul ruolo della donna e le sue varie sciagure (matrimoni e gravidanze precoci, dispersione scolastica, violenze di genere, AIDS, ecc). Purtroppo in Africa i concetti di “volontariato” e “bene comune” sono ancora lungi dal radicarsi, così l’organizzazione di questi eventi diventa presto una squallida caccia alla “motivazione” (il sinonimo che si usa per dare soldi alla gente affinché faccia presenza..); l’abitudine del governo di dare delle “motivazioni” alla donne che partecipano alle sfilate nelle feste nazionali, generosamente ripresa da UNHCR per “motivare” gli svogliati rifugiati, ha creato un retroterra di avidità ed egoismo che ci vorrà tempo e pazienza per sradicare. Noi abbiamo fatto del nostro meglio, col risultato che la settimana è stata un’ininterrotta battaglia e negoziazione, in certi casi non ancora finita (c’è un gruppo di danzatori coi quali stiamo ancora litigando per il compenso e un esercito di accattoni che odierà Acra con tutto il cuore..). Al di la di quest’estenuante battaglia e delle debolezze logistiche e organizzative, gli eventi sono stati preparati bene e molto seguiti: ci sono state piccole recite teatrali, forum su temi sensibili per le donne con quiz e premi finali, gare di corsa, di calcio, temi - concorso per i ragazzini delle scuole e la grande sfilata dell’8 marzo, con tutti i comitati femminili della zona a manifestare in abiti tradizionali, danzando e inscenando piccoli sketch. Peraltro il concorso di tema delle scuole è stato vinto da una ragazza, premiata ufficialmente dal prefetto dinnanzi a una piazza traboccante e festante, un vero trionfo.
Ci sono stati momenti indimenticabili, come quando ho scoperto all’ultimo che, in quanto rappresentante di Acra, avrei dovuto recitare un discorso dinnanzi alle autorità e alla piazza gremita e mi sono trovato, come a scuola coi compiti non fatti, a imbastirlo in fretta e furia scopiazzando a destra e manca dagli interventi precedenti, o le varie volte che siamo rimasti nel buio totale a recuperare le nostre attrezzature (generatore, stereo, sedie..) abbandonate dalle ineffabili donne del comitato alla mercé dei vari ladroni di passaggio. Alla fine ce la siamo cavata, nel senso che sono sparite solo due sedie e due divise da calcio, ma avrebbe potuto sicuramente andare molto peggio!
Il momento più alto resta indubbiamente l’ultima sera, quando i militari che hanno presidiato la piazza e difeso le nostre cose, sono venuti a battere cassa, nonostante il prefetto avesse assicurato che avrebbe provveduto lui al loro compenso. Da queste parti, infatti, i pubblici ufficiali prendono un salario miserrimo e non hanno alcun mezzo a disposizione, conseguentemente, pure per loro è necessaria la “motivazione”, affinché facciano il loro lavoro: il poliziotto a cui denunci un furto si dirà lieto di aiutarti, se gli paghi la benzina per andare a svolgere le sue indagini, il militare è disposto a restare tutto il giorno a presidiare i tuoi beni, a patto che gli rimborsi il pranzo, e via dicendo. Penso la si possa serenamente chiamare “corruzione”, ma qui, in assenza di uno Stato degno di tale nome, è pratica comune; in quanto ong dovremmo assolutamente evitarla, ma purtroppo tante volte non si può proprio fare diversamente… Ad esempio, l’ultima sera di questa terribile settimana, mentre sbaraccavamo tutto ormai al buio e assediati da ladri e accattoni che cercavano di accaparrarsi quanta più roba possibile, ecco presentarsi, burberi, questi omaccioni in divisa a reclamare dei kit con dei saponi che erano avanzati dalla giornata, come compenso per il loro lavoro. Io, ovviamente, ho risposto che non se ne parlava, ma in breve mi son trovato circondato dalle donne del comitato e dalle nostre animatrici, che mi hanno spiegato, terrorizzate, come questi soldati non fossero di Goré ma venissero da fuori e che se non gli avessimo dato qualcosa non avrebbero avuto alcuna remora a vendicarsi su di loro: “i saponi si possono ricomprare, i nostri corpi no” è stato lo slogan che mi ha, alla fine, convinto a cedere. Dinnanzi a tali obiezioni, che altro potevo fare, infatti, se non tornare sui miei passi? Del resto, io dormo in una solida casa con muro di mattoni e guardiano, loro, se va bene, hanno una porta malchiusa e un muro di paglia e sono, quindi, più esposte ad eventuali rappresaglie. Alla fine, per un po’ di sapone chissene…
Quando, dopo l’ultimo ampolloso discorso sulle donne e il loro ruolo nel mondo, la grande sfilata finale e la liquidazione degli scassapalle residui eravamo pronti a rilassarci e sbronzarci nella grande festa finale dal prefetto, ecco che arrivano i nostri amici della verifica contabile, in missione a Goré per ispezionare il nostro ufficio e verificare fisicamente la presenza degli assets che abbiamo riportato nel rapporto. Una vera perdita di tempo, resa particolarmente grottesca dall’orario inappropriato: infatti, si presentano da noi alle cinque, in piena smobilitazione, verificano computer e moto di Goré e poi, come nulla fosse, chiedono di vedere le stesse cose pure nella base di Timberi, a 40 minuti di viaggio da Goré. Così, pressati dall’imminenza delle tenebre, recuperiamo in fretta il responsabile di Timberi e ci incamminiamo con la speranza di rientrare prima del tramonto, quando, da regolamento, i nostri mezzi non potrebbero circolare. Un solo, piccolo problema: il responsabile di Timberi era venuto a Goré solamente per la festa e, a differenza di noi, si era già portato abbondantemente avanti con le libagioni... Purtroppo era il solo ad avere le chiavi dell’ufficio e non aveva più la lucidità necessaria per lasciarci le chiavi e farsi da parte: abbiamo passato, io, il contabile e l’autista, tutta l’ispezione a Timberi, più il resto della serata del prefetto a cercare di contenere gli sproloqui etilici di quest’uomo in pieno delirio. Sono curioso di vedere cosa scriveranno sul rapporto dell’ispezione all’ufficio di Timberi…
Al di la di questa settimana, ci sono due grossi eventi che stanno assorbendo energie ed attenzione della piccola comunità di umanitari a Goré. La prima, come potete immaginare, è la sciagura che sta avvenendo nella confinante Libia. Fin dalle prime avvisaglie, parte dello staff di UNHCR è stato mobilitato per l’urgenza alla frontiera libico - tunisina, dove si sono dovuti allestire nuovi campi per l’imponente afflusso di profughi dal conflitto e, dunque, vi era ben più bisogno che non nell’ormai placida frontiera sud del Ciad. Passata questa prima fase, resta la preoccupazione per come la situazione potrà evolvere, ma ormai a parlare di Libia é soprattutto il nostro staff locale, che grazie alla diffusione di Radio France International su tutto il territorio ciadiano è spesso più informato di noi. I pareri sono vari, ma, nel complesso, sono tutti molti colpiti dal fatto che la gente si sia rivoltata contro un despota che, a loro parere, è ben più giusto e generoso del despota locale. Gheddafi, qui, è piuttosto popolare, anche perché la Libia da lavoro a parecchia gente, tra banche e imprese varie, ed ha contribuito alla costruzione di numerose moschee, oltre ad esportare, come da noi, petrolio e derivati. I cannoni sui manifestanti gli hanno fatto perdere punti, ma lo stupore resta più forte delle sdegno. Non condivido tanti discorsi che vengono fatti dai miei colleghi, ma è apprezzabile come, pur accettando tutti che un despota governi incontrastato nel suo paese, a patto che garantisca qualcosa ai suoi sudditi, siano comunque pienamente consapevoli del fatto che un despota è un despota e in un mondo ideale non ci dovrebbe essere. Dopo decenni di guerre, mi dicono, è meglio, per il Ciad, un dittatore, a patto che riesca a mantenere la pace e portare un po’ di sviluppo. Poi, quando staremo tutti meglio, allora potremo chiedere qualcosa in più, come stanno facendo ora gli arabi coi rispettivi dittatori. In un continente in cui l’ingiustizia e il sopruso sono all’ordine del giorno, vedere che comunque un minimo di consapevolezza c’è (anche se temo che i miei colleghi che ascoltano i radiogiornali in francese non rappresentino il ciadiano medio, purtroppo..), che le porcherie che accadono in Costa d’Avorio o in Libia sono note, come noti sono i responsabili, mi da pochino di speranza in più, per il futuro. Certo, ne dovrà passare di acqua sotto i ponti, prima che si smuova qualcosa pure qui…
L’altro grande evento non è altrettanto noto a livello internazionale, ma sta facendo ammattire ancora di più lo staff locale di UNHCR. Dopo i problemi di insicurezza nella regione sud orientale, infatti, il governo ha chiesto di spostare i rifugiati dalla zona di Daha, alla zona di Haraze, circa 100 km a nord e in una zona più tranquillo e controllabile. Per noi è forse anche meglio, lavoreremo in un contesto più sicuro e circoscritto, ma per UNHCR si tratta di organizzare e gestire il trasferimento di più di 2000 persone in un nuovo sito entro un mese, prima che arrivino le piogge e gli spostamenti divengano impossibili. Così ora sono tutti in ansia per trovare terreni, costruire infrastrutture e avere servizi e derrate alimentari sufficienti per questa non indifferente mole di persone. Non sarà certo il cataclisma della Libia, ma nemmeno una passeggiata! Noi siamo stati interpellati solo per la preparazione della nuova scuola, per la quale appresteranno 10 hangar di paglia e cercheranno un po’ maestri comunitari nei dintorni, ma altre organizzazioni stanno sudando sette camice per essere pronte in tempo.
A parte questo problema in Salamat, anche a Goré ci aspettano giornatine: stiamo finalmente distribuendo i manuali scolastici nelle scuole, stiamo progettando gli hangar di cemento, per cominciarne, a breve, la costruzione al posto di quelli in paglia, abbiamo organizzato alcune formazioni per i maestri e vari correttivi alle attività generatrici di reddito ed alle cotizzazioni per evitare che le scuole falliscano, mentre a breve dovremo organizzare un grande forum con UNHCR, ong varie e rappresentanti dei rifugiati e delle istituzioni locali per discutere della strategia di integrazione futura. In tutto questo, la nostra base è un cantiere, perché stanno costruendo due nuovi uffici, e sono appena arrivate una decina di nuove reclute, risorse preziose, ma che devono ancora capire cosa fare, e come, quindi vanno seguite con attenzione (oltre ad essere raminghe per il cantiere, visto che gli uffici sono ancora lontani dall’essere pronti..). Grazie a dio le mie cape sono tornate, sennò da solo sarebbe stato un vero suicidio!
Dal Ciad è tutto, un abbraccio a tutti
Vi scrivo quando ormai il caldo si fa pesantemente sentire: la fresca brezza di gennaio è diventata progressivamente un phon bollente e di giorno sembra veramente di essere in un forno, l’aria scotta e il sole picchia duro sulla testa; fortunatamente il clima è molto secco, quindi si suda ancora poco e la notte torna la frescura e si riesce a dormire. Insomma, una canicola tollerabile, e tale dovrebbe rimanere fino alle prime piogge del mese di maggio…
Ci eravamo lasciati alla vigilia della famigerata settimana della donna ciadiana, dall’1 all’8 marzo, un evento che tutti aspettavano con terrore per il numero di litigi e problemi che ne caratterizzano l’organizzazione: si tratta, infatti, di programmare, con un comitato di donne di Goré, un rappresentante del governo e le varie ong e organizzazioni locali, una settimana di eventi di sensibilizzazione sul ruolo della donna e le sue varie sciagure (matrimoni e gravidanze precoci, dispersione scolastica, violenze di genere, AIDS, ecc). Purtroppo in Africa i concetti di “volontariato” e “bene comune” sono ancora lungi dal radicarsi, così l’organizzazione di questi eventi diventa presto una squallida caccia alla “motivazione” (il sinonimo che si usa per dare soldi alla gente affinché faccia presenza..); l’abitudine del governo di dare delle “motivazioni” alla donne che partecipano alle sfilate nelle feste nazionali, generosamente ripresa da UNHCR per “motivare” gli svogliati rifugiati, ha creato un retroterra di avidità ed egoismo che ci vorrà tempo e pazienza per sradicare. Noi abbiamo fatto del nostro meglio, col risultato che la settimana è stata un’ininterrotta battaglia e negoziazione, in certi casi non ancora finita (c’è un gruppo di danzatori coi quali stiamo ancora litigando per il compenso e un esercito di accattoni che odierà Acra con tutto il cuore..). Al di la di quest’estenuante battaglia e delle debolezze logistiche e organizzative, gli eventi sono stati preparati bene e molto seguiti: ci sono state piccole recite teatrali, forum su temi sensibili per le donne con quiz e premi finali, gare di corsa, di calcio, temi - concorso per i ragazzini delle scuole e la grande sfilata dell’8 marzo, con tutti i comitati femminili della zona a manifestare in abiti tradizionali, danzando e inscenando piccoli sketch. Peraltro il concorso di tema delle scuole è stato vinto da una ragazza, premiata ufficialmente dal prefetto dinnanzi a una piazza traboccante e festante, un vero trionfo.
Ci sono stati momenti indimenticabili, come quando ho scoperto all’ultimo che, in quanto rappresentante di Acra, avrei dovuto recitare un discorso dinnanzi alle autorità e alla piazza gremita e mi sono trovato, come a scuola coi compiti non fatti, a imbastirlo in fretta e furia scopiazzando a destra e manca dagli interventi precedenti, o le varie volte che siamo rimasti nel buio totale a recuperare le nostre attrezzature (generatore, stereo, sedie..) abbandonate dalle ineffabili donne del comitato alla mercé dei vari ladroni di passaggio. Alla fine ce la siamo cavata, nel senso che sono sparite solo due sedie e due divise da calcio, ma avrebbe potuto sicuramente andare molto peggio!
