Monday, December 20, 2010

Aspettando Babbo Natale, arrivano i militari...

Ciao a tutti,

Gli echi del rigido inverno europeo hanno raggiunto anche la sempre calda Goré e tutti i tapini il cui rientro natalizio è legato ad un biglietto Air France (me compreso…) tremano dinnanzi alle notizie di aeroporti chiusi per neve e migliaia di passeggeri appiedati. E’ strano pensarci, in questi giorni di dicembre in maglietta e pantaloncini, ma, ahimè, speriamo che da qui a giovedì la situazione migliori. Comunque, nell’attesa che babbo natale sostituisca le renne coi cammelli e si spinga fino a queste remote contrade, dicembre ha portato un dono decisamente meno gradito: un vasto contingente militare, per un’importante azione congiunta dei governi di Ciad e Centrafrica contro i ribelli di entrambe le nazionalità che si annidano in quell’area anarchica che è il nord Centrafrica. Premesso che l’instabilità riguarda il solo Centrafrica e che a Goré si trovano il quartier generale di UNHCR per tutte le missioni nel sud Ciad, le sedi locali di numerose ONG e la prefettura, quindi, nel caso ci fosse il minimo sospetto di un ipotetico pericolo, saremmo prontamente informati ed evacuati, vi racconterò un po’ di questa novità e delle vicende di attualità correlate.

Il Ciad, oltre ad essere di per sé un posto disastrato, che dall’indipendenza, nel 1960, ad oggi, non è mai riuscito a trascorrere più di due - tre anni di fila senza una guerra civile e, tanto per variare il genere, ha affrontato pure una lunga guerra con la Libia negli anni’80, al punto che ancora oggi la zona nord è impraticabile per l’alto numero di mine rimaste, ha l’indubbio privilegio di condividere le frontiere con paesi di provata stabilità, come il Sudan e, appunto, il Centrafrica. Il 2011 non si prospetta un anno serenissimo: in Sudan voterà a gennaio il referendum per l’indipendenza del sud del paese, in cui probabilmente gli indipendentisti vinceranno e sicuramente il governo sudanese, appoggiato da quello libico, ha già detto che non accetterà mai un simile risultato, quindi non si prevedono evoluzioni positive. In Ciad e in Centrafrica, più banalmente, proveranno ad allestire delle elezioni farsa per legittimare i reciproci dittatori: quello ciadiano é in carica dal 1990, quando prese il governo con un colpo di stato, e quello centrafricano, più giovane, dal 2003, anche lui asceso al potere con una democratica azione militare. In questo contesto tutti e tre i governi ci tengono ad avere un minimo di stabilità interna e stanno provando, dopo anni di sgarri, a cooperare per eliminare le sacche di ribellione nelle aree più remote dei rispettivi paesi.

Sudan e Ciad hanno passato un decennio a finanziare i reciproci ribelli per danneggiarsi: gli indipendentisti del Darfour, infatti, sono molto legati al presidente ciadiano Deby e da quando, con la scoperta del petrolio, la regione è diventata interessante, sono generosamente appoggiati per destabilizzare il regime antagonista. Allo stesso tempo quel filantropo del presidente sudanese, recentemente condannato per crimini di guerra proprio in Darfour, appoggia i ribelli ciadiani, che regolarmente, ogni stagione secca, provano a raggiungere N’djamena per rovesciare il governo: se ce la fanno prima del periodo piovoso, bene, sennò se ne riparla l’anno dopo, perché durante le piogge è impossibile spostarsi pure per loro. Da segnalare, poi, che tutti i paesi dell’africa francofona sono indipendenti, ma fino a un certo punto: oltre ad avere una valuta il cui valore dipendeva dal franco francese prima e dall’euro ora (e le cui riserve auree sono ancora conservate a Parigi..), ospitano abbondanti contingenti di militari francesi, il cui ruolo è cruciale per tenere in sella il despota di turno. Ad esempio, dopo che nel 2007 il presidente del Ciad ebbe l’infausta idea di arrestare i membri di un’ONG francese che gestivano le adozioni di bambini in modo poco chiaro (uno di questi geniacci è stato espulso pure da Haiti con la stessa accusa..), i ribelli riuscirono per la prima volta ad attraversare tutto l’est e mettere a ferro e fuoco N’djamena, nel febbraio 2008. Sul come si arrivò fino a quel punto le versioni sono tante, ma tutte concordano sul ruolo giocato dalla Francia e sulla sua volontà di rimettere in riga il riottoso Deby per il suo delitto di lesa maestà.

