Ciao a tutti,
Mi sono assentato un po’ di più del solito perché in settimana siamo tornati a N’djamena e, oltre a essere stato sopraffatto dalla burocrazia del progetto, la calura asfissiante di questa città infernale mi ha tolto ogni forza e voglia di scrivere. Purtroppo fino a stasera me la spasserò qui: ho realizzato il mio record assoluto in fatto di caldo (50 gradi, l’aria scottava anche a respirarla..) e in questa suggestiva location mi sono sorbito la serata sportiva più tragica degli ultimi 45 anni. Meno male che c’era molto alcool.. Di cose belle o interessanti, dunque, non ne sono capitate e dubito ne capiteranno, ma coglierò l’occasione per raccontarvi un po’ meglio di questo misterioso progetto cui prendo parte.
Tutto cominciò nel lontano 2003, anno in cui non soltanto il Milan vinse una delle sue tante coppe dei campioni, ma, nell’indifferenza del mondo in generale e dell’Italia in particolare, in seguito ad un colpo di stato, si scatenò uno scontro armato con conseguente crisi umanitaria nella Repubblica Centrafricana e in pochi giorni decine di migliaia di profughi varcarono la frontiera ciadiana alla ricerca di protezione. UNHCR, in accordo con il governo ciadiano, allestì vari campi (nella zona del progetto sono 3, popolati da circa 100.000 persone ognuno), in cui ospitare i profughi ed offrire loro i servizi essenziali: acqua, cibo, protezione e cure mediche. La situazione, nel tempo, non é migliorata, basti pensare che al potere, in Centrafrica, c’è ancora lo stesso generale di allora, il quale ha recentemente rinviato le elezioni senza motivo a data da destinarsi e, come conseguenza, alcune migliaia di nuovi rifugiati sono giunti settimana scorsa, in alcuni campi a est rispetto ai nostri. UNHCR ha così avviato tutte le attività necessarie per la popolazione rifugiata, tra cui tre bellissime scuole, una per campo. Anche se l’idea di “campo profugo” fa pensare a qualcosa di transitorio, momentaneo, considerate che in Medio Oriente i primi campi furono aperti all’inizio del conflitto israelo palestinese nel ’48 e sono ancora lì, c’è gente che è nata, vissuta e morta senza conoscere altra realtà che non fosse quella.. E’ chiaro, in questo contesto, come servizi quali scuole e ospedali non possano mancare.
Fortunatamente, mentre i ricchi israeliani non muoiono dalla voglia di riempire la loro terra sacra di pezzenti ed il destino dei rifugiati è uno dei tanti ostacoli agli accordi di pace, i ciadiani, già pezzenti di loro, non sembrano avere grossi problemi ad accollarsi nuove bocche da sfamare: si tratta, infatti, di gruppi di popolazioni affini culturalmente e di un territorio senza i problemi demografici del Medio Oriente, almeno per ora.. Così, dopo sette anni di attesa, UNHCR ha rinunciato all’idea del rimpatrio dei centrafricani e sta provando ad integrare la popolazione rifugiata nel territorio.