Il momento più alto resta indubbiamente l’ultima sera, quando i militari che hanno presidiato la piazza e difeso le nostre cose, sono venuti a battere cassa, nonostante il prefetto avesse assicurato che avrebbe provveduto lui al loro compenso. Da queste parti, infatti, i pubblici ufficiali prendono un salario miserrimo e non hanno alcun mezzo a disposizione, conseguentemente, pure per loro è necessaria la “motivazione”, affinché facciano il loro lavoro: il poliziotto a cui denunci un furto si dirà lieto di aiutarti, se gli paghi la benzina per andare a svolgere le sue indagini, il militare è disposto a restare tutto il giorno a presidiare i tuoi beni, a patto che gli rimborsi il pranzo, e via dicendo. Penso la si possa serenamente chiamare “corruzione”, ma qui, in assenza di uno Stato degno di tale nome, è pratica comune; in quanto ong dovremmo assolutamente evitarla, ma purtroppo tante volte non si può proprio fare diversamente… Ad esempio, l’ultima sera di questa terribile settimana, mentre sbaraccavamo tutto ormai al buio e assediati da ladri e accattoni che cercavano di accaparrarsi quanta più roba possibile, ecco presentarsi, burberi, questi omaccioni in divisa a reclamare dei kit con dei saponi che erano avanzati dalla giornata, come compenso per il loro lavoro. Io, ovviamente, ho risposto che non se ne parlava, ma in breve mi son trovato circondato dalle donne del comitato e dalle nostre animatrici, che mi hanno spiegato, terrorizzate, come questi soldati non fossero di Goré ma venissero da fuori e che se non gli avessimo dato qualcosa non avrebbero avuto alcuna remora a vendicarsi su di loro: “i saponi si possono ricomprare, i nostri corpi no” è stato lo slogan che mi ha, alla fine, convinto a cedere. Dinnanzi a tali obiezioni, che altro potevo fare, infatti, se non tornare sui miei passi? Del resto, io dormo in una solida casa con muro di mattoni e guardiano, loro, se va bene, hanno una porta malchiusa e un muro di paglia e sono, quindi, più esposte ad eventuali rappresaglie. Alla fine, per un po’ di sapone chissene…
Quando, dopo l’ultimo ampolloso discorso sulle donne e il loro ruolo nel mondo, la grande sfilata finale e la liquidazione degli scassapalle residui eravamo pronti a rilassarci e sbronzarci nella grande festa finale dal prefetto, ecco che arrivano i nostri amici della verifica contabile, in missione a Goré per ispezionare il nostro ufficio e verificare fisicamente la presenza degli assets che abbiamo riportato nel rapporto. Una vera perdita di tempo, resa particolarmente grottesca dall’orario inappropriato: infatti, si presentano da noi alle cinque, in piena smobilitazione, verificano computer e moto di Goré e poi, come nulla fosse, chiedono di vedere le stesse cose pure nella base di Timberi, a 40 minuti di viaggio da Goré. Così, pressati dall’imminenza delle tenebre, recuperiamo in fretta il responsabile di Timberi e ci incamminiamo con la speranza di rientrare prima del tramonto, quando, da regolamento, i nostri mezzi non potrebbero circolare. Un solo, piccolo problema: il responsabile di Timberi era venuto a Goré solamente per la festa e, a differenza di noi, si era già portato abbondantemente avanti con le libagioni... Purtroppo era il solo ad avere le chiavi dell’ufficio e non aveva più la lucidità necessaria per lasciarci le chiavi e farsi da parte: abbiamo passato, io, il contabile e l’autista, tutta l’ispezione a Timberi, più il resto della serata del prefetto a cercare di contenere gli sproloqui etilici di quest’uomo in pieno delirio. Sono curioso di vedere cosa scriveranno sul rapporto dell’ispezione all’ufficio di Timberi…
Al di la di questa settimana, ci sono due grossi eventi che stanno assorbendo energie ed attenzione della piccola comunità di umanitari a Goré. La prima, come potete immaginare, è la sciagura che sta avvenendo nella confinante Libia. Fin dalle prime avvisaglie, parte dello staff di UNHCR è stato mobilitato per l’urgenza alla frontiera libico - tunisina, dove si sono dovuti allestire nuovi campi per l’imponente afflusso di profughi dal conflitto e, dunque, vi era ben più bisogno che non nell’ormai placida frontiera sud del Ciad. Passata questa prima fase, resta la preoccupazione per come la situazione potrà evolvere, ma ormai a parlare di Libia é soprattutto il nostro staff locale, che grazie alla diffusione di Radio France International su tutto il territorio ciadiano è spesso più informato di noi. I pareri sono vari, ma, nel complesso, sono tutti molti colpiti dal fatto che la gente si sia rivoltata contro un despota che, a loro parere, è ben più giusto e generoso del despota locale. Gheddafi, qui, è piuttosto popolare, anche perché la Libia da lavoro a parecchia gente, tra banche e imprese varie, ed ha contribuito alla costruzione di numerose moschee, oltre ad esportare, come da noi, petrolio e derivati. I cannoni sui manifestanti gli hanno fatto perdere punti, ma lo stupore resta più forte delle sdegno. Non condivido tanti discorsi che vengono fatti dai miei colleghi, ma è apprezzabile come, pur accettando tutti che un despota governi incontrastato nel suo paese, a patto che garantisca qualcosa ai suoi sudditi, siano comunque pienamente consapevoli del fatto che un despota è un despota e in un mondo ideale non ci dovrebbe essere. Dopo decenni di guerre, mi dicono, è meglio, per il Ciad, un dittatore, a patto che riesca a mantenere la pace e portare un po’ di sviluppo. Poi, quando staremo tutti meglio, allora potremo chiedere qualcosa in più, come stanno facendo ora gli arabi coi rispettivi dittatori. In un continente in cui l’ingiustizia e il sopruso sono all’ordine del giorno, vedere che comunque un minimo di consapevolezza c’è (anche se temo che i miei colleghi che ascoltano i radiogiornali in francese non rappresentino il ciadiano medio, purtroppo..), che le porcherie che accadono in Costa d’Avorio o in Libia sono note, come noti sono i responsabili, mi da pochino di speranza in più, per il futuro. Certo, ne dovrà passare di acqua sotto i ponti, prima che si smuova qualcosa pure qui…
L’altro grande evento non è altrettanto noto a livello internazionale, ma sta facendo ammattire ancora di più lo staff locale di UNHCR. Dopo i problemi di insicurezza nella regione sud orientale, infatti, il governo ha chiesto di spostare i rifugiati dalla zona di Daha, alla zona di Haraze, circa 100 km a nord e in una zona più tranquillo e controllabile. Per noi è forse anche meglio, lavoreremo in un contesto più sicuro e circoscritto, ma per UNHCR si tratta di organizzare e gestire il trasferimento di più di 2000 persone in un nuovo sito entro un mese, prima che arrivino le piogge e gli spostamenti divengano impossibili. Così ora sono tutti in ansia per trovare terreni, costruire infrastrutture e avere servizi e derrate alimentari sufficienti per questa non indifferente mole di persone. Non sarà certo il cataclisma della Libia, ma nemmeno una passeggiata! Noi siamo stati interpellati solo per la preparazione della nuova scuola, per la quale appresteranno 10 hangar di paglia e cercheranno un po’ maestri comunitari nei dintorni, ma altre organizzazioni stanno sudando sette camice per essere pronte in tempo.
A parte questo problema in Salamat, anche a Goré ci aspettano giornatine: stiamo finalmente distribuendo i manuali scolastici nelle scuole, stiamo progettando gli hangar di cemento, per cominciarne, a breve, la costruzione al posto di quelli in paglia, abbiamo organizzato alcune formazioni per i maestri e vari correttivi alle attività generatrici di reddito ed alle cotizzazioni per evitare che le scuole falliscano, mentre a breve dovremo organizzare un grande forum con UNHCR, ong varie e rappresentanti dei rifugiati e delle istituzioni locali per discutere della strategia di integrazione futura. In tutto questo, la nostra base è un cantiere, perché stanno costruendo due nuovi uffici, e sono appena arrivate una decina di nuove reclute, risorse preziose, ma che devono ancora capire cosa fare, e come, quindi vanno seguite con attenzione (oltre ad essere raminghe per il cantiere, visto che gli uffici sono ancora lontani dall’essere pronti..). Grazie a dio le mie cape sono tornate, sennò da solo sarebbe stato un vero suicidio!
Dal Ciad è tutto, un abbraccio a tutti
Monday, February 28, 2011
Libia in fiamme, biglietto aereo in fumo...
Ciao a tutti,
Ancora una volta, elogiando la qualità e l’affidabilità della libica Afriqyiah Airways ed il fatto che, crollasse il mondo, non mi sarebbe mai potuto capitare di restare bloccato sull’aereo a Tripoli per neve, come mi era successo a Parigi a Natale, mi sono portato una sfiga inaudita: il solido regime pluridecennale del buon Gheddafi è inaspettatamente crollato e ora sono qui, con un biglietto per Milano Malpensa di una linea aerea che non so nemmeno se esista più… Diciamo che i miei viaggi di ritorno non sono mai banali, ma, vedendo i ciadiani ritirare frettolosamente i loro risparmi dalla principale banca del paese (a capitale libico..) o domandarsi che sarà delle varie aziende che il loro ricco vicino ha aperto in terra ciadiana e ora potrebbero lasciare tutti a piedi da un giorno all’altro, penso che, tutto sommato, non ho poi molto di cui lamentarmi. A costo di sfidare nuovamente il destino, comunque, mi sento di dire che non esiste alcun rischio contagio per il Ciad: la maggior parte delle persone con cui parlo si chiede sconcertata come mai i libici si rivoltano, quando Gheddafi garantisce elettricità, acqua e cibo; se anche uno è un tiranno, una volta che dà qualcosa da mangiare a tutti, che problema è? Mentalità riprovevole, ma non così tanto differente dalla nostra, sotto molti punti di vista…
Tornando a noi, vi avevo lasciati a N’djamena, nell’affannosa preparazione dell’ispezione contabile di UNHCR. L’ispezione c’è stata ed è stata talmente efficiente ed approfondita che ancora adesso non ne conosciamo l’esito.. L’équipe che ha fatto l’ispezione, 100% ciadiana, era una vera un’armata brancaleone allo sbaraglio, sembravano capirne pure meno di me, il che è tutto dire.. Dopo una giornata di domande surreali e sviste assurde sembravano abbastanza soddisfatti della nostra contabilità, ma aspettiamo il rapporto finale per cantar vittoria.
Così, finalmente libero da questo tormento, di buon mattino mi imbarco sull’aeroplanino per Moundou, come sempre all’alba. Nonostante al momento solo 4 compagnie aeree atterrino a N’djamena (Air France, Ethiopian Airlines, Toumai Air Tchad e, se vola ancora, Afriqyiah Airways), l’aeroporto di prima mattina è in gran fermento: ci sono infatti i numerosi voli umanitari delle Nazioni Unite, soprattutto verso l’est, e quelli dei militari, per cui ci si trova in code affollate e disorganizzate tra contingenti di caschi blu e funzionari d’ambasciata. Per rendere un po’ più vario il panorama, Toumai Air Tchad sta intensificando la frequenza dei voli verso le zone petrolifere (il che vuol dire un paio di voli alla settimana, non di più…), sempre affollati di imprenditori cinesi e faccendieri arabi o locali. Considerando che quando sono arrivato non effettuava volo alcuno, sembrerebbe che il petrolio stia facendo fare progressi rapidi, al solito in cose fondamentali e prioritarie, come i collegamenti aerei per le zone d’affari, mentre scuole e ospedali sprofondano nella miseria..
Comunque, anche questo volo ha avuto la sua originalità: ci sediamo, nell’unica fila di sedili del minuscolo trabiccolo, si accende rumorosamente un motore, si accende altrettanto rumorosamente l’altro, sfilza di parole dei piloti in una lingua incomprensibili, si spengono i motori e ci fanno scendere tutti: l’aereo é guasto, partiremo a mezzogiorno con un altro velivolo. Una scocciatura, ma meglio se ne siano accorti mentre eravamo ancora a terra…
Tornato nella mia casetta di Goré, finalmente solo, visto che la capa è in vacanza e la nuova supercapa, che coordinerà i tre differenti progetti, è partita per una missione kamikaze in Salamat, il paradiso di cui vi raccontavo nel post precedente, ho potuto riprendere un po’ il contatto con le attività, cosa ben più interessante di fatture e simili. Abbiamo selezionato gli “ausiliari”, ossia dei rifugiati che supporteranno i nostri animatori per le attività nei campi, preparato la distribuzione dei manuali scolastici nelle scuole, organizzato alcune formazioni per i comitati di gestione delle attività generatrici di reddito, che sembrano lentamente migliorare dopo le catastrofi iniziali, e condotto uno studio sui comitati dei campi che dovremo supportare nel corso dell’anno, per stabilire che progetti portare avanti con loro. Ormai l’équipe è abbastanza affiatata e conosce il lavoro, quindi la supervisione è stata tranquilla e il clima sereno. Abbiamo anche iniziato la costruzione del nuovo ufficio e a breve dovremo stiparci altro personale che arriverà a supportarci, essendo aumentate le attività. Probabilmente tornerà tutto caotico come prima, ma questo finale di febbraio è stato decisamente piacevole, nonostante l’inesorabile appropinquarsi del caldo…
Un bel giorno ho potuto finalmente coronare uno dei tanti sogni stupidi della mia vita: un bel viaggio a bordo di un camion. Dovevo, infatti, trasportare a Maro’, la nostra nuova zona di intervento tranquilla e piacevole, i soldi per pagare i salari dei maestri e una vagonata di materiale per la scuola del campo (quaderni, gessi, penne, eccetera). Starmene al sicuro nel poderoso camion UNHCR con la mia busta piena di milioni di franchi e quintalate di pacchi stipati nella stiva del bestione è stato, come si suol dire, prendere due piccioni con una fava. La distanza non era granché, ma come sempre in Africa, si parte all’alba per essere sicuri di arrivare entro sera e non restare in giro la notte con soldi e materiale; così, alle sei ci incamminiamo per la lunga pista sterrata che da Goré porta a Doba, Koumra, Sarh e, finalmente, Maro’, quasi 400 km a est di Goré, sempre sulla frontiera col Centrafrica. Il camion non è quel che si dice un fulmine e la strada non è quel che si dice un’autostrada, così, nonostante quegli stakanovisti dei camionisti effettuino solo brevi soste per pisciare, sono già passate le tre quando raggiungiamo la nostra meta.