Dopo i fatti del 2008 il Ciad ha accettato un contingente di caschi blu alla frontiera est per monitorare la situazione ed è riuscito, dopo lunghi negoziati, ad accordarsi col Sudan per cessare i reciproci sgherri: a giugno il principale capo dei ribelli, a N’djamena una celebrità, è stato dichiarato persona non grata e cacciato dal paese, mentre il presidente sudanese Beshir, che ormai non può più visitare molti paesi senza rischiare un mandato d’arresto, è stato accolto con tutti gli onori nella capitale ciadiana. Il pericolo a est sembra, dunque, ridimensionato, al punto che la missione ONU abbandonerà il paese entro fine mese e saranno ciadiani e sudanesi a garantire ordine alle frontiere. In compenso pare che, essendo ormai l’est ben monitorato, i ribelli abbiano in mente di spostarsi verso sud, annidarsi nelle stesse zone in cui operano i ribelli centrafricani contro il loro dittatore e provare a seminare scompiglio da quelle parti, in cui si trovano, peraltro, le principali fonti di ricchezza del Ciad: petrolio e cotone.

Così, per non saper né leggere né scrivere, i due presidenti si sono incontrati e hanno deciso una strategia comune: da settimane si sente sempre più frequentemente parlare di raid dell’esercito centrafricano nei villaggi del nord, mentre da noi il prefetto, insediato da appena due settimane, è stato subito rimosso in quanto legato ai vecchi ribelli del sud (che hanno fatto fuoco e fiamme contro il governo negli anni ’90 per poi cambiare idea ed allearsi a Deby, un po’ come fanno i parlamentari dell’Italia dei Valori con Silvio…) ed al suo posto arriverà un fedelissimo del presidente, preceduto, però, da varie divisioni dell’esercito, che, si dice, opereranno in accordo con le forze centrafricane in territorio del Centrafrica. Così, quel piccolo paradiso di tranquillità che era Goré, è ora attraversata di continuo da camionette di omaccioni minacciosi con bazooka e kalashnikov al seguito. Checché ne dica l’amico La Russa, non é mai bello vedere armi e militari per le strade delle città, figuriamoci in un paese come questo, in cui i soldati sanno di poter fare impunemente tutto quello che gli passa per la mente.

Sono subito state diramate circolari in cui si raccomanda a tutto il personale delle organizzazioni umanitarie di restarsene a casa la sera quando fa buio e di essere sempre umili e rispettosi coi militari, non superarli mai in macchina, non guardargli mai negli occhi, non rispondere alle provocazioni, eccetera eccetera. Raccomandazioni che sembrano sciocche, ma, pensando a quanto zarri possano essere i carabinieri nostrani, non oso nemmeno immaginare i livelli dei locali. Dico solo che da quando sono qui si sono già verificati fatti edificanti, come lo stupro di una tredicenne e vari casi di risse e furti, visto che gli amici armati amano bere, considerano i contadini come fossero merda e sanno che la faranno sempre franca. Purtroppo in questi paesi va così e tutto quello che si può fare è starsene cheti ed evitarli, con l’amara consapevolezza che se anche vincessero i ribelli, si passerebbe solo da un dittatore ad un altro: le guerre africane possono essere imprevedibili, ma l’unica certezza è che, comunque vada, sarà un cattivo, a vincere (un po’ come alle nostre elezioni…).

Al di la di queste spiacevoli novità, dicembre non è stato un mese molto proficuo: abbiamo faticosamente avviato alcune cosiddette “attività generatrici di reddito”, ossia dei piccoli progetti imprenditoriali gestiti dai comitati dei genitori al fine di avere delle entrate supplementari da usare per le scuole. Essendo contadini, non hanno quasi mai trovato nulla di più creativo che stoccare cereali per rivenderli a prezzo maggiorato una volta finito il periodo della raccolta, quindi da gennaio. Non sembrava malvagia, come idea, peccato che, per la prima volta nella sua storia, il governo ciadiano ha imposto dei limiti ai prezzi dei cereali e ne ha vietato ogni esportazione, cosicché i margini di ricavo si ridurranno drasticamente ed i nostri amici non potranno mai ottenere le entrate che pensavano di ottenere da queste attività. Una misura, dicono maliziosi i locali, che avvantaggerà soprattutto chi vive nelle città e risente maggiormente delle fluttuazioni dei prezzi, presa esclusivamente per fini elettorali. A me non sembra nemmeno pessima, come iniziativa, però i nostri contadinotti come faranno ora??

Per finire, si segnalano nuovi arrivi, nella nostra casa: mentre, col ritrarsi delle acque, i rospi calano progressivamente, una famigliola di gechi si è installata nel divano di casa e, nonostante reiterati tentativi di trovargli un’altra collocazione, non c’è stato modo di smuoverli. Comunque, poco male, in fondo i gechi sono carini e mangiano le zanzare. Il secondo acquisto di casa, invece, è stato un po’ più sgradevole. Una topolina tanto minuscola da passare sotto le porte ha, infatti, trovato molto accogliente la nostra cucina e ivi risiede da un po’. Anche lì i tentativi di cacciarla sono stati vani e di topicida a Goré non se ne trova. Devo dire che è un animaletto piccolo e grazioso, non farebbe nemmeno alcun male, se non fosse per l’incorreggibile abitudine del cuoco di lasciare il cibo in luoghi inopportuni.. Dopo varie e vane raccomandazioni sul dove e come tenere le cose, un bel giorno troviamo tre minuscoli cuccioli di topo teneramente accovacciati nel nostro sacco di riso. Superfluo aggiungere che il riso è stato retrocesso a mangime per cani (nonostante quel raffinato igienista del cuoco sostenesse imperturbabile che potevamo mangiarlo senza problemi..) ed i cuccioli di topo abbandonati al loro destino fuori di casa. Ogni tanto mi faccio una di quelle domande di cui so che preferirei non sapere la risposta: ma prima di scegliere il sacco come reparto ostetrico, quanti sopralluoghi avrà fatto il topo, a nostra insaputa, insaporendo il riso dei nostri pasti?