Tra le varie incombenze che questa operazione comporta, è fondamentale che le autorità locali siano in grado di prendere in gestione le tre scuole dei campi o, comunque, di garantire l’educazione ad una non indifferente mole di mocciosi, cosa fino ad ora garantita da UNHCR, che, però, ha ben differenti disponibilità finanziare. Per darvi un’idea: non tutti i villaggi dispongono di una scuola e, in quelli con la fortuna di averla, in genere consiste in un rudimentale hangar di quattro rami grezzi coperti di paglia, sotto cui vengono allineati altri rami a fungere da panca. Ovviamente l’anno scolastico finisce quando inizia la stagione delle piogge e questo non aiuta il corretto svolgimento del programma didattico. Gli insegnanti sono i cosiddetti “maestri comunitari”, ossia membri dei villaggi che, sapendo leggere e scrivere, vengono promossi sul campo al ruolo di insegnanti. Considerate che in un villaggio di 700 anime ci hanno detto orgogliosi che da loro erano tanti a saper leggere e scrivere, almeno 20, e capirete come il livello non sia sempre d’eccellenza. Ogni anno questi insegnanti possono partecipare a dei corsi di formazione che li certificherà come maestri comunitari e, con pazienza e dedizione, dopo una trafila lunga anni, addirittura diventare insegnanti ufficiali ed essere assunti a livello statale, privilegio riservato a pochissimi meritevoli, che in genere insegnano in posti meno disgraziati di questi villaggi. Gli insegnanti dei campi sono quasi tutti certificati e prendono ben 60 euri al mese, pagati da UNHCR. Nei villaggi gli insegnanti certificati sono rari ed i salari si aggirano intorno ai 20 euri al mese; queste scuole, inoltre, non sono finanziate e gestite dallo stato, ma dai comitati dei genitori, creati per questo specifico compito e alimentati da fondi derivanti da sole autotassazioni tra le famiglie degli allievi e dalle rendite di campi adibiti a questo scopo, i cosiddetti “campi comunitari”. Le autorità locali si limitano a monitorare il funzionamento delle scuole e ad organizzare le formazioni, ma grano non ne scuciono. Se già così è chiaro come la transizione da un regime all’altro sia complessa, bisogna aggiungere il fatto che i rifugiati, a differenza dei loro vicini ciadiani, sono ormai abituati da sette anni ad avere tutto da UNHCR senza muovere un dito e non hanno la minima intenzione di fare alcunché per la loro scuola, una volta che UNHCR taglierà i viveri.
In questo desolante panorama, il nostro lavoro è duplice: da una parte, lavorare coi rifugiati perché si organizzino in modo da gestire autonomamente la scuola, sapendo che a partire dal prossimo anno scolastico i fondi di UNHCR saranno dimezzati e azzerati quello successivo; dall’altra, lavorare nei villaggi circostanti per migliorare il livello delle scuole e colmare il gap con i lussuosi istituti dei rifugiati (lussuoso significa con aule di cementi, tetto di lamiera e un’aula per ogni classe). Così ci troviamo a girare tra campi e villaggi a spiegare a questi contadinotti come la scuola sia importante e come, a questo mondo, non esistano cose gratuite, dunque per l’educazione bisogna rimboccarsi le mani, organizzare campi comunitari e gestirne i proventi con attenzione, utilizzandoli non solo per pagare gli insegnanti, ma anche per fare delle costruzioni in mattoni che non debbano essere ricostruite tutti gli anni. Allo stesso modo bisognerà rinegoziare i salari degli insegnanti dei campi, perché 60 euri al mese sono assolutamente fuori mercato ed i comitati genitori non potranno mai pagare tale cifra. Per addolcire tutto questo, abbiamo alcuni fondi dedicati alle ristrutturazioni delle scuole più disastrate e altri per avviare attività generatrici di reddito (che possono essere i campi comunitari o altre idee loro, sartoria, allevamento, eccetera), grazie a cui, nel meraviglioso mondo descritto dal progetto, i comitati potranno sostenere la gestione delle scuole. Speriamo bene…
Provo due sentimenti contrastanti riguardo a questo progetto: da una parte mi affascina molto come le scuole pubbliche, qui, non siano considerate proprietà dello stato, quindi di un ente tendenzialmente inefficiente, corrotto e distante, ma della comunità, che le crea, le gestisce, ci lavora. Le scuole del villaggio sono frutto delle fatiche e dei risparmi dei genitori e come tale vengono vissute, almeno dai membri dei comitati più propositivi (superfluo aggiungere come, specie nella stagione del raccolto, non sia facile convincere molti genitori a mandare i bimbi a scuola, privandosi di preziosa manodopera gratuita..): sono loro a costruirle, a faticare per procurarsi un minimo di materiale didattico, a pagare i maestri e migliorarne il livello qualitativo, nella speranza che i loro bimbi possano avere qualcosina in più del poco che hanno loro. Pensando alla fortuna che abbiamo noi, con le nostre scuole, e a come ci sputiamo sempre sopra, forse sarebbe meglio se, anziché ingrassare i mastella di turno con tasse e balzelli vari (quei pochi che non le evadono, almeno..), contribuissimo anche noi con il nostro tempo e il nostro sudore alle cose di tutti, probabilmente poi le guarderemmo con occhi diversi e ci presteremmo più attenzione.