Nel corso del viaggio il paesaggio non varia molto, a parte un’incredibile distesa di verde quasi padano nei pressi di Sarh, dove si trova l’industria dello zucchero a capitale francese, l’unica a potersi permettere un impianto di irrigazione e a rimanere fertile pure in questa stagione secca. Non piove ormai da inizio novembre e intorno a me ci sono solo polvere e arbusti a perdita d’occhio, inframmezzati da alberi di mango, piante maestose e di un verde intenso, ora arrossate dai numerosi fiori, che cominciano a gonfiarsi per poi riempirci, nel mese di aprile, di succulenti frutti. I colori sono stupendi, specie al tramonto, quando il rosso della terra si confonde con quello del cielo e rischiara le ombre dei cespugli e delle mandrie di buoi, che transitano sollevando imponenti nubi di polvere. La cosa impressionante, specie la sera, è il numero di fuochi accessi, i cosiddetti “fuochi di brousse”, un vero cataclisma ambientale: in parte i pastori, per bruciare i rovi secchi e liberare le ultime erbe disperatamente cercate dal loro bestiame, in parte i cacciatori, per stanare la selvaggina della savana, appiccano fuochi che il vento caldo e l’arsura rendono incontrollabili e distruggono i pochi alberi della zona. Come al solito, strategie deleterie e controproducenti, ma sempre meno dannose di quelle dei nostri avidi speculatori immobiliari, che per costruire villette e resort devastano, con cadenza estiva, quel che resta della macchia mediterranea. Insomma, l’umanità evolve rapidamente, la stupidità ancora di più!
A Maro’ abbiamo visitato i due campi della zona, Yaroungou, il primo ad essere allestito in territorio ciadiano, e Moula, dove gli ultimi rifugiati sono arrivati quest’estate in seguito alla cancellazione delle elezioni presidenziali in Centrafrica ed ai conseguenti tumulti. Abbiamo reso felici i maestri di Yaroungou portandoli i loro salari, un po’ meno di quelli di Moula, cui abbiamo dovuto annunciare che il loro già misero stipendio sarà ulteriormente ridotto, ma abbiamo fatto tante di quelle volte questo discorso crudele che ormai sono diventato più insensibile del peggiore dei padroni. Il tempo di mangiare una gustosa pietanza a base di selvaggina affumicata ed è già ora di rientrare. Non potendo contare più sul passaggio del camion, son dovuto ricorrere al caro vecchio bus delle cinque del mattino, l’unico a collegare direttamente Sarh con Moundou.
I colleghi di Maro’ mi hanno accompagnato, la sera prima, fino a Sarh, la terza città ciadiana, dopo N’djamena e Moundou e, devo dire, un po’ più piacevole delle altre: affacciata sulle rive del fiume Chari, in una zona protetta e poco popolata, i francesi avrebbero voluto trasformarla in capitale e collegarla alla rete ferroviaria camerunense. Purtroppo i sogni coloniali dei cugini d’oltralpe sono tramontati prima che queste infrastrutture vedessero la luce, però a Sarh sono rimaste un certo numero di villette graziose e palazzi degni di questo nome, oltre a un centro un po’ più razionale della media. Il lungofiume, nei pressi del liceo, è ancora intatto e la sera, con una collega di Maro’, siamo rimasti sulle rive erbose ad osservare branchi di ippopotami aggirarsi rumorosi nelle anse limacciose, mentre gli studenti del liceo ripassavano gli appunti all’aria aperta e gruppetti di bambini sembravano più divertiti da noi che dagli ippopotami. Un posto decisamente più arioso e tranquillo dell’opprimente N’djamena o della caotica Moundou.
Il viaggio di ritorno è stato quel che si dice un viaggio della speranza: la sveglia non è suonata, ho preso il pullman per il rotto delle cuffia dopo corsa disperata e, non essendoci più posti a sedere, mi sono dovuto accovacciare sul bidone dove conservano le bevande da consumare nella sosta, giusto accanto alla porta d’ingresso. Il posto più scomodo del mondo, ma secondo i miei incoraggianti compagni di viaggio non c’era da preoccuparsi: a Doba qualcuno sarebbe sicuramente sceso, dopo sole 5 ore di viaggio…. Nonostante l’infausto alloggiamento ed i terribili scossoni per la cattiva qualità della pista, sono riuscito comunque a fare un sonnellino, distrutto dalle troppe levatacce… Giunto finalmente a Moundou sotto il sole cocente di mezzogiorno, mi imbarco sul nostro gippone, pieno fino all’orlo di materiale per le feste che dovremo organizzare in onore della settimana della donna ciadiana, una settimana di eventi che avranno il loro culmine con una grande parata martedì 8 marzo. Tra stoffe, secchi e sacchetti d’acqua non so se sia meglio o peggio del bidone sul bus, comunque, con le sospensioni della jeep duramente provate dal carico, ci incamminiamo verso Goré e verso una settimana in cui, ahimè, il lavoro non mancherà…
Spero di riuscire a raccontarvi presto, per il momento un grande abbraccio!
Ancora una volta, elogiando la qualità e l’affidabilità della libica Afriqyiah Airways ed il fatto che, crollasse il mondo, non mi sarebbe mai potuto capitare di restare bloccato sull’aereo a Tripoli per neve, come mi era successo a Parigi a Natale, mi sono portato una sfiga inaudita: il solido regime pluridecennale del buon Gheddafi è inaspettatamente crollato e ora sono qui, con un biglietto per Milano Malpensa di una linea aerea che non so nemmeno se esista più… Diciamo che i miei viaggi di ritorno non sono mai banali, ma, vedendo i ciadiani ritirare frettolosamente i loro risparmi dalla principale banca del paese (a capitale libico..) o domandarsi che sarà delle varie aziende che il loro ricco vicino ha aperto in terra ciadiana e ora potrebbero lasciare tutti a piedi da un giorno all’altro, penso che, tutto sommato, non ho poi molto di cui lamentarmi. A costo di sfidare nuovamente il destino, comunque, mi sento di dire che non esiste alcun rischio contagio per il Ciad: la maggior parte delle persone con cui parlo si chiede sconcertata come mai i libici si rivoltano, quando Gheddafi garantisce elettricità, acqua e cibo; se anche uno è un tiranno, una volta che dà qualcosa da mangiare a tutti, che problema è? Mentalità riprovevole, ma non così tanto differente dalla nostra, sotto molti punti di vista…
Tornando a noi, vi avevo lasciati a N’djamena, nell’affannosa preparazione dell’ispezione contabile di UNHCR. L’ispezione c’è stata ed è stata talmente efficiente ed approfondita che ancora adesso non ne conosciamo l’esito.. L’équipe che ha fatto l’ispezione, 100% ciadiana, era una vera un’armata brancaleone allo sbaraglio, sembravano capirne pure meno di me, il che è tutto dire.. Dopo una giornata di domande surreali e sviste assurde sembravano abbastanza soddisfatti della nostra contabilità, ma aspettiamo il rapporto finale per cantar vittoria.
Così, finalmente libero da questo tormento, di buon mattino mi imbarco sull’aeroplanino per Moundou, come sempre all’alba. Nonostante al momento solo 4 compagnie aeree atterrino a N’djamena (Air France, Ethiopian Airlines, Toumai Air Tchad e, se vola ancora, Afriqyiah Airways), l’aeroporto di prima mattina è in gran fermento: ci sono infatti i numerosi voli umanitari delle Nazioni Unite, soprattutto verso l’est, e quelli dei militari, per cui ci si trova in code affollate e disorganizzate tra contingenti di caschi blu e funzionari d’ambasciata. Per rendere un po’ più vario il panorama, Toumai Air Tchad sta intensificando la frequenza dei voli verso le zone petrolifere (il che vuol dire un paio di voli alla settimana, non di più…), sempre affollati di imprenditori cinesi e faccendieri arabi o locali. Considerando che quando sono arrivato non effettuava volo alcuno, sembrerebbe che il petrolio stia facendo fare progressi rapidi, al solito in cose fondamentali e prioritarie, come i collegamenti aerei per le zone d’affari, mentre scuole e ospedali sprofondano nella miseria..
Comunque, anche questo volo ha avuto la sua originalità: ci sediamo, nell’unica fila di sedili del minuscolo trabiccolo, si accende rumorosamente un motore, si accende altrettanto rumorosamente l’altro, sfilza di parole dei piloti in una lingua incomprensibili, si spengono i motori e ci fanno scendere tutti: l’aereo é guasto, partiremo a mezzogiorno con un altro velivolo. Una scocciatura, ma meglio se ne siano accorti mentre eravamo ancora a terra…
Tornato nella mia casetta di Goré, finalmente solo, visto che la capa è in vacanza e la nuova supercapa, che coordinerà i tre differenti progetti, è partita per una missione kamikaze in Salamat, il paradiso di cui vi raccontavo nel post precedente, ho potuto riprendere un po’ il contatto con le attività, cosa ben più interessante di fatture e simili. Abbiamo selezionato gli “ausiliari”, ossia dei rifugiati che supporteranno i nostri animatori per le attività nei campi, preparato la distribuzione dei manuali scolastici nelle scuole, organizzato alcune formazioni per i comitati di gestione delle attività generatrici di reddito, che sembrano lentamente migliorare dopo le catastrofi iniziali, e condotto uno studio sui comitati dei campi che dovremo supportare nel corso dell’anno, per stabilire che progetti portare avanti con loro. Ormai l’équipe è abbastanza affiatata e conosce il lavoro, quindi la supervisione è stata tranquilla e il clima sereno. Abbiamo anche iniziato la costruzione del nuovo ufficio e a breve dovremo stiparci altro personale che arriverà a supportarci, essendo aumentate le attività. Probabilmente tornerà tutto caotico come prima, ma questo finale di febbraio è stato decisamente piacevole, nonostante l’inesorabile appropinquarsi del caldo…
Un bel giorno ho potuto finalmente coronare uno dei tanti sogni stupidi della mia vita: un bel viaggio a bordo di un camion. Dovevo, infatti, trasportare a Maro’, la nostra nuova zona di intervento tranquilla e piacevole, i soldi per pagare i salari dei maestri e una vagonata di materiale per la scuola del campo (quaderni, gessi, penne, eccetera). Starmene al sicuro nel poderoso camion UNHCR con la mia busta piena di milioni di franchi e quintalate di pacchi stipati nella stiva del bestione è stato, come si suol dire, prendere due piccioni con una fava. La distanza non era granché, ma come sempre in Africa, si parte all’alba per essere sicuri di arrivare entro sera e non restare in giro la notte con soldi e materiale; così, alle sei ci incamminiamo per la lunga pista sterrata che da Goré porta a Doba, Koumra, Sarh e, finalmente, Maro’, quasi 400 km a est di Goré, sempre sulla frontiera col Centrafrica. Il camion non è quel che si dice un fulmine e la strada non è quel che si dice un’autostrada, così, nonostante quegli stakanovisti dei camionisti effettuino solo brevi soste per pisciare, sono già passate le tre quando raggiungiamo la nostra meta.
Nel corso del viaggio il paesaggio non varia molto, a parte un’incredibile distesa di verde quasi padano nei pressi di Sarh, dove si trova l’industria dello zucchero a capitale francese, l’unica a potersi permettere un impianto di irrigazione e a rimanere fertile pure in questa stagione secca. Non piove ormai da inizio novembre e intorno a me ci sono solo polvere e arbusti a perdita d’occhio, inframmezzati da alberi di mango, piante maestose e di un verde intenso, ora arrossate dai numerosi fiori, che cominciano a gonfiarsi per poi riempirci, nel mese di aprile, di succulenti frutti. I colori sono stupendi, specie al tramonto, quando il rosso della terra si confonde con quello del cielo e rischiara le ombre dei cespugli e delle mandrie di buoi, che transitano sollevando imponenti nubi di polvere. La cosa impressionante, specie la sera, è il numero di fuochi accessi, i cosiddetti “fuochi di brousse”, un vero cataclisma ambientale: in parte i pastori, per bruciare i rovi secchi e liberare le ultime erbe disperatamente cercate dal loro bestiame, in parte i cacciatori, per stanare la selvaggina della savana, appiccano fuochi che il vento caldo e l’arsura rendono incontrollabili e distruggono i pochi alberi della zona. Come al solito, strategie deleterie e controproducenti, ma sempre meno dannose di quelle dei nostri avidi speculatori immobiliari, che per costruire villette e resort devastano, con cadenza estiva, quel che resta della macchia mediterranea. Insomma, l’umanità evolve rapidamente, la stupidità ancora di più!
A Maro’ abbiamo visitato i due campi della zona, Yaroungou, il primo ad essere allestito in territorio ciadiano, e Moula, dove gli ultimi rifugiati sono arrivati quest’estate in seguito alla cancellazione delle elezioni presidenziali in Centrafrica ed ai conseguenti tumulti. Abbiamo reso felici i maestri di Yaroungou portandoli i loro salari, un po’ meno di quelli di Moula, cui abbiamo dovuto annunciare che il loro già misero stipendio sarà ulteriormente ridotto, ma abbiamo fatto tante di quelle volte questo discorso crudele che ormai sono diventato più insensibile del peggiore dei padroni. Il tempo di mangiare una gustosa pietanza a base di selvaggina affumicata ed è già ora di rientrare. Non potendo contare più sul passaggio del camion, son dovuto ricorrere al caro vecchio bus delle cinque del mattino, l’unico a collegare direttamente Sarh con Moundou.
I colleghi di Maro’ mi hanno accompagnato, la sera prima, fino a Sarh, la terza città ciadiana, dopo N’djamena e Moundou e, devo dire, un po’ più piacevole delle altre: affacciata sulle rive del fiume Chari, in una zona protetta e poco popolata, i francesi avrebbero voluto trasformarla in capitale e collegarla alla rete ferroviaria camerunense. Purtroppo i sogni coloniali dei cugini d’oltralpe sono tramontati prima che queste infrastrutture vedessero la luce, però a Sarh sono rimaste un certo numero di villette graziose e palazzi degni di questo nome, oltre a un centro un po’ più razionale della media. Il lungofiume, nei pressi del liceo, è ancora intatto e la sera, con una collega di Maro’, siamo rimasti sulle rive erbose ad osservare branchi di ippopotami aggirarsi rumorosi nelle anse limacciose, mentre gli studenti del liceo ripassavano gli appunti all’aria aperta e gruppetti di bambini sembravano più divertiti da noi che dagli ippopotami. Un posto decisamente più arioso e tranquillo dell’opprimente N’djamena o della caotica Moundou.
