Thursday, November 25, 2010

Il grande freddo

Ciao a tutti,

Purtroppo un’estenuante serie di scadenze ravvicinate mi ha, come al solito, allontanato dal blog, ma ora che la bufera sembra quietarsi, vi aggiorno un po’, partendo dalla piacevole frescura del mese di novembre. Dopo mesi e mesi di afosa attesa di questo mitico “periodo freddo”, in cui si sono visti anche i 15, quando non i 12 gradi, ecco, finalmente, che le piogge cessano e un vento polveroso caccia via l’umidità per portare l’attesa ventata di freschezza. In realtà, nel corso della giornata si è sempre e comunque saldamente sopra i 30 (a N’djamena pure i 40..), è vero, però, che la sera l’aria non ristagna, afosa e bollente, ma si alza una frescura da italica primavera. Per loro è il grande freddo, per me una boccata di vitale normalità.

Per il resto, come l’autunno da noi, questa è una stagione un po’ malinconica: dopo le ultime tempeste di ottobre, le acque dei fiumi si sono ritirate a vista d’occhio, i verdeggianti acquitrini che caratterizzavano tutta la regione sono spariti o sparenti e, nel complesso, la vegetazione imbiondisce e imbrunisce, il morbido fango rosso ritorna polvere e tutto appare molto più secco e meno vitale. E’ il periodo del raccolto, il sorgo alto nei campi è già rosso e pronto per la coltura, mentre le umide risaie vengono mietute e si preparano a tornare torride distese di nulla. Insomma, la natura offre tutto quello che ha preparato nella lunga stagione umida e si prepara al riposo, lasciando la terra in balia di polvere e sterpaglia e buona parte della manodopera locale disoccupata fino al ritorno delle piogge, nel mese di maggio. E’ veramente impressionante, per me, vedere le paludi ridiventare savane e fiumi maestosi miseri rigagnoli, ma immagino che per un neofita le nostre quattro stagioni e il ciclico allungarsi e accorciarsi delle giornate siano ben più spettacolari della sola alternanza umido – secco. Comunque, pare che fino a febbraio sarà così, poi tornerà la cappa di caldo mortale, che ci allieterà fino alle piogge di maggio.

Da segnalare, in questa stagione un po’ crepuscolare, nuovi e sempre suggestivi flagelli: se nel periodo delle piogge sono tempeste e alluvioni, in un paese senza argini e con case di fango e paglia, a funestare la serenità dei locali, la ritirata delle acque, con pozze che ristagnano fino all’evaporazione, crea il terreno di coltura ideale per malattie mortali come la malaria (da cui, e lo dico toccandomi, sono l’unico membro dell’équipe ancora indenne…) e il colera, segnalato spesso, in questi mesi, nella zona del lago Ciad. Gli acquitrini, inoltre, ospitano animaletti graziosi, come coccodrilli e ippopotami, che tutti gli anni fanno scorpacciate di pescatori troppo spregiudicati o bambini che, non ascoltando la mamma, giocano fino a tardi la sera tardi al fiume. Insomma, mese che vai, problema che trovi, e se sopravvivremo a tutte queste amenità ci sarà l’harmattan, il grande vento del Sahel, a generare nuovi flagelli.

In compenso non mancano mai nuove, succulente pietanze: la gazzella dicono tornerà ad essere abbondante sul mercato in maggio, ma a casa di un italiano ben fornito a N’djamena ho avuto la fortuna di mangiarne il carpaccio, veramente squisito. In compenso, sono piatti di stagione la carne del varano, rosea e tenera, e, soprattutto, le cavallette fritte: croccanti e carnose, condite con pepe e una spruzzata di limone sono la compagnia ideale per una birra fresca! Purtroppo in un paese in cui la fame è ancora un flagello la cultura dell’aperitivo è lungi dal diffondersi, ma sono sicuro che, quando arriverà, le cavallette, così come le termiti fritte, saranno di gran lunga il piatto forte. I manghi sono finiti da tempo, ma proliferano guiave e papaie, mentre andando verso nord si trovano anche succulente angurie e qualche agrume. Diciamo che per frutta e verdura non è il massimo, ma nemmeno troppo male.

Mentre noi siamo subissati da riunioni e menate burocratiche (chiusura dell’annualità di progetto e preparazione della seconda..), rese ancor più critiche dal fatto che l’anno prossimo avremo più attività e più sedi di intervento, la vita a Goré sembra gravitare attorno ad un solo, grande evento: l’arrivo del presidente. Dopo mesi di pioggia che hanno riempito di fossi e crateri le strade, ecco che possenti bulldozer provano ad appianare il tutto, mentre le baracche più fatiscenti vengono distrutte e gli alberi potati: non sia mai che un’autorità politica veda come sia conciato il paese dopo vent’anni di ininterrotto regno, bisogna sempre fare finta che vada tutto a meraviglia. I lavori fervono da giorni e con la consueta solerzia ciadiana: per due volte ci hanno rotto i tubi dell’acqua ed i fili della luce… Di fronte alla garbata richiesta della capo progetto di fare più attenzione, ci è stato risposto che “non si può fare la frittata senza rompere le uova”… Chissà quali meravigliose grandi opere riusciranno ad edificare con questa splendida mentalità!