Con questo inquietante interrogativo, vi saluto! Mercoledì partirò per N’djamena e giovedì notte, se tutto va bene, il mio volo decollerà, così da essere a Linate la mattina della vigilia. Incrociando le dita per la neve.. A presto!

Thursday, November 25, 2010

Il grande freddo

Ciao a tutti,

Purtroppo un’estenuante serie di scadenze ravvicinate mi ha, come al solito, allontanato dal blog, ma ora che la bufera sembra quietarsi, vi aggiorno un po’, partendo dalla piacevole frescura del mese di novembre. Dopo mesi e mesi di afosa attesa di questo mitico “periodo freddo”, in cui si sono visti anche i 15, quando non i 12 gradi, ecco, finalmente, che le piogge cessano e un vento polveroso caccia via l’umidità per portare l’attesa ventata di freschezza. In realtà, nel corso della giornata si è sempre e comunque saldamente sopra i 30 (a N’djamena pure i 40..), è vero, però, che la sera l’aria non ristagna, afosa e bollente, ma si alza una frescura da italica primavera. Per loro è il grande freddo, per me una boccata di vitale normalità.

Per il resto, come l’autunno da noi, questa è una stagione un po’ malinconica: dopo le ultime tempeste di ottobre, le acque dei fiumi si sono ritirate a vista d’occhio, i verdeggianti acquitrini che caratterizzavano tutta la regione sono spariti o sparenti e, nel complesso, la vegetazione imbiondisce e imbrunisce, il morbido fango rosso ritorna polvere e tutto appare molto più secco e meno vitale. E’ il periodo del raccolto, il sorgo alto nei campi è già rosso e pronto per la coltura, mentre le umide risaie vengono mietute e si preparano a tornare torride distese di nulla. Insomma, la natura offre tutto quello che ha preparato nella lunga stagione umida e si prepara al riposo, lasciando la terra in balia di polvere e sterpaglia e buona parte della manodopera locale disoccupata fino al ritorno delle piogge, nel mese di maggio. E’ veramente impressionante, per me, vedere le paludi ridiventare savane e fiumi maestosi miseri rigagnoli, ma immagino che per un neofita le nostre quattro stagioni e il ciclico allungarsi e accorciarsi delle giornate siano ben più spettacolari della sola alternanza umido – secco. Comunque, pare che fino a febbraio sarà così, poi tornerà la cappa di caldo mortale, che ci allieterà fino alle piogge di maggio.

Da segnalare, in questa stagione un po’ crepuscolare, nuovi e sempre suggestivi flagelli: se nel periodo delle piogge sono tempeste e alluvioni, in un paese senza argini e con case di fango e paglia, a funestare la serenità dei locali, la ritirata delle acque, con pozze che ristagnano fino all’evaporazione, crea il terreno di coltura ideale per malattie mortali come la malaria (da cui, e lo dico toccandomi, sono l’unico membro dell’équipe ancora indenne…) e il colera, segnalato spesso, in questi mesi, nella zona del lago Ciad. Gli acquitrini, inoltre, ospitano animaletti graziosi, come coccodrilli e ippopotami, che tutti gli anni fanno scorpacciate di pescatori troppo spregiudicati o bambini che, non ascoltando la mamma, giocano fino a tardi la sera tardi al fiume. Insomma, mese che vai, problema che trovi, e se sopravvivremo a tutte queste amenità ci sarà l’harmattan, il grande vento del Sahel, a generare nuovi flagelli.

In compenso non mancano mai nuove, succulente pietanze: la gazzella dicono tornerà ad essere abbondante sul mercato in maggio, ma a casa di un italiano ben fornito a N’djamena ho avuto la fortuna di mangiarne il carpaccio, veramente squisito. In compenso, sono piatti di stagione la carne del varano, rosea e tenera, e, soprattutto, le cavallette fritte: croccanti e carnose, condite con pepe e una spruzzata di limone sono la compagnia ideale per una birra fresca! Purtroppo in un paese in cui la fame è ancora un flagello la cultura dell’aperitivo è lungi dal diffondersi, ma sono sicuro che, quando arriverà, le cavallette, così come le termiti fritte, saranno di gran lunga il piatto forte. I manghi sono finiti da tempo, ma proliferano guiave e papaie, mentre andando verso nord si trovano anche succulente angurie e qualche agrume. Diciamo che per frutta e verdura non è il massimo, ma nemmeno troppo male.