Il viaggio di ritorno è stato quel che si dice un viaggio della speranza: la sveglia non è suonata, ho preso il pullman per il rotto delle cuffia dopo corsa disperata e, non essendoci più posti a sedere, mi sono dovuto accovacciare sul bidone dove conservano le bevande da consumare nella sosta, giusto accanto alla porta d’ingresso. Il posto più scomodo del mondo, ma secondo i miei incoraggianti compagni di viaggio non c’era da preoccuparsi: a Doba qualcuno sarebbe sicuramente sceso, dopo sole 5 ore di viaggio…. Nonostante l’infausto alloggiamento ed i terribili scossoni per la cattiva qualità della pista, sono riuscito comunque a fare un sonnellino, distrutto dalle troppe levatacce… Giunto finalmente a Moundou sotto il sole cocente di mezzogiorno, mi imbarco sul nostro gippone, pieno fino all’orlo di materiale per le feste che dovremo organizzare in onore della settimana della donna ciadiana, una settimana di eventi che avranno il loro culmine con una grande parata martedì 8 marzo. Tra stoffe, secchi e sacchetti d’acqua non so se sia meglio o peggio del bidone sul bus, comunque, con le sospensioni della jeep duramente provate dal carico, ci incamminiamo verso Goré e verso una settimana in cui, ahimè, il lavoro non mancherà…
Spero di riuscire a raccontarvi presto, per il momento un grande abbraccio!
Sunday, February 6, 2011
L'ultimo inizio
Ciao a tutti,
Rileggendo le ultime righe del post precedente mi viene un po’ da ridere, pensando a che odissea sia poi stato il mio viaggio di ritorno e a come me la fossi malamente tirata, la jella… Fortunatamente il rientro in Ciad è stato decisamente più indolore e già da tre settimane sono in questa ridente nazione, alle prese con la chiusura contabile dell’anno passato (un incubo..) in vista della verifica contabile di UNHCR (un altro incubo) e dell’inizio delle attività del nuovo anno (per certi aspetti pure peggio, come vedrete). Comunque, questa volta dovrò sopravvivere solo 3 mesi, saranno probabilmente i più duri, ma dopo averne già fatti 9 la strada sembra tutta in discesa...
Come al solito, comincerò il racconto dal viaggio, fortunatamente meno traumatico del rientro natalizio. Infatti, dopo che Air France, causa neve, mi ha fatto atterrare con più di 9 ore di ritardo a Genova, anziché a Linate (e sono stato tra i più fortunati…), in una indimenticabile vigilia di Natale, il viaggio con Afriqyiah via Tripoli è stato veramente una passeggiata. Questa linea aerea, fondata in omaggio alla ratifica, in Libia, del trattato che ha istituito l’Unione Africana nel 1999, è pensata quasi esclusivamente per gli africani migrati in Europa: i voli (tutti airbus nuovi di pacca, perché acquistati dopo la revoca dell’embargo contro Gheddafi) partono nel primo pomeriggio dalle capitali europee, arrivano la sera a Tripoli da cui, nella notte, partono le coincidenze per i principali aeroporti dell’Africa centrale e occidentale, che poi, a loro volta, rientreranno nella capitale libica all’alba, in tempo per il cambio coi voli del mattino verso l’Europa. L’aereo da Roma a Tripoli è, quindi, strapieno di rumorose e disordinate famiglie africane che tornano a casa portandosi quanta più roba possibile, al punto che sistemare il bagaglio a mano negli scomparti è una vera guerra, mentre sul Tripoli – N’djamena l’atmosfera è più tranquilla, i passeggeri sono meno numerosi e sono soprattutto distinti uomini d’affari arabi e africani.
Dopo aver lasciato Linate avvolta in un fitto nebbione invernale, mi aspettavo di ritrovare, a N’djamena, il limpido cielo africano, con luna e stelle a risplendere incontrastate, invece, con mia somma sorpresa, nebbia pure lì! Questa è, infatti, la stagione dell’Harmattan, il vento del deserto, che soffia dal Sahara sollevando imponenti montagne di polvere destinate a rimanere a lungo sospese nei cieli della zona sahelo - sahariana, creando una foschia rossiccia e fastidiosa. Nei giorni peggiori l’aeroporto viene chiuso e le macchine devono circolare a luci accese in pieno giorno, tale è la polvere. In questa stagione, però, non capita mai che il vento sia così forte e, soprattutto, per una ragione meteorologica a me ignota, fino a febbraio è freddo: quando atterro la temperatura al suolo è di 19 gradi e per tutta la giornata si oscilla tra i 20 e i 30, un vero paradiso! Ovviamente è un periodo limitato, da fine gennaio il vento ha iniziato a scaldarsi facendo risalire le temperature e a marzo già si morirà di caldo, ma come bentornato non è stato male. Ho così trascorso una piacevole domenica a N’djamena, per la prima volta senza grondare sudore, ma solo spolverandomi i vestiti di tanto in tanto e il lunedì ero già in viaggio per Goré.
Con mio sommo sollievo, il volo delle Nazioni Unite da N’djamena a Moundou era pieno, così ho dovuto ripiegare sul minibus locale, una scatola di sardine molto più pericolosa dell’aereo, considerata la qualità delle strade e degli autisti ciadiani, ma coi piedi per terra mi sento comunque più tranquillo. Dopo 7 piacevoli ore di viaggio, comprensive di sosta per la preghiera e soccorso ad un altro mezzo in panne, sono a Moundou, dove mi attendono colleghi e gippone per coprire insieme le due ore di pista sterrata che ci separano da Goré. A casa, ovviamente, mi ha accolto l’ennesimo cataclisma idraulico, col tubo dello scaldabagno cambiato mille volte rotto di nuovo e il solito lago in soggiorno (per ragioni a me ignote tutti i locali sono in lieve pendenza verso il soggiorno, cosicché, in caso di alluvione, l’acqua si raccolga sempre tutta li’…). Il tempo di asciugare e di una dormita, e si ricomincia.
Le prime due settimane a Goré sono state consacrate a due attività principali: scoprire come i comitati dei genitori hanno sciaguratamente dilapidato i loro fondi per le attività generatrici di reddito e risistemare tutte le varie fatture dell’annualità. Per i fondi, purtroppo, non c’è da essere molto ottimisti: nel mondo meraviglioso dipinto dal progetto, avrebbero dovuto consentire l’avvio di attività che generassero entrate da usare per le scuole, ma era decisamente utopico pensare che potessero bastare pochi mesi per istruire i comitati, montare i progetti e finanziarli. Il problema è che UNHCR finanzia i progetti annualmente, quindi siamo stati obbligati a lanciare le attività entro dicembre, altrimenti avremmo perso un sacco di soldi. Se era già impresa ardua di per sé, il fatto che il governo abbia imposto un prezzo massimo alla vendita al dettaglio di cereali e che il 90% dei progetti riguardassero l’acquisto a basso costo, lo stoccaggio e la rivendita a prezzo maggiorato proprio dei cereali, ha reso decisamente utopico avere entrate decenti e le mediocri capacità gestionali dei nostri contadinotti, che ci hanno portato dei conti totalmente sballati, hanno dato il colpo di grazia alle già esigue speranze di successo. Sbagliando si impara e speriamo vada meglio il prossimo anno, certo i vincoli burocratici e budgetari delle Nazioni Unite non aiutano.
Per le fatture, in un posto in cui la gran parte dei commercianti sa scrivere solo in arabo ed ha un rapporto conflittuale con la matematica, vi lascio immaginare che meraviglia di contabilità abbiamo… Il bello è che UNHCR organizza ogni anno la verifica di conti e giustificativi di tutte le ONG da parte di un audit esterno, che dicono molto rigido e puntiglioso; le verifiche si svolgono tra il 15 febbraio ed il 30 marzo e, siccome la fortuna è sempre dalla nostra parte, sono state calendarizzate in ordine alfabetico, così noi di Acra siamo i primi della lista, il 15 di questo mese. Vi lascio immaginare che settimane da incubo siano queste.
A rendere il tutto ancor più intrigante, ci sono due nuove aree di intervento a cui pensare: nonostante il cataclisma dei fondi per le attività generatrici di reddito e tutto lo stillicidio di disavventure che i miei venticinque lettori hanno potuto apprezzare attraverso questo tragico blog, pare che le altre organizzazioni facciano, mediamente, molto peggio, così, come riconoscimento ai nostri grandi successi, UNHCR ci ha aggiunto nuove compiti e nuove aree di intervento: non ci occuperemo più solo delle scuole, ma anche dei comitati creati per erogare i servizi fondamentali nei campi (assistenza ai bisognosi, alle donne, risoluzione delle controversie, gestione dell’acqua, ecc), che dovranno integrarsi con strutture comunitarie analoghe presenti nei villaggi circostanti; e, soprattutto, non interverremo solo nella zona di Goré, ma anche nelle altre due aree con campi di profughi centrafricani in Ciad, Maro’ e Salamat. Se a Maro’, un villaggio a circa 400 km a est rispetto a Goré, Acra ha già un progetto e si tratta solo di rinforzare un intervento in corso in una zona tranquilla e accessibile, il Salamat, all’estremo est, è veramente una regione dimenticata da dio e dagli uomini, in cui lavorare sarà una sfida alla ragionevolezza. Ad Haraze, il capoluogo, UNHCR stava per costruire un bellissimo aeroporto per rendere la zona un po’ più accessibile, se non che le ineffabili autorità locali hanno deciso di installare un’antenna telefonica (che peraltro non funziona..) proprio in fondo alla pista per gli aerei e al momento possono decollare e atterrare solo aeroplanini a 4 posti, scartando bruscamente l’antenna in fase di decollo ed atterraggio. L’altra cittadina, Daha, è ancora più sperduta e possono arrivarci solo gli elicotteri, quando disponibili. Durante la stagione delle piogge i campi, a causa delle alluvioni, sono inaccessibili anche per UNHCR, è praticamente impossibile uscire dai due centri abitati e solo raramente aerei ed elicotteri riescono ad atterrare. Essendo il posto così isolato, va da se che in loco non si trova nulla, se non a costi esorbitanti, quindi bisogna portarsi appresso scorte di acqua, di carburante, di viveri.. Quando si dice un paradiso tropicale…
Pur con molte perplessità, eravamo pronti a lanciarci anche in questa avventura: ci era stato detto che nel periodo secco potevamo tranquillamente andare in macchina da Maro’, inserendoci in uno dei convogli umanitari organizzati da UNHCR per rifornire i disgraziati che lavorano laggiù. Purtroppo, la stagione secca è il periodo preferito da ribelli e briganti, specie in quel magico triangolo tra Ciad, Sudan e Centrafrica che è il Salamt, così, dopo che sono stati attaccati da ignoti malintenzionati armati ben due convogli di fila, si è deciso che per il momento era meglio lasciar stare il viaggio via terra. Il rapporto con cui lo staff locale di UNHCR annunciava la chiusura di quest’asse terrestre, lamentando l’insicurezza e l’isolamento dell’area, è veramente suggestivo e si conclude spiegando come, al momento, l’unico modo per allontanarsi dalla zona (aereo escluso) sia via piroga, ma anche questo sistema è, a loro avviso, sconsigliabile: recentemente tre donne sono state uccise dagli ippopotami durante la traversata… Che dire, le disgrazie, da queste parti, non vengono mai sole! Superfluo aggiungere che per ora è tutto bloccato, il governo ha garantito che proverà a migliorare le condizioni di sicurezza e le Nazioni Unite la qualità e la frequenza dei collegamenti aerei, ma visto l’isolamento della zona ed i tumulti nel vicino Centrafrica difficilmente sarà possibile a breve termine. Peccato, un po’ mi incuriosiva, un posto tanto inculato!
L’ultima settimana l’ho trascorsa a N’djamena con le mie amate fatture: in stagione secca il volo in aeroplano da Moundou è stato decisamente più tranquillo e mi sono divertito un sacco, nel posto subito dietro a quello del pilota, a provare ad imparare come si guida un aereo. Resterò qui finché tutto il materiale contabile non sarà pronto e temo che fino al 15 la vita sarà un inferno. Dopo chissà, magari anche peggio…
E con queste ottimistiche previsioni, vi saluto e abbraccio, alla prossima!
Rileggendo le ultime righe del post precedente mi viene un po’ da ridere, pensando a che odissea sia poi stato il mio viaggio di ritorno e a come me la fossi malamente tirata, la jella… Fortunatamente il rientro in Ciad è stato decisamente più indolore e già da tre settimane sono in questa ridente nazione, alle prese con la chiusura contabile dell’anno passato (un incubo..) in vista della verifica contabile di UNHCR (un altro incubo) e dell’inizio delle attività del nuovo anno (per certi aspetti pure peggio, come vedrete). Comunque, questa volta dovrò sopravvivere solo 3 mesi, saranno probabilmente i più duri, ma dopo averne già fatti 9 la strada sembra tutta in discesa...
Come al solito, comincerò il racconto dal viaggio, fortunatamente meno traumatico del rientro natalizio. Infatti, dopo che Air France, causa neve, mi ha fatto atterrare con più di 9 ore di ritardo a Genova, anziché a Linate (e sono stato tra i più fortunati…), in una indimenticabile vigilia di Natale, il viaggio con Afriqyiah via Tripoli è stato veramente una passeggiata. Questa linea aerea, fondata in omaggio alla ratifica, in Libia, del trattato che ha istituito l’Unione Africana nel 1999, è pensata quasi esclusivamente per gli africani migrati in Europa: i voli (tutti airbus nuovi di pacca, perché acquistati dopo la revoca dell’embargo contro Gheddafi) partono nel primo pomeriggio dalle capitali europee, arrivano la sera a Tripoli da cui, nella notte, partono le coincidenze per i principali aeroporti dell’Africa centrale e occidentale, che poi, a loro volta, rientreranno nella capitale libica all’alba, in tempo per il cambio coi voli del mattino verso l’Europa. L’aereo da Roma a Tripoli è, quindi, strapieno di rumorose e disordinate famiglie africane che tornano a casa portandosi quanta più roba possibile, al punto che sistemare il bagaglio a mano negli scomparti è una vera guerra, mentre sul Tripoli – N’djamena l’atmosfera è più tranquilla, i passeggeri sono meno numerosi e sono soprattutto distinti uomini d’affari arabi e africani.