D'altra parte, come dissero illustri pensatori un paio di secoli fa, lo stato dovrebbe essere la massima espressione della vita sociale e quello ciadiano, per quanto non brilli per ricchezza, è ormai da quasi dieci anni un importante esportatore di petrolio, qualche quattrino da parte dovrebbe averlo. Quando cominciarono le trivellazioni, la Banca Mondiale, per evitare uno sviluppo economico stile Nigeria, erogò prestiti al paese a patto che almeno il 10% del ricavato fosse investito in servizi sociali ed il 5% di questi nella regione in cui sarebbero avvenute le trivellazioni. Ovviamente non fu così, i prestiti furono interrotti ed il governo, preso per le gola, spese’ qualche quattrino in opere pubbliche per poter continuare a farne di più col petrolio: lungo la strada asfaltata (uso il singolare perché è una in tutto il paese..) si vedono, saltuariamente, dei grandi edifici imponenti, col faccione sorridente del presidente Idriss Deby che mostra come i soldi del petrolio aiutino la scuola. Peccato che poi entri e scopri che, quando va bene, mancano i banchi, quando va male, gli insegnanti.. In compenso armamenti e spese militari sono decollate di pari passo coi dispetti reciproci col Sudan, altro paese avanzato che continua a scoprire nuove ricchezze sotterranee.
E noi, in questo contesto, dobbiamo andare a fare il culo a contadini e rifugiati perché si rimbocchino le maniche e si garantiscano da soli quel diritto all’istruzione che lo stato ciadiano (firmatario di tutte le convenzioni unicef sui diritti dell’infanzia) gli nega per giocare alla guerra coi vicini e arricchire oligarchie corrotte.. Insomma, sono tempi duri anche per noi per l’istruzione, va più di moda sprecar denaro in cazzate, purtroppo, ma qui si esagera! E allora ogni tanto mi chiedo: ma non sarebbe più giusto, anziché stressare i contadinotti con ‘sti comitati, raccontargli qualcosa su quei filosofi di cui parlavo all’inizio, spiegargli cosa sono le classi sociali, come viene gestito il sovrappiù e, quando ne hanno capito abbastanza per incazzarsi, armarli e darsi alla macchia nella foresta?? Fino ad ora il pensiero che anche il buon Che Guevara, in Africa, si era rassegnato, mi aveva fatto desistere da queste velleità ribelli, ma oggi, in un mondo in cui l’inter è campione d’europa, non si può resistere alla tentazione di imbracciare le armi e lottare contro questa ingiustizia imperante! Chissà, potrebbe anche essere un segno, probabilmente è stata la loro precedente coppa a scatenare le lotte anticoloniali nel continente africano, l’epoca era quella…
Nell’attesa che mi raggiungiate da qualche parte nelle foreste ciadiane con viveri e armamenti a sviluppare veramente il paese, vi saluto e abbraccio forte. A presto!
Sunday, May 23, 2010
Sunday, May 9, 2010
Casa dolce casa, finalmente
Ciao a tutti,
Come avrete già intuito dal titolo del post, le condizioni della mia vita in questa periferia estrema e degradata del mondo hanno conosciuto un radicale cambiamento, fortunatamente in meglio, e scrivo in pigiama, spaparanzato sulla poltrona di casa (anche se ancora non so come e dove trovare una connessione per inviare il tutto…).