Mentre noi siamo subissati da riunioni e menate burocratiche (chiusura dell’annualità di progetto e preparazione della seconda..), rese ancor più critiche dal fatto che l’anno prossimo avremo più attività e più sedi di intervento, la vita a Goré sembra gravitare attorno ad un solo, grande evento: l’arrivo del presidente. Dopo mesi di pioggia che hanno riempito di fossi e crateri le strade, ecco che possenti bulldozer provano ad appianare il tutto, mentre le baracche più fatiscenti vengono distrutte e gli alberi potati: non sia mai che un’autorità politica veda come sia conciato il paese dopo vent’anni di ininterrotto regno, bisogna sempre fare finta che vada tutto a meraviglia. I lavori fervono da giorni e con la consueta solerzia ciadiana: per due volte ci hanno rotto i tubi dell’acqua ed i fili della luce… Di fronte alla garbata richiesta della capo progetto di fare più attenzione, ci è stato risposto che “non si può fare la frittata senza rompere le uova”… Chissà quali meravigliose grandi opere riusciranno ad edificare con questa splendida mentalità!

Ad un certo punto, il grande evento sembrava ormai prossimo: una delegazione composta da primo ministro e vari membri del governo era giunta in missione ad ispezionare il villaggio, ormai in piena fibrillazione. Dalla mattina gruppi di danza e musica allietavano l’atmosfera nelle strade, mentre noi siamo stati convocati d’urgenza nel primo pomeriggio alla residenza del prefetto, per dare il benvenuto a così illustri ospiti. Superfluo aggiungere che siamo stati tutto il pomeriggio nella villa del prefetto ad attendere questa missione, come sempre in super ritardo, per poi schierarci in fila a dare il benvenuto, ovviamente un’ora prima del loro arrivo sotto una delle ultime piogge, non sia mai che il primo ministro arrivi e il popolo non sia ancora pronto. Così funziona, purtroppo, con le autorità africane, e mi sembra l’indice più evidente di quanto la democrazia, quaggiù, sia una remota utopia. In ogni caso, ho avuto il raro onore di stringere la mano al primo ministro ciadiano, in quei pochi istanti che ha dedicato al volgo prima di trincerarsi nei ricevimenti ufficiali con prefetto e altri sultani.

Purtroppo, l’esito della visita non è stato quello sperato: i locali scuotevano la testa sconsolati, raccontando di come, secondo il capo del governo, il villaggio non è ancora pronto per un ospite del calibro del presidente. Un’atmosfera generale mesta e rassegnata, insomma, compensata dal fatto che tutte le volte che arrivano queste autorità, luce e acqua, giorno e notte, non mancano mai. Del resto, come può un ministro passare un istante della sua vita senza corrente?? Peccato solo che poi, per recuperare tutto il gasolio sprecato, nei giorni a seguire il villaggio resti gran parte del tempo al buio e all’asciutto….

Mentre l’arrivo del presidente rimane circondato da un alone di mistero (c’è chi dice che non verrà fino a che non sarà asfaltata la strada, chi che si calerà dal cielo su di un elicottero da lui stesso guidato…), il progetto prosegue: stiamo avviando le attività generatrici di reddito, piccole attività finanziate in parte da Acra e in parte dalle comunità locali per generare delle entrate che consentano di coprire le spese di funzionamento delle scuole. Non mi sembra ci sia grande ottimismo al riguardo, comunque, se non funzioneranno molte scuole chiuderanno baracca e burattini, dunque speriamo bene! Nell’attesa che l’amato presidente scenda dal cielo o alla testa dei bulldozer per asfaltare la strada fino a Mondou (c’è un interessante e istruttiva storia sul presidente e le strade asfaltate, che quando avrò tempo vi racconterò…), vi saluto, sperando di aggiornarvi un po’ più frequentemente. A presto!

Monday, November 1, 2010

A scuola con le autorità

Ciao a tutti,

Purtroppo nelle ultime settimane il lavoro è stato tanto e gli eventi interessanti pochi, quindi ho trascurato un po’ il nostro caro blog. Proverò a recuperare oggi, in questo lunedì dei santi fortunatamente festivo pure nel multireligioso Ciad.

Vi avevo lasciato coi nostri poveri bambini a lezione sotto i manghi o nei campi a cogliere arachidi (peraltro squisite..) e le scuole un po’ difficoltà. Fortunatamente, nel corso del mese di ottobre, tra contrattempi, litigi e tribolazioni si è riusciti a mettere tutto in carreggiata e oggi gli istituti sono pienamente operativi. Nonostante i temporali non siano finiti e, anzi, abbiamo assistito al colpo di coda della stagione delle piogge, ossia delle grandinate tanto brevi quanto terrificanti, le acque piano piano si stanno ritirando e le paglie per coprire gli hangar sono ormai disponibili ovunque. Oltre a ricostruire gli hangar, abbiamo distribuito un po’ di materiale di prima necessità (penne, quaderni, gessetti, matite..) e stiamo tampinando i genitori delle scuole dei rifugiati perché paghino le loro quote, cosicché gli insegnanti riescano percepire il loro magro salario. Si procede molto lentamente, soprattutto in uno dei tre campi, in cui la scuola, fino a metà ottobre, è stata trasformata in un centro di accoglienza per gli alluvionati dei dintorni, ma si procede, e da queste parti è già qualcosa.