Ad un certo punto, il grande evento sembrava ormai prossimo: una delegazione composta da primo ministro e vari membri del governo era giunta in missione ad ispezionare il villaggio, ormai in piena fibrillazione. Dalla mattina gruppi di danza e musica allietavano l’atmosfera nelle strade, mentre noi siamo stati convocati d’urgenza nel primo pomeriggio alla residenza del prefetto, per dare il benvenuto a così illustri ospiti. Superfluo aggiungere che siamo stati tutto il pomeriggio nella villa del prefetto ad attendere questa missione, come sempre in super ritardo, per poi schierarci in fila a dare il benvenuto, ovviamente un’ora prima del loro arrivo sotto una delle ultime piogge, non sia mai che il primo ministro arrivi e il popolo non sia ancora pronto. Così funziona, purtroppo, con le autorità africane, e mi sembra l’indice più evidente di quanto la democrazia, quaggiù, sia una remota utopia. In ogni caso, ho avuto il raro onore di stringere la mano al primo ministro ciadiano, in quei pochi istanti che ha dedicato al volgo prima di trincerarsi nei ricevimenti ufficiali con prefetto e altri sultani.

Purtroppo, l’esito della visita non è stato quello sperato: i locali scuotevano la testa sconsolati, raccontando di come, secondo il capo del governo, il villaggio non è ancora pronto per un ospite del calibro del presidente. Un’atmosfera generale mesta e rassegnata, insomma, compensata dal fatto che tutte le volte che arrivano queste autorità, luce e acqua, giorno e notte, non mancano mai. Del resto, come può un ministro passare un istante della sua vita senza corrente?? Peccato solo che poi, per recuperare tutto il gasolio sprecato, nei giorni a seguire il villaggio resti gran parte del tempo al buio e all’asciutto….

Mentre l’arrivo del presidente rimane circondato da un alone di mistero (c’è chi dice che non verrà fino a che non sarà asfaltata la strada, chi che si calerà dal cielo su di un elicottero da lui stesso guidato…), il progetto prosegue: stiamo avviando le attività generatrici di reddito, piccole attività finanziate in parte da Acra e in parte dalle comunità locali per generare delle entrate che consentano di coprire le spese di funzionamento delle scuole. Non mi sembra ci sia grande ottimismo al riguardo, comunque, se non funzioneranno molte scuole chiuderanno baracca e burattini, dunque speriamo bene! Nell’attesa che l’amato presidente scenda dal cielo o alla testa dei bulldozer per asfaltare la strada fino a Mondou (c’è un interessante e istruttiva storia sul presidente e le strade asfaltate, che quando avrò tempo vi racconterò…), vi saluto, sperando di aggiornarvi un po’ più frequentemente. A presto!

Monday, November 1, 2010

A scuola con le autorità

Ciao a tutti,

Purtroppo nelle ultime settimane il lavoro è stato tanto e gli eventi interessanti pochi, quindi ho trascurato un po’ il nostro caro blog. Proverò a recuperare oggi, in questo lunedì dei santi fortunatamente festivo pure nel multireligioso Ciad.

Vi avevo lasciato coi nostri poveri bambini a lezione sotto i manghi o nei campi a cogliere arachidi (peraltro squisite..) e le scuole un po’ difficoltà. Fortunatamente, nel corso del mese di ottobre, tra contrattempi, litigi e tribolazioni si è riusciti a mettere tutto in carreggiata e oggi gli istituti sono pienamente operativi. Nonostante i temporali non siano finiti e, anzi, abbiamo assistito al colpo di coda della stagione delle piogge, ossia delle grandinate tanto brevi quanto terrificanti, le acque piano piano si stanno ritirando e le paglie per coprire gli hangar sono ormai disponibili ovunque. Oltre a ricostruire gli hangar, abbiamo distribuito un po’ di materiale di prima necessità (penne, quaderni, gessetti, matite..) e stiamo tampinando i genitori delle scuole dei rifugiati perché paghino le loro quote, cosicché gli insegnanti riescano percepire il loro magro salario. Si procede molto lentamente, soprattutto in uno dei tre campi, in cui la scuola, fino a metà ottobre, è stata trasformata in un centro di accoglienza per gli alluvionati dei dintorni, ma si procede, e da queste parti è già qualcosa.