Fino a questo momento, avevamo sempre alloggiato in varie foresterie di altre organizzazioni impegnate in progetti nell’area: essendo il turismo di massa lungi dall’arrivare, gli alberghi sono riservati ai businessman e noi, per non sforare il nostro risibile budget, ci siamo dovuti accontentare o dei già citati “cristogrill”, le foresterie delle varie missioni impegnate a diffondere il verbo in questa terra di infedeli e ubriaconi, oppure delle foresterie degli altri enti attivi nella zona. Nel tempo siamo passati dal cristogrill di Goré, dove probabilmente l’ultima volta che hanno pulito il cesso il Ciad era ancora colonia francese, a quello di Mondou, in cui per luce e acqua “si affidano alla provvidenza”. Superfluo aggiungere che abbiamo lavorato al buio con delle medievali lampade a petrolio e non ci siamo potuti fare la doccia, vatti a fidare della provvidenza… Fortunatamente a un certo punto i francesi ci hanno adottato nella splendida convenzione del loro governo, dove, all’interno di un piccolo e grazioso parco, si trovano l’immancabile scuola francese e vari appartamentini per tutti gli espatriati che continuano a diffondere la luce della civiltà sulla loro (ex) colonia e già questo ha decisamente aumentato il nostro livello di vita.
Comunque, la necessità di una base si è fatta sempre più impellente e, abbandonata l’idea di aprirla a Doba, più comoda da un punto di vista tecnico e strategico, ma logisticamente una tragedia, la ricerca di un posto adatto a Goré si è risolta rapidamente (anche perché non è che si dovesse scegliere tra milioni di edifici…) e già da qualche giorno abbiamo preso possesso di un grazioso villino con giardino, 4 stanze e una dependance da adibire ad ufficio e sala riunioni. Ovviamente ci sono ancora milioni di lavori da fare ed è in corso di svolgimento una spietata guerra contro i precedenti occupanti della casa (un variegato contingente di migliaia di insetti, pulci comprese), ma almeno ho potuto disfare la valigia e appropriarmi di una camera da rendere zozza e disordinata come piace a me! E per la prima volta in vita mia, mi trovo a discutere di mobili da comprare, lavori da fare, giardini da coltivare… superfluo aggiungere che, se fossi a Milano, il massimo cui potrei aspirare sarebbe un qualche decadente monolocale in nero già orridamente arredato, quindi sarà bene godersi questo momento che non tornerà.
Una delle cose buone di avere una casa è di stare, finalmente, in un quartiere in cui cercarsi un po’ di punti di riferimento per quelle cose fondamentali, tipo bersi una birra, mangiare, guardarsi una partita e piano piano ci stiamo riuscendo. Per il calcio, fondamentale per me, ho avuta un’esperienza abbastanza strana: ero riuscito finalmente a trovare una serata tranquilla, in cui arrivare al cinema abbastanza presto da entrare e trovar posto (per le partite di champions è stato impossibile). Con la variopinta compagna di un’accozzaglia di locali di ogni età mi stavo gustando la combattuta finale di coppa italia quando, nel momento topico del match, senza un’apparente motivo e senza alcun interesse del pubblico, Totti sparisce dallo schermo, il canale viene cambiato e ci troviamo a guardare Real Madrid – Maiorca. Effettivamente, il programma era quello: 19.45 inter – Roma, 21.00 Real Madrid – Maiorca, solo che è matematicamente impossibile che la partita delle 19.45 finisca prima che inizi quella delle 21. Ma possibile che questi selvaggi programmino di guardarsi il primo tempo di una partita per poi cambiare e seguirne un’altra??? Tornando a casa di cattivo umore (non tanto per l’interruzione, quanto per come stava andando la partita..) ho pensato che, chissà, forse hanno ragione loro. Come può essere divertente per noi andare al cinema a vedere qualche cagata americana piena di effetti speciali e situazioni improbabili, cosi loro se la spassano con le smorfie, le sceneggiate, le risse e (saltuariamente) le prodezze delle nostre stelle del calcio. Non è tanto interessante sapere se vincerà la Roma o l’inter, probabilmente manco sanno che è la coppa italia; il bello è, per loro, vedere questi strambi personaggi affrontarsi pittorescamente sullo schermo e quelle gag che a me, occidentale totalmente assuefatto allo show, fanno saltare i nervi e lanciare oggetti sul televisore, per loro sono meglio del miglior Fantozzi. Cosi, quando materazzi rotola a terra morente ogni due per tre, Totti molla calcioni o mourinho fa una qualche sceneggiata, sono grasse risate e applausi a scena aperta, è quello, lo spettacolo, non la partita in sé. Stando cosi le cose, la popolarità dei cari cugini non è poi tanto sorprendente, anche se, forse, se avessero ben chiaro in mente che per fare quelle pagliacciate ognuno di quei personaggi prende ogni mese più di quello che loro metteranno assieme zappando una vita, riderebbero un po’ di meno.