Dopo aver lasciato Linate avvolta in un fitto nebbione invernale, mi aspettavo di ritrovare, a N’djamena, il limpido cielo africano, con luna e stelle a risplendere incontrastate, invece, con mia somma sorpresa, nebbia pure lì! Questa è, infatti, la stagione dell’Harmattan, il vento del deserto, che soffia dal Sahara sollevando imponenti montagne di polvere destinate a rimanere a lungo sospese nei cieli della zona sahelo - sahariana, creando una foschia rossiccia e fastidiosa. Nei giorni peggiori l’aeroporto viene chiuso e le macchine devono circolare a luci accese in pieno giorno, tale è la polvere. In questa stagione, però, non capita mai che il vento sia così forte e, soprattutto, per una ragione meteorologica a me ignota, fino a febbraio è freddo: quando atterro la temperatura al suolo è di 19 gradi e per tutta la giornata si oscilla tra i 20 e i 30, un vero paradiso! Ovviamente è un periodo limitato, da fine gennaio il vento ha iniziato a scaldarsi facendo risalire le temperature e a marzo già si morirà di caldo, ma come bentornato non è stato male. Ho così trascorso una piacevole domenica a N’djamena, per la prima volta senza grondare sudore, ma solo spolverandomi i vestiti di tanto in tanto e il lunedì ero già in viaggio per Goré.
Con mio sommo sollievo, il volo delle Nazioni Unite da N’djamena a Moundou era pieno, così ho dovuto ripiegare sul minibus locale, una scatola di sardine molto più pericolosa dell’aereo, considerata la qualità delle strade e degli autisti ciadiani, ma coi piedi per terra mi sento comunque più tranquillo. Dopo 7 piacevoli ore di viaggio, comprensive di sosta per la preghiera e soccorso ad un altro mezzo in panne, sono a Moundou, dove mi attendono colleghi e gippone per coprire insieme le due ore di pista sterrata che ci separano da Goré. A casa, ovviamente, mi ha accolto l’ennesimo cataclisma idraulico, col tubo dello scaldabagno cambiato mille volte rotto di nuovo e il solito lago in soggiorno (per ragioni a me ignote tutti i locali sono in lieve pendenza verso il soggiorno, cosicché, in caso di alluvione, l’acqua si raccolga sempre tutta li’…). Il tempo di asciugare e di una dormita, e si ricomincia.
Le prime due settimane a Goré sono state consacrate a due attività principali: scoprire come i comitati dei genitori hanno sciaguratamente dilapidato i loro fondi per le attività generatrici di reddito e risistemare tutte le varie fatture dell’annualità. Per i fondi, purtroppo, non c’è da essere molto ottimisti: nel mondo meraviglioso dipinto dal progetto, avrebbero dovuto consentire l’avvio di attività che generassero entrate da usare per le scuole, ma era decisamente utopico pensare che potessero bastare pochi mesi per istruire i comitati, montare i progetti e finanziarli. Il problema è che UNHCR finanzia i progetti annualmente, quindi siamo stati obbligati a lanciare le attività entro dicembre, altrimenti avremmo perso un sacco di soldi. Se era già impresa ardua di per sé, il fatto che il governo abbia imposto un prezzo massimo alla vendita al dettaglio di cereali e che il 90% dei progetti riguardassero l’acquisto a basso costo, lo stoccaggio e la rivendita a prezzo maggiorato proprio dei cereali, ha reso decisamente utopico avere entrate decenti e le mediocri capacità gestionali dei nostri contadinotti, che ci hanno portato dei conti totalmente sballati, hanno dato il colpo di grazia alle già esigue speranze di successo. Sbagliando si impara e speriamo vada meglio il prossimo anno, certo i vincoli burocratici e budgetari delle Nazioni Unite non aiutano.
Per le fatture, in un posto in cui la gran parte dei commercianti sa scrivere solo in arabo ed ha un rapporto conflittuale con la matematica, vi lascio immaginare che meraviglia di contabilità abbiamo… Il bello è che UNHCR organizza ogni anno la verifica di conti e giustificativi di tutte le ONG da parte di un audit esterno, che dicono molto rigido e puntiglioso; le verifiche si svolgono tra il 15 febbraio ed il 30 marzo e, siccome la fortuna è sempre dalla nostra parte, sono state calendarizzate in ordine alfabetico, così noi di Acra siamo i primi della lista, il 15 di questo mese. Vi lascio immaginare che settimane da incubo siano queste.
A rendere il tutto ancor più intrigante, ci sono due nuove aree di intervento a cui pensare: nonostante il cataclisma dei fondi per le attività generatrici di reddito e tutto lo stillicidio di disavventure che i miei venticinque lettori hanno potuto apprezzare attraverso questo tragico blog, pare che le altre organizzazioni facciano, mediamente, molto peggio, così, come riconoscimento ai nostri grandi successi, UNHCR ci ha aggiunto nuove compiti e nuove aree di intervento: non ci occuperemo più solo delle scuole, ma anche dei comitati creati per erogare i servizi fondamentali nei campi (assistenza ai bisognosi, alle donne, risoluzione delle controversie, gestione dell’acqua, ecc), che dovranno integrarsi con strutture comunitarie analoghe presenti nei villaggi circostanti; e, soprattutto, non interverremo solo nella zona di Goré, ma anche nelle altre due aree con campi di profughi centrafricani in Ciad, Maro’ e Salamat. Se a Maro’, un villaggio a circa 400 km a est rispetto a Goré, Acra ha già un progetto e si tratta solo di rinforzare un intervento in corso in una zona tranquilla e accessibile, il Salamat, all’estremo est, è veramente una regione dimenticata da dio e dagli uomini, in cui lavorare sarà una sfida alla ragionevolezza. Ad Haraze, il capoluogo, UNHCR stava per costruire un bellissimo aeroporto per rendere la zona un po’ più accessibile, se non che le ineffabili autorità locali hanno deciso di installare un’antenna telefonica (che peraltro non funziona..) proprio in fondo alla pista per gli aerei e al momento possono decollare e atterrare solo aeroplanini a 4 posti, scartando bruscamente l’antenna in fase di decollo ed atterraggio. L’altra cittadina, Daha, è ancora più sperduta e possono arrivarci solo gli elicotteri, quando disponibili. Durante la stagione delle piogge i campi, a causa delle alluvioni, sono inaccessibili anche per UNHCR, è praticamente impossibile uscire dai due centri abitati e solo raramente aerei ed elicotteri riescono ad atterrare. Essendo il posto così isolato, va da se che in loco non si trova nulla, se non a costi esorbitanti, quindi bisogna portarsi appresso scorte di acqua, di carburante, di viveri.. Quando si dice un paradiso tropicale…
Pur con molte perplessità, eravamo pronti a lanciarci anche in questa avventura: ci era stato detto che nel periodo secco potevamo tranquillamente andare in macchina da Maro’, inserendoci in uno dei convogli umanitari organizzati da UNHCR per rifornire i disgraziati che lavorano laggiù. Purtroppo, la stagione secca è il periodo preferito da ribelli e briganti, specie in quel magico triangolo tra Ciad, Sudan e Centrafrica che è il Salamt, così, dopo che sono stati attaccati da ignoti malintenzionati armati ben due convogli di fila, si è deciso che per il momento era meglio lasciar stare il viaggio via terra. Il rapporto con cui lo staff locale di UNHCR annunciava la chiusura di quest’asse terrestre, lamentando l’insicurezza e l’isolamento dell’area, è veramente suggestivo e si conclude spiegando come, al momento, l’unico modo per allontanarsi dalla zona (aereo escluso) sia via piroga, ma anche questo sistema è, a loro avviso, sconsigliabile: recentemente tre donne sono state uccise dagli ippopotami durante la traversata… Che dire, le disgrazie, da queste parti, non vengono mai sole! Superfluo aggiungere che per ora è tutto bloccato, il governo ha garantito che proverà a migliorare le condizioni di sicurezza e le Nazioni Unite la qualità e la frequenza dei collegamenti aerei, ma visto l’isolamento della zona ed i tumulti nel vicino Centrafrica difficilmente sarà possibile a breve termine. Peccato, un po’ mi incuriosiva, un posto tanto inculato!
L’ultima settimana l’ho trascorsa a N’djamena con le mie amate fatture: in stagione secca il volo in aeroplano da Moundou è stato decisamente più tranquillo e mi sono divertito un sacco, nel posto subito dietro a quello del pilota, a provare ad imparare come si guida un aereo. Resterò qui finché tutto il materiale contabile non sarà pronto e temo che fino al 15 la vita sarà un inferno. Dopo chissà, magari anche peggio…
E con queste ottimistiche previsioni, vi saluto e abbraccio, alla prossima!
Monday, December 20, 2010
Aspettando Babbo Natale, arrivano i militari...
Ciao a tutti,
Gli echi del rigido inverno europeo hanno raggiunto anche la sempre calda Goré e tutti i tapini il cui rientro natalizio è legato ad un biglietto Air France (me compreso…) tremano dinnanzi alle notizie di aeroporti chiusi per neve e migliaia di passeggeri appiedati. E’ strano pensarci, in questi giorni di dicembre in maglietta e pantaloncini, ma, ahimè, speriamo che da qui a giovedì la situazione migliori. Comunque, nell’attesa che babbo natale sostituisca le renne coi cammelli e si spinga fino a queste remote contrade, dicembre ha portato un dono decisamente meno gradito: un vasto contingente militare, per un’importante azione congiunta dei governi di Ciad e Centrafrica contro i ribelli di entrambe le nazionalità che si annidano in quell’area anarchica che è il nord Centrafrica. Premesso che l’instabilità riguarda il solo Centrafrica e che a Goré si trovano il quartier generale di UNHCR per tutte le missioni nel sud Ciad, le sedi locali di numerose ONG e la prefettura, quindi, nel caso ci fosse il minimo sospetto di un ipotetico pericolo, saremmo prontamente informati ed evacuati, vi racconterò un po’ di questa novità e delle vicende di attualità correlate.
Il Ciad, oltre ad essere di per sé un posto disastrato, che dall’indipendenza, nel 1960, ad oggi, non è mai riuscito a trascorrere più di due - tre anni di fila senza una guerra civile e, tanto per variare il genere, ha affrontato pure una lunga guerra con la Libia negli anni’80, al punto che ancora oggi la zona nord è impraticabile per l’alto numero di mine rimaste, ha l’indubbio privilegio di condividere le frontiere con paesi di provata stabilità, come il Sudan e, appunto, il Centrafrica. Il 2011 non si prospetta un anno serenissimo: in Sudan voterà a gennaio il referendum per l’indipendenza del sud del paese, in cui probabilmente gli indipendentisti vinceranno e sicuramente il governo sudanese, appoggiato da quello libico, ha già detto che non accetterà mai un simile risultato, quindi non si prevedono evoluzioni positive. In Ciad e in Centrafrica, più banalmente, proveranno ad allestire delle elezioni farsa per legittimare i reciproci dittatori: quello ciadiano é in carica dal 1990, quando prese il governo con un colpo di stato, e quello centrafricano, più giovane, dal 2003, anche lui asceso al potere con una democratica azione militare. In questo contesto tutti e tre i governi ci tengono ad avere un minimo di stabilità interna e stanno provando, dopo anni di sgarri, a cooperare per eliminare le sacche di ribellione nelle aree più remote dei rispettivi paesi.
Sudan e Ciad hanno passato un decennio a finanziare i reciproci ribelli per danneggiarsi: gli indipendentisti del Darfour, infatti, sono molto legati al presidente ciadiano Deby e da quando, con la scoperta del petrolio, la regione è diventata interessante, sono generosamente appoggiati per destabilizzare il regime antagonista. Allo stesso tempo quel filantropo del presidente sudanese, recentemente condannato per crimini di guerra proprio in Darfour, appoggia i ribelli ciadiani, che regolarmente, ogni stagione secca, provano a raggiungere N’djamena per rovesciare il governo: se ce la fanno prima del periodo piovoso, bene, sennò se ne riparla l’anno dopo, perché durante le piogge è impossibile spostarsi pure per loro. Da segnalare, poi, che tutti i paesi dell’africa francofona sono indipendenti, ma fino a un certo punto: oltre ad avere una valuta il cui valore dipendeva dal franco francese prima e dall’euro ora (e le cui riserve auree sono ancora conservate a Parigi..), ospitano abbondanti contingenti di militari francesi, il cui ruolo è cruciale per tenere in sella il despota di turno. Ad esempio, dopo che nel 2007 il presidente del Ciad ebbe l’infausta idea di arrestare i membri di un’ONG francese che gestivano le adozioni di bambini in modo poco chiaro (uno di questi geniacci è stato espulso pure da Haiti con la stessa accusa..), i ribelli riuscirono per la prima volta ad attraversare tutto l’est e mettere a ferro e fuoco N’djamena, nel febbraio 2008. Sul come si arrivò fino a quel punto le versioni sono tante, ma tutte concordano sul ruolo giocato dalla Francia e sulla sua volontà di rimettere in riga il riottoso Deby per il suo delitto di lesa maestà.
Dopo i fatti del 2008 il Ciad ha accettato un contingente di caschi blu alla frontiera est per monitorare la situazione ed è riuscito, dopo lunghi negoziati, ad accordarsi col Sudan per cessare i reciproci sgherri: a giugno il principale capo dei ribelli, a N’djamena una celebrità, è stato dichiarato persona non grata e cacciato dal paese, mentre il presidente sudanese Beshir, che ormai non può più visitare molti paesi senza rischiare un mandato d’arresto, è stato accolto con tutti gli onori nella capitale ciadiana. Il pericolo a est sembra, dunque, ridimensionato, al punto che la missione ONU abbandonerà il paese entro fine mese e saranno ciadiani e sudanesi a garantire ordine alle frontiere. In compenso pare che, essendo ormai l’est ben monitorato, i ribelli abbiano in mente di spostarsi verso sud, annidarsi nelle stesse zone in cui operano i ribelli centrafricani contro il loro dittatore e provare a seminare scompiglio da quelle parti, in cui si trovano, peraltro, le principali fonti di ricchezza del Ciad: petrolio e cotone.
Così, per non saper né leggere né scrivere, i due presidenti si sono incontrati e hanno deciso una strategia comune: da settimane si sente sempre più frequentemente parlare di raid dell’esercito centrafricano nei villaggi del nord, mentre da noi il prefetto, insediato da appena due settimane, è stato subito rimosso in quanto legato ai vecchi ribelli del sud (che hanno fatto fuoco e fiamme contro il governo negli anni ’90 per poi cambiare idea ed allearsi a Deby, un po’ come fanno i parlamentari dell’Italia dei Valori con Silvio…) ed al suo posto arriverà un fedelissimo del presidente, preceduto, però, da varie divisioni dell’esercito, che, si dice, opereranno in accordo con le forze centrafricane in territorio del Centrafrica. Così, quel piccolo paradiso di tranquillità che era Goré, è ora attraversata di continuo da camionette di omaccioni minacciosi con bazooka e kalashnikov al seguito. Checché ne dica l’amico La Russa, non é mai bello vedere armi e militari per le strade delle città, figuriamoci in un paese come questo, in cui i soldati sanno di poter fare impunemente tutto quello che gli passa per la mente.