A consacrare l’inizio dell’anno scolastico è venuto niente di meno che il governatore della regione del Logone Meridionale in persona, che ci ha invitato alla grande cerimonia ufficiale di apertura delle scuole nel villaggio di Yamodo, la sottoprefettura confinante con quella di Goré, molto più sperduta e isolata. La delegazione governativa si è subito fatta amare, nel senso che la cittadinanza ha atteso per ore, sotto un sole cocente, il suo arrivo, tutti in piedi lungo la strada d’accesso a mostrare festoni coi colori del Ciad (curiosamente, la bandiera ciadiana è identica a quella romena..), per poi urlare e applaudire all’arrivo dei rombanti macchinoni. Fortunatamente, almeno noi siamo stati esentati da questo supplizio… Dopo essersi guadagnati anche l’amicizia dei colleghi di UNHCR, presentandosi alla loro residenza con tanto di militari al seguito, nonostante il divieto assoluto di introdurre armi in ogni edificio delle Nazioni Unite, e confondendo due funzionarie con le inservienti per ordinare la colazione, gli amici della delegazione governativa si sono finalmente congedati, dandoci appuntamento l’indomani di primo mattino (ormai ho rinunciato a svegliarmi dopo le sette pure al sabato..) per un rinfresco al palazzo del prefetto.

Devo dire che, seppur pacchiana e ipergerarchicizzata come tutte le cerimonie politiche africane (il governatore che mangia col prefetto su poltrona di velluto sotto l’hangar di paglia e tutti gli altri fuori su sedie di plastica o in terra, secondo l’importanza..), la giornata è stata veramente ricca di spunti interessanti, oltreché di cibo di qualità. Dopo una colazione a base di pollo e riso, abbiamo percorso in convoglio la pista accidentata in mezzo alla foresta per Yamodo, tra macchinoni governativi e camioncini di militari con bazooka e mitragliatrici in bella vista, attraversando, in tutti i villaggi, ali di contadini festanti e plaudenti (chissà quanto spontaneamente…), per poi essere accolti, a Yamodo, da cavalieri calzanti abiti beduini che ci hanno scortato al galoppo, sventolando bandiere ciadiane, fino al palco delle autorità, dove abbiamo preso posto. Funzionari e dirigenti hanno fatto il punto della tragica situazione delle scuole, mentre la popolazione ascoltava e applaudiva, accalcata all’aperto sotto il sole di mezzogiorno. Il governatore ha ascoltato, ha spiegato come l’educazione sia la principale preoccupazione del governo, per poi congedarsi senza promettere nulla, se non la sua umana comprensione. Un po’ di danze tradizionali, simpatiche scenette teatrali sull’importanza della scuola (in cui, però, le gag più apprezzate erano in lingua locale, dunque incomprensibili per me..), un altro lauto pasto, stavolta a base di pasta e trippa e poi il rientro. Anche se non c’è mai assolutamente nulla di spontaneo in questi grandi eventi africani, rigidamente gestiti dagli addetti al cerimoniale, e sicuramente il prefetto e i vari capi locali hanno imposto alla gente di assistere alla cerimonia fino alla fine, Yamodo è talmente sperduta che quella visita ha sinceramente eccitato gli animi degli autoctoni, poco abituati alle visite, in particolare di bianchi. Una bella atmosfera festosa, peccato che, ovviamente, non ci fosse consentito, se non per brevi momenti, di socializzare coi locali, tenuti a distanza da un consistente dispiegamento di minacciosi militari.

Sulla via del ritorno, c’è stato anche il tempo di una fugace tappa alla scuola del campo di Amboko, il più grande dei tre campi. Anche lì nessuna promessa, ma il fatto che un’autorità politica di primo piano si scomodi a visitare la scuola dei rifugiati è un piccolo evento che fa ben sperare. I rifugiati che decideranno di restare, infatti, non avranno la cittadinanza ciadiana, ma uno status che dovrebbe, teoricamente, garantirgli alcuni diritti fondamentali, tra cui l’educazione, e questa prima, timida, manifestazione di interesse nei loro confronti da parte del governatore è un segnale da non sottovalutare. Insomma, questo governo ciadiano è autoritario e corrotto all’estremo, ma per quel che riguarda il diritto di asilo e l’accoglienza agli stranieri (o almeno a questi stranieri, coi profughi sudanesi la questione è più delicata) sembra surclassare alla grande i ricchi e arroganti governi europei, che si riempiono la bocca di belle parole, ma poi non trovano soluzioni migliori che impallinare innocenti a Ceuta, deportare Rom e Sinti da un capo all’altro dell’Europa o armare quei grandi amanti dei diritti umani dei nostri vicini libici (orgogliosamente fuori dalla convenzione di Ginevra..) perché facciano il lavoro sporco al posto nostro nel Sahara. Che dire, tutte le volte che ho a che fare con le pur odiose autorità locali, il paragone con casa nostra non riesca mai ad essere veramente rassicurante. Mi chiedo solo se sia tradizione anche da queste parti il Bunga Bunga presidenziale…