In questi giorni ho anche approfondito e apprezzato un po’ di più la gastronomia locale, che, fino a questo momento, non si può dire mi avesse entusiasmato. Fondamentalmente ci sono due grandi “tradizioni culinarie” che si incontrano in Ciad: da una parte, la cucina dei pastori seminomadi del nord, le cui pietanze consistono, fondamentalmente, in un piatto principale di carne (bovini, ovini, suini, polli, cammelli, qui c’è un po’ di tutto) che viene servito al centro della tavola in un unico recipiente da cui i commensali attingono con le mani (in Ciad si mangia quasi sempre con le mani e prima del pasto passano con un recipiente di acqua e sapone per lavarle) o con del pane e, volendo, la insaporiscono con del peperoncino. La carne può essere cucinate in vari intingoli, soprattutto nei piccolo ristorantini arabeggianti vicino ai mercati, oppure grigliata, e in questo caso si trovano grosse griglie lungo le strade all’imbocco dei ristoranti in cui ti servono quello che al momento è pronto e la qualità del pasto dipende interamente da quella della carne: il cammello è tenero e saporito, con le cosce di agnello o le interiora si mangia quasi sempre bene, con gli altri tagli ci vogliono ore a masticare e settimane a levarsele dai denti…
L’altra tradizione culinaria, che preferisco, è quella delle popolazioni contadine delle fasce di savana e di foresta, in cui il piatto principale è la cosiddetta “boule” (letteralmente boccia, palla), una specie di polenta fatta con la farina di un cereale (qui sono diffusi il riso, il miglio e il sorgo, ma si trova anche il mais) o di un tubero (la manioca), servita anch’essa in un recipiente unico da cui attingere con le mani per pucciarla in un altro recipiente, in genere riempito con una salsa di pomodoro, cipolle, vegetali vari (si trovano verdure simili a melanzane ed altre simili a spinaci, ma non ne conosco il nome) e pesce secco. Il principio è veramente lo stesso della nostra polenta, anche se noi, ricchi e viziati, ne vogliamo ognuno la nostra dose in un apposito piatto e non la toccheremmo mai con le mani. Probabilmente da un punto di vista igienico è meglio cosi, ma dal punto di vista sociale il piatto unico, vinto il disagio di vedere altre persone ficcare le mani nel tuo cibo, è molto più simpatico (come ben sanno gli amici amanti dello zighini…) e la polenta, a impastrugnarsela ben bene con le mani nella salsa viene molto più saporita, vinto il fastidio delle mani sporche di sugo. In aggiunta a queste due tipologie di piatto, si trovano facilmente polli, carpe (a Mondou non mangiano altro!) e brodaglie di parti poco nobili (ossa, legamenti, interiora) di bovino, che a me fanno impazzire e un giorno, cucinata da una delle nostre animatrici, ho anche assaggiato la succulenta (e purtroppo vietata) carne della gazzella, cosi saporita e simile alle carni dei nostri cervi…
Bene, penso ormai, con questi primi post, di avervi dato un po’ un’idea del posto, della gente e delle sue strane abitudini. Le attività del progetto sono ancora agli inizi, ma nei prossimi post mi concentrerò più su quelle, sperando che nel frattempo entrino un po’ più nel vivo. A presto, un abbraccio
Come avrete già intuito dal titolo del post, le condizioni della mia vita in questa periferia estrema e degradata del mondo hanno conosciuto un radicale cambiamento, fortunatamente in meglio, e scrivo in pigiama, spaparanzato sulla poltrona di casa (anche se ancora non so come e dove trovare una connessione per inviare il tutto…).