Sono subito state diramate circolari in cui si raccomanda a tutto il personale delle organizzazioni umanitarie di restarsene a casa la sera quando fa buio e di essere sempre umili e rispettosi coi militari, non superarli mai in macchina, non guardargli mai negli occhi, non rispondere alle provocazioni, eccetera eccetera. Raccomandazioni che sembrano sciocche, ma, pensando a quanto zarri possano essere i carabinieri nostrani, non oso nemmeno immaginare i livelli dei locali. Dico solo che da quando sono qui si sono già verificati fatti edificanti, come lo stupro di una tredicenne e vari casi di risse e furti, visto che gli amici armati amano bere, considerano i contadini come fossero merda e sanno che la faranno sempre franca. Purtroppo in questi paesi va così e tutto quello che si può fare è starsene cheti ed evitarli, con l’amara consapevolezza che se anche vincessero i ribelli, si passerebbe solo da un dittatore ad un altro: le guerre africane possono essere imprevedibili, ma l’unica certezza è che, comunque vada, sarà un cattivo, a vincere (un po’ come alle nostre elezioni…).
Al di la di queste spiacevoli novità, dicembre non è stato un mese molto proficuo: abbiamo faticosamente avviato alcune cosiddette “attività generatrici di reddito”, ossia dei piccoli progetti imprenditoriali gestiti dai comitati dei genitori al fine di avere delle entrate supplementari da usare per le scuole. Essendo contadini, non hanno quasi mai trovato nulla di più creativo che stoccare cereali per rivenderli a prezzo maggiorato una volta finito il periodo della raccolta, quindi da gennaio. Non sembrava malvagia, come idea, peccato che, per la prima volta nella sua storia, il governo ciadiano ha imposto dei limiti ai prezzi dei cereali e ne ha vietato ogni esportazione, cosicché i margini di ricavo si ridurranno drasticamente ed i nostri amici non potranno mai ottenere le entrate che pensavano di ottenere da queste attività. Una misura, dicono maliziosi i locali, che avvantaggerà soprattutto chi vive nelle città e risente maggiormente delle fluttuazioni dei prezzi, presa esclusivamente per fini elettorali. A me non sembra nemmeno pessima, come iniziativa, però i nostri contadinotti come faranno ora??
Per finire, si segnalano nuovi arrivi, nella nostra casa: mentre, col ritrarsi delle acque, i rospi calano progressivamente, una famigliola di gechi si è installata nel divano di casa e, nonostante reiterati tentativi di trovargli un’altra collocazione, non c’è stato modo di smuoverli. Comunque, poco male, in fondo i gechi sono carini e mangiano le zanzare. Il secondo acquisto di casa, invece, è stato un po’ più sgradevole. Una topolina tanto minuscola da passare sotto le porte ha, infatti, trovato molto accogliente la nostra cucina e ivi risiede da un po’. Anche lì i tentativi di cacciarla sono stati vani e di topicida a Goré non se ne trova. Devo dire che è un animaletto piccolo e grazioso, non farebbe nemmeno alcun male, se non fosse per l’incorreggibile abitudine del cuoco di lasciare il cibo in luoghi inopportuni.. Dopo varie e vane raccomandazioni sul dove e come tenere le cose, un bel giorno troviamo tre minuscoli cuccioli di topo teneramente accovacciati nel nostro sacco di riso. Superfluo aggiungere che il riso è stato retrocesso a mangime per cani (nonostante quel raffinato igienista del cuoco sostenesse imperturbabile che potevamo mangiarlo senza problemi..) ed i cuccioli di topo abbandonati al loro destino fuori di casa. Ogni tanto mi faccio una di quelle domande di cui so che preferirei non sapere la risposta: ma prima di scegliere il sacco come reparto ostetrico, quanti sopralluoghi avrà fatto il topo, a nostra insaputa, insaporendo il riso dei nostri pasti?
Con questo inquietante interrogativo, vi saluto! Mercoledì partirò per N’djamena e giovedì notte, se tutto va bene, il mio volo decollerà, così da essere a Linate la mattina della vigilia. Incrociando le dita per la neve.. A presto!
Gli echi del rigido inverno europeo hanno raggiunto anche la sempre calda Goré e tutti i tapini il cui rientro natalizio è legato ad un biglietto Air France (me compreso…) tremano dinnanzi alle notizie di aeroporti chiusi per neve e migliaia di passeggeri appiedati. E’ strano pensarci, in questi giorni di dicembre in maglietta e pantaloncini, ma, ahimè, speriamo che da qui a giovedì la situazione migliori. Comunque, nell’attesa che babbo natale sostituisca le renne coi cammelli e si spinga fino a queste remote contrade, dicembre ha portato un dono decisamente meno gradito: un vasto contingente militare, per un’importante azione congiunta dei governi di Ciad e Centrafrica contro i ribelli di entrambe le nazionalità che si annidano in quell’area anarchica che è il nord Centrafrica. Premesso che l’instabilità riguarda il solo Centrafrica e che a Goré si trovano il quartier generale di UNHCR per tutte le missioni nel sud Ciad, le sedi locali di numerose ONG e la prefettura, quindi, nel caso ci fosse il minimo sospetto di un ipotetico pericolo, saremmo prontamente informati ed evacuati, vi racconterò un po’ di questa novità e delle vicende di attualità correlate.
Il Ciad, oltre ad essere di per sé un posto disastrato, che dall’indipendenza, nel 1960, ad oggi, non è mai riuscito a trascorrere più di due - tre anni di fila senza una guerra civile e, tanto per variare il genere, ha affrontato pure una lunga guerra con la Libia negli anni’80, al punto che ancora oggi la zona nord è impraticabile per l’alto numero di mine rimaste, ha l’indubbio privilegio di condividere le frontiere con paesi di provata stabilità, come il Sudan e, appunto, il Centrafrica. Il 2011 non si prospetta un anno serenissimo: in Sudan voterà a gennaio il referendum per l’indipendenza del sud del paese, in cui probabilmente gli indipendentisti vinceranno e sicuramente il governo sudanese, appoggiato da quello libico, ha già detto che non accetterà mai un simile risultato, quindi non si prevedono evoluzioni positive. In Ciad e in Centrafrica, più banalmente, proveranno ad allestire delle elezioni farsa per legittimare i reciproci dittatori: quello ciadiano é in carica dal 1990, quando prese il governo con un colpo di stato, e quello centrafricano, più giovane, dal 2003, anche lui asceso al potere con una democratica azione militare. In questo contesto tutti e tre i governi ci tengono ad avere un minimo di stabilità interna e stanno provando, dopo anni di sgarri, a cooperare per eliminare le sacche di ribellione nelle aree più remote dei rispettivi paesi.
Sudan e Ciad hanno passato un decennio a finanziare i reciproci ribelli per danneggiarsi: gli indipendentisti del Darfour, infatti, sono molto legati al presidente ciadiano Deby e da quando, con la scoperta del petrolio, la regione è diventata interessante, sono generosamente appoggiati per destabilizzare il regime antagonista. Allo stesso tempo quel filantropo del presidente sudanese, recentemente condannato per crimini di guerra proprio in Darfour, appoggia i ribelli ciadiani, che regolarmente, ogni stagione secca, provano a raggiungere N’djamena per rovesciare il governo: se ce la fanno prima del periodo piovoso, bene, sennò se ne riparla l’anno dopo, perché durante le piogge è impossibile spostarsi pure per loro. Da segnalare, poi, che tutti i paesi dell’africa francofona sono indipendenti, ma fino a un certo punto: oltre ad avere una valuta il cui valore dipendeva dal franco francese prima e dall’euro ora (e le cui riserve auree sono ancora conservate a Parigi..), ospitano abbondanti contingenti di militari francesi, il cui ruolo è cruciale per tenere in sella il despota di turno. Ad esempio, dopo che nel 2007 il presidente del Ciad ebbe l’infausta idea di arrestare i membri di un’ONG francese che gestivano le adozioni di bambini in modo poco chiaro (uno di questi geniacci è stato espulso pure da Haiti con la stessa accusa..), i ribelli riuscirono per la prima volta ad attraversare tutto l’est e mettere a ferro e fuoco N’djamena, nel febbraio 2008. Sul come si arrivò fino a quel punto le versioni sono tante, ma tutte concordano sul ruolo giocato dalla Francia e sulla sua volontà di rimettere in riga il riottoso Deby per il suo delitto di lesa maestà.
Dopo i fatti del 2008 il Ciad ha accettato un contingente di caschi blu alla frontiera est per monitorare la situazione ed è riuscito, dopo lunghi negoziati, ad accordarsi col Sudan per cessare i reciproci sgherri: a giugno il principale capo dei ribelli, a N’djamena una celebrità, è stato dichiarato persona non grata e cacciato dal paese, mentre il presidente sudanese Beshir, che ormai non può più visitare molti paesi senza rischiare un mandato d’arresto, è stato accolto con tutti gli onori nella capitale ciadiana. Il pericolo a est sembra, dunque, ridimensionato, al punto che la missione ONU abbandonerà il paese entro fine mese e saranno ciadiani e sudanesi a garantire ordine alle frontiere. In compenso pare che, essendo ormai l’est ben monitorato, i ribelli abbiano in mente di spostarsi verso sud, annidarsi nelle stesse zone in cui operano i ribelli centrafricani contro il loro dittatore e provare a seminare scompiglio da quelle parti, in cui si trovano, peraltro, le principali fonti di ricchezza del Ciad: petrolio e cotone.
Così, per non saper né leggere né scrivere, i due presidenti si sono incontrati e hanno deciso una strategia comune: da settimane si sente sempre più frequentemente parlare di raid dell’esercito centrafricano nei villaggi del nord, mentre da noi il prefetto, insediato da appena due settimane, è stato subito rimosso in quanto legato ai vecchi ribelli del sud (che hanno fatto fuoco e fiamme contro il governo negli anni ’90 per poi cambiare idea ed allearsi a Deby, un po’ come fanno i parlamentari dell’Italia dei Valori con Silvio…) ed al suo posto arriverà un fedelissimo del presidente, preceduto, però, da varie divisioni dell’esercito, che, si dice, opereranno in accordo con le forze centrafricane in territorio del Centrafrica. Così, quel piccolo paradiso di tranquillità che era Goré, è ora attraversata di continuo da camionette di omaccioni minacciosi con bazooka e kalashnikov al seguito. Checché ne dica l’amico La Russa, non é mai bello vedere armi e militari per le strade delle città, figuriamoci in un paese come questo, in cui i soldati sanno di poter fare impunemente tutto quello che gli passa per la mente.
Sono subito state diramate circolari in cui si raccomanda a tutto il personale delle organizzazioni umanitarie di restarsene a casa la sera quando fa buio e di essere sempre umili e rispettosi coi militari, non superarli mai in macchina, non guardargli mai negli occhi, non rispondere alle provocazioni, eccetera eccetera. Raccomandazioni che sembrano sciocche, ma, pensando a quanto zarri possano essere i carabinieri nostrani, non oso nemmeno immaginare i livelli dei locali. Dico solo che da quando sono qui si sono già verificati fatti edificanti, come lo stupro di una tredicenne e vari casi di risse e furti, visto che gli amici armati amano bere, considerano i contadini come fossero merda e sanno che la faranno sempre franca. Purtroppo in questi paesi va così e tutto quello che si può fare è starsene cheti ed evitarli, con l’amara consapevolezza che se anche vincessero i ribelli, si passerebbe solo da un dittatore ad un altro: le guerre africane possono essere imprevedibili, ma l’unica certezza è che, comunque vada, sarà un cattivo, a vincere (un po’ come alle nostre elezioni…).
Al di la di queste spiacevoli novità, dicembre non è stato un mese molto proficuo: abbiamo faticosamente avviato alcune cosiddette “attività generatrici di reddito”, ossia dei piccoli progetti imprenditoriali gestiti dai comitati dei genitori al fine di avere delle entrate supplementari da usare per le scuole. Essendo contadini, non hanno quasi mai trovato nulla di più creativo che stoccare cereali per rivenderli a prezzo maggiorato una volta finito il periodo della raccolta, quindi da gennaio. Non sembrava malvagia, come idea, peccato che, per la prima volta nella sua storia, il governo ciadiano ha imposto dei limiti ai prezzi dei cereali e ne ha vietato ogni esportazione, cosicché i margini di ricavo si ridurranno drasticamente ed i nostri amici non potranno mai ottenere le entrate che pensavano di ottenere da queste attività. Una misura, dicono maliziosi i locali, che avvantaggerà soprattutto chi vive nelle città e risente maggiormente delle fluttuazioni dei prezzi, presa esclusivamente per fini elettorali. A me non sembra nemmeno pessima, come iniziativa, però i nostri contadinotti come faranno ora??
Per finire, si segnalano nuovi arrivi, nella nostra casa: mentre, col ritrarsi delle acque, i rospi calano progressivamente, una famigliola di gechi si è installata nel divano di casa e, nonostante reiterati tentativi di trovargli un’altra collocazione, non c’è stato modo di smuoverli. Comunque, poco male, in fondo i gechi sono carini e mangiano le zanzare. Il secondo acquisto di casa, invece, è stato un po’ più sgradevole. Una topolina tanto minuscola da passare sotto le porte ha, infatti, trovato molto accogliente la nostra cucina e ivi risiede da un po’. Anche lì i tentativi di cacciarla sono stati vani e di topicida a Goré non se ne trova. Devo dire che è un animaletto piccolo e grazioso, non farebbe nemmeno alcun male, se non fosse per l’incorreggibile abitudine del cuoco di lasciare il cibo in luoghi inopportuni.. Dopo varie e vane raccomandazioni sul dove e come tenere le cose, un bel giorno troviamo tre minuscoli cuccioli di topo teneramente accovacciati nel nostro sacco di riso. Superfluo aggiungere che il riso è stato retrocesso a mangime per cani (nonostante quel raffinato igienista del cuoco sostenesse imperturbabile che potevamo mangiarlo senza problemi..) ed i cuccioli di topo abbandonati al loro destino fuori di casa. Ogni tanto mi faccio una di quelle domande di cui so che preferirei non sapere la risposta: ma prima di scegliere il sacco come reparto ostetrico, quanti sopralluoghi avrà fatto il topo, a nostra insaputa, insaporendo il riso dei nostri pasti?