Nell’attesa di raccogliere questa informazione durante l’ormai imminente visita del presidente ciadiano (lo è da agosto, in realtà, chissà se verrà mai..), vi saluto, alla prossima!

Saturday, October 9, 2010

Comincia la scuola! Più o meno...

Ciao a tutti,

Vi avevo lasciato, ormai due settimane fa, alla vigilia della grande cerimonia di consegna degli attestati di formazione agli insegnanti, uno degli ultimi atti (nei nostri utopici sogni..) prima del gran rientro a scuola d’ottobre. Ottobre è arrivato e, formalmente, le scuole sono aperte, ma purtroppo vari ostacoli si frappongono ancora ad un effettivo svolgimento delle lezioni. Del resto, la scuola è un disastro già in Italia, figuriamoci quaggiù…

Comunque, provo a riprendere con un po’ d’ordine. Lo stage di formazione è finito e la consegna dei diplomi è stata una gran cerimonia in pompa magna, che ha riempito d’orgoglio i nostri maestri comunitari, finalmente passati da livello O (gente volenterosa che dimostra di sapere leggere e scrivere, guadagnandosi così il grado di maestro) a livello 1 (lo stage di due mesi gli ha spiegato, a grandi linee, chi è e a cosa serve il maestro). Alla consegna dei diplomi, immancabili, le autorità politiche, a blaterare su quanto la riuscita dello stage dimostri che il governo si interessi dell’educazione (superfluo aggiungere che fosse stato per il ministero non ci sarebbe stata alcuna formazione, l’unica cosa che hanno fatto le autorità è stata succhiarci quanti più soldi possibili..) e oramai il Ciad è inarrestabilmente lanciato sulla Via per il Progresso. Il sottoprefetto, momentaneamente assurto a ruolo di prefetto causa promozione di quest’ultimo, è riuscito a rendere il tutto ancor più grottesco del solito: prima ancora di ringraziare maestri e formatori per il loro impegno, ci ha tenuto ad informarci che presto sua Eccellenza il Presidente degnerà Goré di una visita ufficiale (le elezioni – farsa si avvicinano, bisogna farsi un po’ vedere tra i bifolchi..), mentre sua Eccellenza il Prefetto è stato promosso ad alti incarichi governativi; tutto questo non può che gonfiare d’orgoglio la cittadinanza di Goré e qual modo migliore di celebrarlo che cantando tutti insieme l’inno nazionale ciadiano? Così, tutti in piedi a intonare l’inno, col sottoprefetto gran direttore d’orchestra… Ogni commento è superfluo.

Terminato questo strazio il clima è diventato un po’ meno formale: i nuovi maestri
mostravano orgogliosi i loro diplomi, mentre, sfruttando la grande partecipazione all’evento, abbiamo subito colto la palla al balzo per lanciare la nostra campagna di sensibilizzazione, incentrata, in particolare, sull’istruzione delle ragazze. Per due settimane le nostre animatrici hanno organizzato eventi e assemblee, con donne “di successo” della zona (la sottoprefetta, maestre, infermiere..) a spiegare quanto sia importante che le ragazze vadano a scuola, piuttosto che cominciare a sfornar figli a 12 anni o occuparsi solo di piccole coltivazioni e commerci. La partecipazione è stato consistente, speriamo che, oltre a chiacchiere e balletti, il messaggio sia passato. Nelle nostre utopiche previsioni, la chiusura di questa campagna, coincidente con le celebrazioni per la giornata mondiale del maestro (altra gran cerimonia con autorità e discorsi), avrebbe dovuto lanciare il nuovo anno scolastico nel migliore dei modi. In realtà, vari ostacoli impediscono ogni anno che la scuola inizi effettivamente ad ottobre: in primo luogo, è periodo di raccolta delle arachidi ed in pochi possono privarsi della preziosa (e gratuita..) manodopera infantile prima della fine di questo periodo. In secondo luogo, per ricostruire gli hangar delle scuole occorre che gli acquitrini generati dalle esondazioni di agosto e settembre si ritirino, per poter raccogliere la paglia e preparare tetti e muri. Quest’anno la stagione è stata particolarmente piovosa e le acque tardano a ritirarsi (pare che buona parte dei raccolti di riso e mais siano in forte pericolo per questo), quindi niente hangar e lezione sotto gli alberi: se già gli hangar, in quest’orribile mese che alterna giornate afose a tempeste bibliche, non invogliano a frequentare, figuriamoci le lezioni all’ombra del mango…