A consacrare l’inizio dell’anno scolastico è venuto niente di meno che il governatore della regione del Logone Meridionale in persona, che ci ha invitato alla grande cerimonia ufficiale di apertura delle scuole nel villaggio di Yamodo, la sottoprefettura confinante con quella di Goré, molto più sperduta e isolata. La delegazione governativa si è subito fatta amare, nel senso che la cittadinanza ha atteso per ore, sotto un sole cocente, il suo arrivo, tutti in piedi lungo la strada d’accesso a mostrare festoni coi colori del Ciad (curiosamente, la bandiera ciadiana è identica a quella romena..), per poi urlare e applaudire all’arrivo dei rombanti macchinoni. Fortunatamente, almeno noi siamo stati esentati da questo supplizio… Dopo essersi guadagnati anche l’amicizia dei colleghi di UNHCR, presentandosi alla loro residenza con tanto di militari al seguito, nonostante il divieto assoluto di introdurre armi in ogni edificio delle Nazioni Unite, e confondendo due funzionarie con le inservienti per ordinare la colazione, gli amici della delegazione governativa si sono finalmente congedati, dandoci appuntamento l’indomani di primo mattino (ormai ho rinunciato a svegliarmi dopo le sette pure al sabato..) per un rinfresco al palazzo del prefetto.

Devo dire che, seppur pacchiana e ipergerarchicizzata come tutte le cerimonie politiche africane (il governatore che mangia col prefetto su poltrona di velluto sotto l’hangar di paglia e tutti gli altri fuori su sedie di plastica o in terra, secondo l’importanza..), la giornata è stata veramente ricca di spunti interessanti, oltreché di cibo di qualità. Dopo una colazione a base di pollo e riso, abbiamo percorso in convoglio la pista accidentata in mezzo alla foresta per Yamodo, tra macchinoni governativi e camioncini di militari con bazooka e mitragliatrici in bella vista, attraversando, in tutti i villaggi, ali di contadini festanti e plaudenti (chissà quanto spontaneamente…), per poi essere accolti, a Yamodo, da cavalieri calzanti abiti beduini che ci hanno scortato al galoppo, sventolando bandiere ciadiane, fino al palco delle autorità, dove abbiamo preso posto. Funzionari e dirigenti hanno fatto il punto della tragica situazione delle scuole, mentre la popolazione ascoltava e applaudiva, accalcata all’aperto sotto il sole di mezzogiorno. Il governatore ha ascoltato, ha spiegato come l’educazione sia la principale preoccupazione del governo, per poi congedarsi senza promettere nulla, se non la sua umana comprensione. Un po’ di danze tradizionali, simpatiche scenette teatrali sull’importanza della scuola (in cui, però, le gag più apprezzate erano in lingua locale, dunque incomprensibili per me..), un altro lauto pasto, stavolta a base di pasta e trippa e poi il rientro. Anche se non c’è mai assolutamente nulla di spontaneo in questi grandi eventi africani, rigidamente gestiti dagli addetti al cerimoniale, e sicuramente il prefetto e i vari capi locali hanno imposto alla gente di assistere alla cerimonia fino alla fine, Yamodo è talmente sperduta che quella visita ha sinceramente eccitato gli animi degli autoctoni, poco abituati alle visite, in particolare di bianchi. Una bella atmosfera festosa, peccato che, ovviamente, non ci fosse consentito, se non per brevi momenti, di socializzare coi locali, tenuti a distanza da un consistente dispiegamento di minacciosi militari.

Sulla via del ritorno, c’è stato anche il tempo di una fugace tappa alla scuola del campo di Amboko, il più grande dei tre campi. Anche lì nessuna promessa, ma il fatto che un’autorità politica di primo piano si scomodi a visitare la scuola dei rifugiati è un piccolo evento che fa ben sperare. I rifugiati che decideranno di restare, infatti, non avranno la cittadinanza ciadiana, ma uno status che dovrebbe, teoricamente, garantirgli alcuni diritti fondamentali, tra cui l’educazione, e questa prima, timida, manifestazione di interesse nei loro confronti da parte del governatore è un segnale da non sottovalutare. Insomma, questo governo ciadiano è autoritario e corrotto all’estremo, ma per quel che riguarda il diritto di asilo e l’accoglienza agli stranieri (o almeno a questi stranieri, coi profughi sudanesi la questione è più delicata) sembra surclassare alla grande i ricchi e arroganti governi europei, che si riempiono la bocca di belle parole, ma poi non trovano soluzioni migliori che impallinare innocenti a Ceuta, deportare Rom e Sinti da un capo all’altro dell’Europa o armare quei grandi amanti dei diritti umani dei nostri vicini libici (orgogliosamente fuori dalla convenzione di Ginevra..) perché facciano il lavoro sporco al posto nostro nel Sahara. Che dire, tutte le volte che ho a che fare con le pur odiose autorità locali, il paragone con casa nostra non riesca mai ad essere veramente rassicurante. Mi chiedo solo se sia tradizione anche da queste parti il Bunga Bunga presidenziale…

Nell’attesa di raccogliere questa informazione durante l’ormai imminente visita del presidente ciadiano (lo è da agosto, in realtà, chissà se verrà mai..), vi saluto, alla prossima!