Con questo inquietante interrogativo, vi saluto! Mercoledì partirò per N’djamena e giovedì notte, se tutto va bene, il mio volo decollerà, così da essere a Linate la mattina della vigilia. Incrociando le dita per la neve.. A presto!
Thursday, November 25, 2010
Il grande freddo
Ciao a tutti,
Purtroppo un’estenuante serie di scadenze ravvicinate mi ha, come al solito, allontanato dal blog, ma ora che la bufera sembra quietarsi, vi aggiorno un po’, partendo dalla piacevole frescura del mese di novembre. Dopo mesi e mesi di afosa attesa di questo mitico “periodo freddo”, in cui si sono visti anche i 15, quando non i 12 gradi, ecco, finalmente, che le piogge cessano e un vento polveroso caccia via l’umidità per portare l’attesa ventata di freschezza. In realtà, nel corso della giornata si è sempre e comunque saldamente sopra i 30 (a N’djamena pure i 40..), è vero, però, che la sera l’aria non ristagna, afosa e bollente, ma si alza una frescura da italica primavera. Per loro è il grande freddo, per me una boccata di vitale normalità.
Per il resto, come l’autunno da noi, questa è una stagione un po’ malinconica: dopo le ultime tempeste di ottobre, le acque dei fiumi si sono ritirate a vista d’occhio, i verdeggianti acquitrini che caratterizzavano tutta la regione sono spariti o sparenti e, nel complesso, la vegetazione imbiondisce e imbrunisce, il morbido fango rosso ritorna polvere e tutto appare molto più secco e meno vitale. E’ il periodo del raccolto, il sorgo alto nei campi è già rosso e pronto per la coltura, mentre le umide risaie vengono mietute e si preparano a tornare torride distese di nulla. Insomma, la natura offre tutto quello che ha preparato nella lunga stagione umida e si prepara al riposo, lasciando la terra in balia di polvere e sterpaglia e buona parte della manodopera locale disoccupata fino al ritorno delle piogge, nel mese di maggio. E’ veramente impressionante, per me, vedere le paludi ridiventare savane e fiumi maestosi miseri rigagnoli, ma immagino che per un neofita le nostre quattro stagioni e il ciclico allungarsi e accorciarsi delle giornate siano ben più spettacolari della sola alternanza umido – secco. Comunque, pare che fino a febbraio sarà così, poi tornerà la cappa di caldo mortale, che ci allieterà fino alle piogge di maggio.
Da segnalare, in questa stagione un po’ crepuscolare, nuovi e sempre suggestivi flagelli: se nel periodo delle piogge sono tempeste e alluvioni, in un paese senza argini e con case di fango e paglia, a funestare la serenità dei locali, la ritirata delle acque, con pozze che ristagnano fino all’evaporazione, crea il terreno di coltura ideale per malattie mortali come la malaria (da cui, e lo dico toccandomi, sono l’unico membro dell’équipe ancora indenne…) e il colera, segnalato spesso, in questi mesi, nella zona del lago Ciad. Gli acquitrini, inoltre, ospitano animaletti graziosi, come coccodrilli e ippopotami, che tutti gli anni fanno scorpacciate di pescatori troppo spregiudicati o bambini che, non ascoltando la mamma, giocano fino a tardi la sera tardi al fiume. Insomma, mese che vai, problema che trovi, e se sopravvivremo a tutte queste amenità ci sarà l’harmattan, il grande vento del Sahel, a generare nuovi flagelli.
In compenso non mancano mai nuove, succulente pietanze: la gazzella dicono tornerà ad essere abbondante sul mercato in maggio, ma a casa di un italiano ben fornito a N’djamena ho avuto la fortuna di mangiarne il carpaccio, veramente squisito. In compenso, sono piatti di stagione la carne del varano, rosea e tenera, e, soprattutto, le cavallette fritte: croccanti e carnose, condite con pepe e una spruzzata di limone sono la compagnia ideale per una birra fresca! Purtroppo in un paese in cui la fame è ancora un flagello la cultura dell’aperitivo è lungi dal diffondersi, ma sono sicuro che, quando arriverà, le cavallette, così come le termiti fritte, saranno di gran lunga il piatto forte. I manghi sono finiti da tempo, ma proliferano guiave e papaie, mentre andando verso nord si trovano anche succulente angurie e qualche agrume. Diciamo che per frutta e verdura non è il massimo, ma nemmeno troppo male.
Mentre noi siamo subissati da riunioni e menate burocratiche (chiusura dell’annualità di progetto e preparazione della seconda..), rese ancor più critiche dal fatto che l’anno prossimo avremo più attività e più sedi di intervento, la vita a Goré sembra gravitare attorno ad un solo, grande evento: l’arrivo del presidente. Dopo mesi di pioggia che hanno riempito di fossi e crateri le strade, ecco che possenti bulldozer provano ad appianare il tutto, mentre le baracche più fatiscenti vengono distrutte e gli alberi potati: non sia mai che un’autorità politica veda come sia conciato il paese dopo vent’anni di ininterrotto regno, bisogna sempre fare finta che vada tutto a meraviglia. I lavori fervono da giorni e con la consueta solerzia ciadiana: per due volte ci hanno rotto i tubi dell’acqua ed i fili della luce… Di fronte alla garbata richiesta della capo progetto di fare più attenzione, ci è stato risposto che “non si può fare la frittata senza rompere le uova”… Chissà quali meravigliose grandi opere riusciranno ad edificare con questa splendida mentalità!
Ad un certo punto, il grande evento sembrava ormai prossimo: una delegazione composta da primo ministro e vari membri del governo era giunta in missione ad ispezionare il villaggio, ormai in piena fibrillazione. Dalla mattina gruppi di danza e musica allietavano l’atmosfera nelle strade, mentre noi siamo stati convocati d’urgenza nel primo pomeriggio alla residenza del prefetto, per dare il benvenuto a così illustri ospiti. Superfluo aggiungere che siamo stati tutto il pomeriggio nella villa del prefetto ad attendere questa missione, come sempre in super ritardo, per poi schierarci in fila a dare il benvenuto, ovviamente un’ora prima del loro arrivo sotto una delle ultime piogge, non sia mai che il primo ministro arrivi e il popolo non sia ancora pronto. Così funziona, purtroppo, con le autorità africane, e mi sembra l’indice più evidente di quanto la democrazia, quaggiù, sia una remota utopia. In ogni caso, ho avuto il raro onore di stringere la mano al primo ministro ciadiano, in quei pochi istanti che ha dedicato al volgo prima di trincerarsi nei ricevimenti ufficiali con prefetto e altri sultani.
Purtroppo, l’esito della visita non è stato quello sperato: i locali scuotevano la testa sconsolati, raccontando di come, secondo il capo del governo, il villaggio non è ancora pronto per un ospite del calibro del presidente. Un’atmosfera generale mesta e rassegnata, insomma, compensata dal fatto che tutte le volte che arrivano queste autorità, luce e acqua, giorno e notte, non mancano mai. Del resto, come può un ministro passare un istante della sua vita senza corrente?? Peccato solo che poi, per recuperare tutto il gasolio sprecato, nei giorni a seguire il villaggio resti gran parte del tempo al buio e all’asciutto….
Mentre l’arrivo del presidente rimane circondato da un alone di mistero (c’è chi dice che non verrà fino a che non sarà asfaltata la strada, chi che si calerà dal cielo su di un elicottero da lui stesso guidato…), il progetto prosegue: stiamo avviando le attività generatrici di reddito, piccole attività finanziate in parte da Acra e in parte dalle comunità locali per generare delle entrate che consentano di coprire le spese di funzionamento delle scuole. Non mi sembra ci sia grande ottimismo al riguardo, comunque, se non funzioneranno molte scuole chiuderanno baracca e burattini, dunque speriamo bene! Nell’attesa che l’amato presidente scenda dal cielo o alla testa dei bulldozer per asfaltare la strada fino a Mondou (c’è un interessante e istruttiva storia sul presidente e le strade asfaltate, che quando avrò tempo vi racconterò…), vi saluto, sperando di aggiornarvi un po’ più frequentemente. A presto!
Purtroppo un’estenuante serie di scadenze ravvicinate mi ha, come al solito, allontanato dal blog, ma ora che la bufera sembra quietarsi, vi aggiorno un po’, partendo dalla piacevole frescura del mese di novembre. Dopo mesi e mesi di afosa attesa di questo mitico “periodo freddo”, in cui si sono visti anche i 15, quando non i 12 gradi, ecco, finalmente, che le piogge cessano e un vento polveroso caccia via l’umidità per portare l’attesa ventata di freschezza. In realtà, nel corso della giornata si è sempre e comunque saldamente sopra i 30 (a N’djamena pure i 40..), è vero, però, che la sera l’aria non ristagna, afosa e bollente, ma si alza una frescura da italica primavera. Per loro è il grande freddo, per me una boccata di vitale normalità.
Per il resto, come l’autunno da noi, questa è una stagione un po’ malinconica: dopo le ultime tempeste di ottobre, le acque dei fiumi si sono ritirate a vista d’occhio, i verdeggianti acquitrini che caratterizzavano tutta la regione sono spariti o sparenti e, nel complesso, la vegetazione imbiondisce e imbrunisce, il morbido fango rosso ritorna polvere e tutto appare molto più secco e meno vitale. E’ il periodo del raccolto, il sorgo alto nei campi è già rosso e pronto per la coltura, mentre le umide risaie vengono mietute e si preparano a tornare torride distese di nulla. Insomma, la natura offre tutto quello che ha preparato nella lunga stagione umida e si prepara al riposo, lasciando la terra in balia di polvere e sterpaglia e buona parte della manodopera locale disoccupata fino al ritorno delle piogge, nel mese di maggio. E’ veramente impressionante, per me, vedere le paludi ridiventare savane e fiumi maestosi miseri rigagnoli, ma immagino che per un neofita le nostre quattro stagioni e il ciclico allungarsi e accorciarsi delle giornate siano ben più spettacolari della sola alternanza umido – secco. Comunque, pare che fino a febbraio sarà così, poi tornerà la cappa di caldo mortale, che ci allieterà fino alle piogge di maggio.
Da segnalare, in questa stagione un po’ crepuscolare, nuovi e sempre suggestivi flagelli: se nel periodo delle piogge sono tempeste e alluvioni, in un paese senza argini e con case di fango e paglia, a funestare la serenità dei locali, la ritirata delle acque, con pozze che ristagnano fino all’evaporazione, crea il terreno di coltura ideale per malattie mortali come la malaria (da cui, e lo dico toccandomi, sono l’unico membro dell’équipe ancora indenne…) e il colera, segnalato spesso, in questi mesi, nella zona del lago Ciad. Gli acquitrini, inoltre, ospitano animaletti graziosi, come coccodrilli e ippopotami, che tutti gli anni fanno scorpacciate di pescatori troppo spregiudicati o bambini che, non ascoltando la mamma, giocano fino a tardi la sera tardi al fiume. Insomma, mese che vai, problema che trovi, e se sopravvivremo a tutte queste amenità ci sarà l’harmattan, il grande vento del Sahel, a generare nuovi flagelli.
In compenso non mancano mai nuove, succulente pietanze: la gazzella dicono tornerà ad essere abbondante sul mercato in maggio, ma a casa di un italiano ben fornito a N’djamena ho avuto la fortuna di mangiarne il carpaccio, veramente squisito. In compenso, sono piatti di stagione la carne del varano, rosea e tenera, e, soprattutto, le cavallette fritte: croccanti e carnose, condite con pepe e una spruzzata di limone sono la compagnia ideale per una birra fresca! Purtroppo in un paese in cui la fame è ancora un flagello la cultura dell’aperitivo è lungi dal diffondersi, ma sono sicuro che, quando arriverà, le cavallette, così come le termiti fritte, saranno di gran lunga il piatto forte. I manghi sono finiti da tempo, ma proliferano guiave e papaie, mentre andando verso nord si trovano anche succulente angurie e qualche agrume. Diciamo che per frutta e verdura non è il massimo, ma nemmeno troppo male.
Mentre noi siamo subissati da riunioni e menate burocratiche (chiusura dell’annualità di progetto e preparazione della seconda..), rese ancor più critiche dal fatto che l’anno prossimo avremo più attività e più sedi di intervento, la vita a Goré sembra gravitare attorno ad un solo, grande evento: l’arrivo del presidente. Dopo mesi di pioggia che hanno riempito di fossi e crateri le strade, ecco che possenti bulldozer provano ad appianare il tutto, mentre le baracche più fatiscenti vengono distrutte e gli alberi potati: non sia mai che un’autorità politica veda come sia conciato il paese dopo vent’anni di ininterrotto regno, bisogna sempre fare finta che vada tutto a meraviglia. I lavori fervono da giorni e con la consueta solerzia ciadiana: per due volte ci hanno rotto i tubi dell’acqua ed i fili della luce… Di fronte alla garbata richiesta della capo progetto di fare più attenzione, ci è stato risposto che “non si può fare la frittata senza rompere le uova”… Chissà quali meravigliose grandi opere riusciranno ad edificare con questa splendida mentalità!
Ad un certo punto, il grande evento sembrava ormai prossimo: una delegazione composta da primo ministro e vari membri del governo era giunta in missione ad ispezionare il villaggio, ormai in piena fibrillazione. Dalla mattina gruppi di danza e musica allietavano l’atmosfera nelle strade, mentre noi siamo stati convocati d’urgenza nel primo pomeriggio alla residenza del prefetto, per dare il benvenuto a così illustri ospiti. Superfluo aggiungere che siamo stati tutto il pomeriggio nella villa del prefetto ad attendere questa missione, come sempre in super ritardo, per poi schierarci in fila a dare il benvenuto, ovviamente un’ora prima del loro arrivo sotto una delle ultime piogge, non sia mai che il primo ministro arrivi e il popolo non sia ancora pronto. Così funziona, purtroppo, con le autorità africane, e mi sembra l’indice più evidente di quanto la democrazia, quaggiù, sia una remota utopia. In ogni caso, ho avuto il raro onore di stringere la mano al primo ministro ciadiano, in quei pochi istanti che ha dedicato al volgo prima di trincerarsi nei ricevimenti ufficiali con prefetto e altri sultani.