Fino a questo momento, avevamo sempre alloggiato in varie foresterie di altre organizzazioni impegnate in progetti nell’area: essendo il turismo di massa lungi dall’arrivare, gli alberghi sono riservati ai businessman e noi, per non sforare il nostro risibile budget, ci siamo dovuti accontentare o dei già citati “cristogrill”, le foresterie delle varie missioni impegnate a diffondere il verbo in questa terra di infedeli e ubriaconi, oppure delle foresterie degli altri enti attivi nella zona. Nel tempo siamo passati dal cristogrill di Goré, dove probabilmente l’ultima volta che hanno pulito il cesso il Ciad era ancora colonia francese, a quello di Mondou, in cui per luce e acqua “si affidano alla provvidenza”. Superfluo aggiungere che abbiamo lavorato al buio con delle medievali lampade a petrolio e non ci siamo potuti fare la doccia, vatti a fidare della provvidenza… Fortunatamente a un certo punto i francesi ci hanno adottato nella splendida convenzione del loro governo, dove, all’interno di un piccolo e grazioso parco, si trovano l’immancabile scuola francese e vari appartamentini per tutti gli espatriati che continuano a diffondere la luce della civiltà sulla loro (ex) colonia e già questo ha decisamente aumentato il nostro livello di vita.
Comunque, la necessità di una base si è fatta sempre più impellente e, abbandonata l’idea di aprirla a Doba, più comoda da un punto di vista tecnico e strategico, ma logisticamente una tragedia, la ricerca di un posto adatto a Goré si è risolta rapidamente (anche perché non è che si dovesse scegliere tra milioni di edifici…) e già da qualche giorno abbiamo preso possesso di un grazioso villino con giardino, 4 stanze e una dependance da adibire ad ufficio e sala riunioni. Ovviamente ci sono ancora milioni di lavori da fare ed è in corso di svolgimento una spietata guerra contro i precedenti occupanti della casa (un variegato contingente di migliaia di insetti, pulci comprese), ma almeno ho potuto disfare la valigia e appropriarmi di una camera da rendere zozza e disordinata come piace a me! E per la prima volta in vita mia, mi trovo a discutere di mobili da comprare, lavori da fare, giardini da coltivare… superfluo aggiungere che, se fossi a Milano, il massimo cui potrei aspirare sarebbe un qualche decadente monolocale in nero già orridamente arredato, quindi sarà bene godersi questo momento che non tornerà.
Una delle cose buone di avere una casa è di stare, finalmente, in un quartiere in cui cercarsi un po’ di punti di riferimento per quelle cose fondamentali, tipo bersi una birra, mangiare, guardarsi una partita e piano piano ci stiamo riuscendo. Per il calcio, fondamentale per me, ho avuta un’esperienza abbastanza strana: ero riuscito finalmente a trovare una serata tranquilla, in cui arrivare al cinema abbastanza presto da entrare e trovar posto (per le partite di champions è stato impossibile). Con la variopinta compagna di un’accozzaglia di locali di ogni età mi stavo gustando la combattuta finale di coppa italia quando, nel momento topico del match, senza un’apparente motivo e senza alcun interesse del pubblico, Totti sparisce dallo schermo, il canale viene cambiato e ci troviamo a guardare Real Madrid – Maiorca. Effettivamente, il programma era quello: 19.45 inter – Roma, 21.00 Real Madrid – Maiorca, solo che è matematicamente impossibile che la partita delle 19.45 finisca prima che inizi quella delle 21. Ma possibile che questi selvaggi programmino di guardarsi il primo tempo di una partita per poi cambiare e seguirne un’altra??? Tornando a casa di cattivo umore (non tanto per l’interruzione, quanto per come stava andando la partita..) ho pensato che, chissà, forse hanno ragione loro. Come può essere divertente per noi andare al cinema a vedere qualche cagata americana piena di effetti speciali e situazioni improbabili, cosi loro se la spassano con le smorfie, le sceneggiate, le risse e (saltuariamente) le prodezze delle nostre stelle del calcio. Non è tanto interessante sapere se vincerà la Roma o l’inter, probabilmente manco sanno che è la coppa italia; il bello è, per loro, vedere questi strambi personaggi affrontarsi pittorescamente sullo schermo e quelle gag che a me, occidentale totalmente assuefatto allo show, fanno saltare i nervi e lanciare oggetti sul televisore, per loro sono meglio del miglior Fantozzi. Cosi, quando materazzi rotola a terra morente ogni due per tre, Totti molla calcioni o mourinho fa una qualche sceneggiata, sono grasse risate e applausi a scena aperta, è quello, lo spettacolo, non la partita in sé. Stando cosi le cose, la popolarità dei cari cugini non è poi tanto sorprendente, anche se, forse, se avessero ben chiaro in mente che per fare quelle pagliacciate ognuno di quei personaggi prende ogni mese più di quello che loro metteranno assieme zappando una vita, riderebbero un po’ di meno.