Dovendo mostrare ad un’ispezione dell’Unione Europea (che contribuisce al finanziamento del progetto), le scuole del progetto ed il loro impeccabile funzionamento, abbiamo pensato fosse saggio mostrare quelle in muratura, per evitare il triste spettacolo di questi bimbi accalcati nella foresta. Così, abbiamo scelto una scuola e chiesto ai nostri animatori di occuparsi, coi comitati genitori, di tagliare le erbacce e renderla presentabile. La richiesta è stata respinta, perché quella che chiamavamo “erbaccia” in realtà è mais: gli astuti contadini del villaggio hanno seminato il cortile della scuola e fino al raccolto gli studenti dovranno farsi strada tra le piante attraverso un impervio sentierino. Peraltro, mai visto piante di mais tanto alte, saranno di almeno due metri… Conduciamo, così, la nostra missione in un’altra scuola, il cui giardino è stato impeccabilmente preparato all’inglese dai genitori, su supervisione della nostra équipe di animatori. Peccato che, aperte le porte, gli edifici siano stati colonizzati da branchi di pipistrelli, pigramente appollaiati sul soffitto… del resto, quando abbiamo detto di preparare la scuola abbiamo parlato del giardino, ai nostri ineffabili animatori non è venuto in mente che forse sarebbe stato meglio dare un’occhiata dentro, cacciare i pipistrelli e raccogliere le loro abbondanti cacate… C’è di buono che erano veramente tanti e carini, i nostri ispettori dell’Unione Europea, anziché cazziarci, si sono messi a fare foto, incuriositi.

Poi, dopo varie indagini, scopriamo finalmente come procuraci i “secko” (delle strisce di paglia intessuta che si usano per costruire gli hangar) per rendere operative le scuole più sgangherate: basta ordinarle alla frontiera col Centrafrica, li sono bravi e veloci. Così, andiamo, negoziamo, ci accordiamo e il sabato torneremo a prendere centinaia di secko per tutte le scuole del circondario. Speranzosi, partiamo, seguiti da un mastodontico camion dell’UNHCR (presentatosi strombazzante alle 6 del mattino, nonostante avessi ben specificato che non saremmo partiti prima delle 8…), verso la frontiera, distante circa 20 km, ma di secko neanche l’ombra. Dopo aver cercato, invano, il nostro fornitore di fiducia, ci spiegano che loro intendevano il sabato successivo, per il momento c’è troppa acqua per trovare la paglia e poi la gente è presa dalle arachidi e non ha tempo di intrecciare i secko. Il caldo afoso già di prima mattina mi ha tolto pure la forza di arrabbiarmi, son rientrato, sconsolato, a spiegare ai genitori che dovranno aspettare e per il momento i bimbi continueranno a studiare sotto i manghi.

C’è di buono che quella che sembrava la grana più grande, i contratti al ribasso per i maestri dei campi dopo il disimpegno economico di UNHCR, è stata risolta con sconcertante semplicità. Uno degli ultimi, freschi pomeriggi di settembre ci si è riuniti tutti assieme nel nostro giardino, responsabili dello stato, comitati dei genitori e sindacato insegnanti, per decider il da farsi. I comitati genitori hanno preparato, durante l’estate, il budget per il prossimo anno, spiegando timidamente che loro hanno fatto un grande sforzo, quadruplicando le tasse d’iscrizione a loro carico (quando per legge l’istruzione primaria sarebbe gratuita…), ma bisognerà comunque tagliare sia l’organico, sia i salari degli insegnanti. Momenti di silenzio, richiesta di chiarimenti più precisi e, alla spiegazione delle difficoltà, il rappresentante del sindacato insegnanti propone di ridurre ulteriormente sia il numero degli insegnanti, sia la loro retribuzione, difesa, invece, dai comitati genitori, preoccupati per il peggioramento della qualità dell’insegnamento. Io e la capa ci guardiamo perplessi: o non hanno spiegato bene, al sindacalista, qual è il suo ruolo, oppure, in Ciad, i rappresentanti dei lavoratori hanno compiti leggermente diversi dai nostri…

In definitiva, appena le acque si ritireranno e le arachidi termineranno, la nuova scuola riformata potrà finalmente partire a regime: strutture pessime, meno insegnanti meno pagati, classi più affollate e tasse d’iscrizione più elevate. Ma sto parlando del Ciad o dell’Italia??? Nella speranza che la Gelmini la smetta di ispirarsi all’Africa per le sue riforme scolastiche, o che gli africani si facciano aiutare da gente più competente degli italiani, vi abbraccio e do appuntamento alla prossima puntata!

Thursday, September 23, 2010

Il solito, estenuante, tran tran

Ciao a tutti,
Sono passate un paio di lunghe e faticose settimane, dall’ultimo post, ma di eventi salienti non ce ne sono stati. Insomma, il solito tran tran, sebbene una delle rare fortune di questo posto è che anche la normalità più banale riserva sempre aspetti piuttosto divertenti.