Purtroppo, l’esito della visita non è stato quello sperato: i locali scuotevano la testa sconsolati, raccontando di come, secondo il capo del governo, il villaggio non è ancora pronto per un ospite del calibro del presidente. Un’atmosfera generale mesta e rassegnata, insomma, compensata dal fatto che tutte le volte che arrivano queste autorità, luce e acqua, giorno e notte, non mancano mai. Del resto, come può un ministro passare un istante della sua vita senza corrente?? Peccato solo che poi, per recuperare tutto il gasolio sprecato, nei giorni a seguire il villaggio resti gran parte del tempo al buio e all’asciutto….
Mentre l’arrivo del presidente rimane circondato da un alone di mistero (c’è chi dice che non verrà fino a che non sarà asfaltata la strada, chi che si calerà dal cielo su di un elicottero da lui stesso guidato…), il progetto prosegue: stiamo avviando le attività generatrici di reddito, piccole attività finanziate in parte da Acra e in parte dalle comunità locali per generare delle entrate che consentano di coprire le spese di funzionamento delle scuole. Non mi sembra ci sia grande ottimismo al riguardo, comunque, se non funzioneranno molte scuole chiuderanno baracca e burattini, dunque speriamo bene! Nell’attesa che l’amato presidente scenda dal cielo o alla testa dei bulldozer per asfaltare la strada fino a Mondou (c’è un interessante e istruttiva storia sul presidente e le strade asfaltate, che quando avrò tempo vi racconterò…), vi saluto, sperando di aggiornarvi un po’ più frequentemente. A presto!
Monday, November 1, 2010
A scuola con le autorità
Ciao a tutti,
Purtroppo nelle ultime settimane il lavoro è stato tanto e gli eventi interessanti pochi, quindi ho trascurato un po’ il nostro caro blog. Proverò a recuperare oggi, in questo lunedì dei santi fortunatamente festivo pure nel multireligioso Ciad.
Vi avevo lasciato coi nostri poveri bambini a lezione sotto i manghi o nei campi a cogliere arachidi (peraltro squisite..) e le scuole un po’ difficoltà. Fortunatamente, nel corso del mese di ottobre, tra contrattempi, litigi e tribolazioni si è riusciti a mettere tutto in carreggiata e oggi gli istituti sono pienamente operativi. Nonostante i temporali non siano finiti e, anzi, abbiamo assistito al colpo di coda della stagione delle piogge, ossia delle grandinate tanto brevi quanto terrificanti, le acque piano piano si stanno ritirando e le paglie per coprire gli hangar sono ormai disponibili ovunque. Oltre a ricostruire gli hangar, abbiamo distribuito un po’ di materiale di prima necessità (penne, quaderni, gessetti, matite..) e stiamo tampinando i genitori delle scuole dei rifugiati perché paghino le loro quote, cosicché gli insegnanti riescano percepire il loro magro salario. Si procede molto lentamente, soprattutto in uno dei tre campi, in cui la scuola, fino a metà ottobre, è stata trasformata in un centro di accoglienza per gli alluvionati dei dintorni, ma si procede, e da queste parti è già qualcosa.
A consacrare l’inizio dell’anno scolastico è venuto niente di meno che il governatore della regione del Logone Meridionale in persona, che ci ha invitato alla grande cerimonia ufficiale di apertura delle scuole nel villaggio di Yamodo, la sottoprefettura confinante con quella di Goré, molto più sperduta e isolata. La delegazione governativa si è subito fatta amare, nel senso che la cittadinanza ha atteso per ore, sotto un sole cocente, il suo arrivo, tutti in piedi lungo la strada d’accesso a mostrare festoni coi colori del Ciad (curiosamente, la bandiera ciadiana è identica a quella romena..), per poi urlare e applaudire all’arrivo dei rombanti macchinoni. Fortunatamente, almeno noi siamo stati esentati da questo supplizio… Dopo essersi guadagnati anche l’amicizia dei colleghi di UNHCR, presentandosi alla loro residenza con tanto di militari al seguito, nonostante il divieto assoluto di introdurre armi in ogni edificio delle Nazioni Unite, e confondendo due funzionarie con le inservienti per ordinare la colazione, gli amici della delegazione governativa si sono finalmente congedati, dandoci appuntamento l’indomani di primo mattino (ormai ho rinunciato a svegliarmi dopo le sette pure al sabato..) per un rinfresco al palazzo del prefetto.
Devo dire che, seppur pacchiana e ipergerarchicizzata come tutte le cerimonie politiche africane (il governatore che mangia col prefetto su poltrona di velluto sotto l’hangar di paglia e tutti gli altri fuori su sedie di plastica o in terra, secondo l’importanza..), la giornata è stata veramente ricca di spunti interessanti, oltreché di cibo di qualità. Dopo una colazione a base di pollo e riso, abbiamo percorso in convoglio la pista accidentata in mezzo alla foresta per Yamodo, tra macchinoni governativi e camioncini di militari con bazooka e mitragliatrici in bella vista, attraversando, in tutti i villaggi, ali di contadini festanti e plaudenti (chissà quanto spontaneamente…), per poi essere accolti, a Yamodo, da cavalieri calzanti abiti beduini che ci hanno scortato al galoppo, sventolando bandiere ciadiane, fino al palco delle autorità, dove abbiamo preso posto. Funzionari e dirigenti hanno fatto il punto della tragica situazione delle scuole, mentre la popolazione ascoltava e applaudiva, accalcata all’aperto sotto il sole di mezzogiorno. Il governatore ha ascoltato, ha spiegato come l’educazione sia la principale preoccupazione del governo, per poi congedarsi senza promettere nulla, se non la sua umana comprensione. Un po’ di danze tradizionali, simpatiche scenette teatrali sull’importanza della scuola (in cui, però, le gag più apprezzate erano in lingua locale, dunque incomprensibili per me..), un altro lauto pasto, stavolta a base di pasta e trippa e poi il rientro. Anche se non c’è mai assolutamente nulla di spontaneo in questi grandi eventi africani, rigidamente gestiti dagli addetti al cerimoniale, e sicuramente il prefetto e i vari capi locali hanno imposto alla gente di assistere alla cerimonia fino alla fine, Yamodo è talmente sperduta che quella visita ha sinceramente eccitato gli animi degli autoctoni, poco abituati alle visite, in particolare di bianchi. Una bella atmosfera festosa, peccato che, ovviamente, non ci fosse consentito, se non per brevi momenti, di socializzare coi locali, tenuti a distanza da un consistente dispiegamento di minacciosi militari.
Sulla via del ritorno, c’è stato anche il tempo di una fugace tappa alla scuola del campo di Amboko, il più grande dei tre campi. Anche lì nessuna promessa, ma il fatto che un’autorità politica di primo piano si scomodi a visitare la scuola dei rifugiati è un piccolo evento che fa ben sperare. I rifugiati che decideranno di restare, infatti, non avranno la cittadinanza ciadiana, ma uno status che dovrebbe, teoricamente, garantirgli alcuni diritti fondamentali, tra cui l’educazione, e questa prima, timida, manifestazione di interesse nei loro confronti da parte del governatore è un segnale da non sottovalutare. Insomma, questo governo ciadiano è autoritario e corrotto all’estremo, ma per quel che riguarda il diritto di asilo e l’accoglienza agli stranieri (o almeno a questi stranieri, coi profughi sudanesi la questione è più delicata) sembra surclassare alla grande i ricchi e arroganti governi europei, che si riempiono la bocca di belle parole, ma poi non trovano soluzioni migliori che impallinare innocenti a Ceuta, deportare Rom e Sinti da un capo all’altro dell’Europa o armare quei grandi amanti dei diritti umani dei nostri vicini libici (orgogliosamente fuori dalla convenzione di Ginevra..) perché facciano il lavoro sporco al posto nostro nel Sahara. Che dire, tutte le volte che ho a che fare con le pur odiose autorità locali, il paragone con casa nostra non riesca mai ad essere veramente rassicurante. Mi chiedo solo se sia tradizione anche da queste parti il Bunga Bunga presidenziale…
Nell’attesa di raccogliere questa informazione durante l’ormai imminente visita del presidente ciadiano (lo è da agosto, in realtà, chissà se verrà mai..), vi saluto, alla prossima!
Purtroppo nelle ultime settimane il lavoro è stato tanto e gli eventi interessanti pochi, quindi ho trascurato un po’ il nostro caro blog. Proverò a recuperare oggi, in questo lunedì dei santi fortunatamente festivo pure nel multireligioso Ciad.
Vi avevo lasciato coi nostri poveri bambini a lezione sotto i manghi o nei campi a cogliere arachidi (peraltro squisite..) e le scuole un po’ difficoltà. Fortunatamente, nel corso del mese di ottobre, tra contrattempi, litigi e tribolazioni si è riusciti a mettere tutto in carreggiata e oggi gli istituti sono pienamente operativi. Nonostante i temporali non siano finiti e, anzi, abbiamo assistito al colpo di coda della stagione delle piogge, ossia delle grandinate tanto brevi quanto terrificanti, le acque piano piano si stanno ritirando e le paglie per coprire gli hangar sono ormai disponibili ovunque. Oltre a ricostruire gli hangar, abbiamo distribuito un po’ di materiale di prima necessità (penne, quaderni, gessetti, matite..) e stiamo tampinando i genitori delle scuole dei rifugiati perché paghino le loro quote, cosicché gli insegnanti riescano percepire il loro magro salario. Si procede molto lentamente, soprattutto in uno dei tre campi, in cui la scuola, fino a metà ottobre, è stata trasformata in un centro di accoglienza per gli alluvionati dei dintorni, ma si procede, e da queste parti è già qualcosa.
A consacrare l’inizio dell’anno scolastico è venuto niente di meno che il governatore della regione del Logone Meridionale in persona, che ci ha invitato alla grande cerimonia ufficiale di apertura delle scuole nel villaggio di Yamodo, la sottoprefettura confinante con quella di Goré, molto più sperduta e isolata. La delegazione governativa si è subito fatta amare, nel senso che la cittadinanza ha atteso per ore, sotto un sole cocente, il suo arrivo, tutti in piedi lungo la strada d’accesso a mostrare festoni coi colori del Ciad (curiosamente, la bandiera ciadiana è identica a quella romena..), per poi urlare e applaudire all’arrivo dei rombanti macchinoni. Fortunatamente, almeno noi siamo stati esentati da questo supplizio… Dopo essersi guadagnati anche l’amicizia dei colleghi di UNHCR, presentandosi alla loro residenza con tanto di militari al seguito, nonostante il divieto assoluto di introdurre armi in ogni edificio delle Nazioni Unite, e confondendo due funzionarie con le inservienti per ordinare la colazione, gli amici della delegazione governativa si sono finalmente congedati, dandoci appuntamento l’indomani di primo mattino (ormai ho rinunciato a svegliarmi dopo le sette pure al sabato..) per un rinfresco al palazzo del prefetto.
Devo dire che, seppur pacchiana e ipergerarchicizzata come tutte le cerimonie politiche africane (il governatore che mangia col prefetto su poltrona di velluto sotto l’hangar di paglia e tutti gli altri fuori su sedie di plastica o in terra, secondo l’importanza..), la giornata è stata veramente ricca di spunti interessanti, oltreché di cibo di qualità. Dopo una colazione a base di pollo e riso, abbiamo percorso in convoglio la pista accidentata in mezzo alla foresta per Yamodo, tra macchinoni governativi e camioncini di militari con bazooka e mitragliatrici in bella vista, attraversando, in tutti i villaggi, ali di contadini festanti e plaudenti (chissà quanto spontaneamente…), per poi essere accolti, a Yamodo, da cavalieri calzanti abiti beduini che ci hanno scortato al galoppo, sventolando bandiere ciadiane, fino al palco delle autorità, dove abbiamo preso posto. Funzionari e dirigenti hanno fatto il punto della tragica situazione delle scuole, mentre la popolazione ascoltava e applaudiva, accalcata all’aperto sotto il sole di mezzogiorno. Il governatore ha ascoltato, ha spiegato come l’educazione sia la principale preoccupazione del governo, per poi congedarsi senza promettere nulla, se non la sua umana comprensione. Un po’ di danze tradizionali, simpatiche scenette teatrali sull’importanza della scuola (in cui, però, le gag più apprezzate erano in lingua locale, dunque incomprensibili per me..), un altro lauto pasto, stavolta a base di pasta e trippa e poi il rientro. Anche se non c’è mai assolutamente nulla di spontaneo in questi grandi eventi africani, rigidamente gestiti dagli addetti al cerimoniale, e sicuramente il prefetto e i vari capi locali hanno imposto alla gente di assistere alla cerimonia fino alla fine, Yamodo è talmente sperduta che quella visita ha sinceramente eccitato gli animi degli autoctoni, poco abituati alle visite, in particolare di bianchi. Una bella atmosfera festosa, peccato che, ovviamente, non ci fosse consentito, se non per brevi momenti, di socializzare coi locali, tenuti a distanza da un consistente dispiegamento di minacciosi militari.
Sulla via del ritorno, c’è stato anche il tempo di una fugace tappa alla scuola del campo di Amboko, il più grande dei tre campi. Anche lì nessuna promessa, ma il fatto che un’autorità politica di primo piano si scomodi a visitare la scuola dei rifugiati è un piccolo evento che fa ben sperare. I rifugiati che decideranno di restare, infatti, non avranno la cittadinanza ciadiana, ma uno status che dovrebbe, teoricamente, garantirgli alcuni diritti fondamentali, tra cui l’educazione, e questa prima, timida, manifestazione di interesse nei loro confronti da parte del governatore è un segnale da non sottovalutare. Insomma, questo governo ciadiano è autoritario e corrotto all’estremo, ma per quel che riguarda il diritto di asilo e l’accoglienza agli stranieri (o almeno a questi stranieri, coi profughi sudanesi la questione è più delicata) sembra surclassare alla grande i ricchi e arroganti governi europei, che si riempiono la bocca di belle parole, ma poi non trovano soluzioni migliori che impallinare innocenti a Ceuta, deportare Rom e Sinti da un capo all’altro dell’Europa o armare quei grandi amanti dei diritti umani dei nostri vicini libici (orgogliosamente fuori dalla convenzione di Ginevra..) perché facciano il lavoro sporco al posto nostro nel Sahara. Che dire, tutte le volte che ho a che fare con le pur odiose autorità locali, il paragone con casa nostra non riesca mai ad essere veramente rassicurante. Mi chiedo solo se sia tradizione anche da queste parti il Bunga Bunga presidenziale…
Nell’attesa di raccogliere questa informazione durante l’ormai imminente visita del presidente ciadiano (lo è da agosto, in realtà, chissà se verrà mai..), vi saluto, alla prossima!
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