In questi giorni ho anche approfondito e apprezzato un po’ di più la gastronomia locale, che, fino a questo momento, non si può dire mi avesse entusiasmato. Fondamentalmente ci sono due grandi “tradizioni culinarie” che si incontrano in Ciad: da una parte, la cucina dei pastori seminomadi del nord, le cui pietanze consistono, fondamentalmente, in un piatto principale di carne (bovini, ovini, suini, polli, cammelli, qui c’è un po’ di tutto) che viene servito al centro della tavola in un unico recipiente da cui i commensali attingono con le mani (in Ciad si mangia quasi sempre con le mani e prima del pasto passano con un recipiente di acqua e sapone per lavarle) o con del pane e, volendo, la insaporiscono con del peperoncino. La carne può essere cucinate in vari intingoli, soprattutto nei piccolo ristorantini arabeggianti vicino ai mercati, oppure grigliata, e in questo caso si trovano grosse griglie lungo le strade all’imbocco dei ristoranti in cui ti servono quello che al momento è pronto e la qualità del pasto dipende interamente da quella della carne: il cammello è tenero e saporito, con le cosce di agnello o le interiora si mangia quasi sempre bene, con gli altri tagli ci vogliono ore a masticare e settimane a levarsele dai denti…
L’altra tradizione culinaria, che preferisco, è quella delle popolazioni contadine delle fasce di savana e di foresta, in cui il piatto principale è la cosiddetta “boule” (letteralmente boccia, palla), una specie di polenta fatta con la farina di un cereale (qui sono diffusi il riso, il miglio e il sorgo, ma si trova anche il mais) o di un tubero (la manioca), servita anch’essa in un recipiente unico da cui attingere con le mani per pucciarla in un altro recipiente, in genere riempito con una salsa di pomodoro, cipolle, vegetali vari (si trovano verdure simili a melanzane ed altre simili a spinaci, ma non ne conosco il nome) e pesce secco. Il principio è veramente lo stesso della nostra polenta, anche se noi, ricchi e viziati, ne vogliamo ognuno la nostra dose in un apposito piatto e non la toccheremmo mai con le mani. Probabilmente da un punto di vista igienico è meglio cosi, ma dal punto di vista sociale il piatto unico, vinto il disagio di vedere altre persone ficcare le mani nel tuo cibo, è molto più simpatico (come ben sanno gli amici amanti dello zighini…) e la polenta, a impastrugnarsela ben bene con le mani nella salsa viene molto più saporita, vinto il fastidio delle mani sporche di sugo. In aggiunta a queste due tipologie di piatto, si trovano facilmente polli, carpe (a Mondou non mangiano altro!) e brodaglie di parti poco nobili (ossa, legamenti, interiora) di bovino, che a me fanno impazzire e un giorno, cucinata da una delle nostre animatrici, ho anche assaggiato la succulenta (e purtroppo vietata) carne della gazzella, cosi saporita e simile alle carni dei nostri cervi…
Bene, penso ormai, con questi primi post, di avervi dato un po’ un’idea del posto, della gente e delle sue strane abitudini. Le attività del progetto sono ancora agli inizi, ma nei prossimi post mi concentrerò più su quelle, sperando che nel frattempo entrino un po’ più nel vivo. A presto, un abbraccio
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