Ad esempio, uno dei vari doni fatti alla capo progetto nel corso delle sue visite di routine ai comitati delle donne dei villaggi ci ha consentito, seppur per poco tempo, di realizzare uno dei miei più grandi sogni da quando sono residente a Goré: il pollaio. Infatti, le generose donne di Bedoumia, quale segno di ringraziamento per il nostro interessamento al loro (triste) destino, hanno deciso di donarci una simpatica gallina, da noi ribattezzata, in onore del villaggio, Bedoumia. Caso vuole che il nostro ineffabile cuoco avesse, proprio in quei giorni, acquistato un pollo senza decidersi a cucinarlo, così per un po’ di giorni hanno costituito una simpatica coppietta scorrazzante per l’ufficio. A mio avviso aveva un suo fascino trovarsi dei pennuti starnazzanti nei momenti più estenuanti dietro alla scrivania, specie quando inseguiti dai due cagnolini, ma la capa (ovviamente..) non la pensava allo stesso modo, dunque, un triste giorno, il nostro simpatico pollo, il cui destino era già segnato e, conseguentemente, non ha mai avuto un nome, si è trasformato, su sua richiesta in un succulento pasto. Riguardo a Bedoumia, trattandosi di un regalo ci sentivamo un po’ in colpa a farne brodo, così, chiacchierando con uno dei guardiani, ho avuto un lampo di genio: lui la tiene a casa sua, dove potrà fare amicizia col suo gallo, migliorando la qualità della sua vita nel modo che potete immaginare e, conseguentemente, anche la nostra, cominciando finalmente a cacar fuori uova. Come si suol dire, meglio un uovo oggi che una gallina domani, ma se hai già la gallina, che fare?? Vista la prolificità di Bedoumia, per ora, su consiglio del guardiano, l’abbiamo risolta così: cinque uova per fare la frittata, altre cinque per fare i pulcini, e a novembre avremo squisiti polli arrosto. Io non ne capisco nulla, ma sembra convincente!

Il pollaio in casa, seppur rumoroso e a tratti anche maleodorante, aveva un vantaggio: due preziosi e affamati alleati in più nell’unica, vera grande battaglia che stiamo combattendo dacché siamo qui, quella contro gli insetti. Se il doppio strato di zanzariera ed il trattamento dei muri con pesticidi mortiferi ci hanno consentito (per ora..) di scampare la malaria, da cui veramente pochi colleghi sono passati indenni, regolarmente ogni mattina troviamo sul pavimento mastodontiche salme di insetti, senza poter capire come cavolo hanno potuto violare il nostro bunker. Anche se la stagione delle piogge è ormai agli sgoccioli e diminuendo l’umidità dovrebbe calare anche il quantitativo di insetti, quando piove la mattina, la sera si assiste sempre a scene apocalittiche. Proprio una di quelle sere mi sono trovato di fronte ad un altro evento interessante: nubi di termiti affollavano il giardino, svolazzando e morendo intorno ai neon di casa. Ai loro piedi, cani, pollai, nonché una legione di rospi da un po’ di tempo dispiegata nel nostro giardino, si contendevano il lauto pasto, disegnando un quadretto già suggestivo, ma ancora incompleto. Infatti, bussano alla porta e, come era già successo a fine luglio, un gruppo di donne del villaggio, armate di secchi e torce, chiedono di entrare in giardino, per raccattare pure loro un po’ di quel ben di dio. Come a luglio, stipulai un accordo: scatenatevi quanto vi pare, ma domani portatemene un po’. Le donnine sono state di parola ed eccomi a gustare uno squisito antipasto a base di termiti fritte. Liberi di non credermi, ma non sono così diverse dai gamberi, proprio gustose!

A proposito di cibo, con sommo sollievo collettivo è finalmente finito il ramadan, tutta quella gente affamata e assetata fino a tarda sera spezzava veramente il cuore. Con ampio anticipo, sono cominciati i preparativi per la grande festa di fine digiuno, la cui data è rimasta, però, un mistero fino all’ultimo, pare venga decretata da esperti teologi in base alla prima apparizione della luna, anche se le versioni al riguardo sono state contrastanti, così come la data finale dei festeggiamenti: nel vicino Niger, ad esempio, hanno festeggiato il 10, da noi, come quasi ovunque, l’11 settembre. Comunque, il primo, timido spicchio di luna ha fatto la sua comparsa ed è finalmente stata annunciata (non ho ancora capito da chi, c’è chi dice il governo, chi l’Arabia Saudita..) la festa: le case dei musulmani si sono riempite di amici e parenti affamati, a gustare, soprattutto, dei dolcissimi dolci al miele, il vero piatto forte del pranzo, di cui, fortunatamente siamo stati ampiamente riforniti dal nostro autista premuroso. Non saranno come il panettone, ma hanno un loro perché. Io, in realtà, speravo in un po’ di baldoria generale, ma in effetti immagino che uno straniero in giro per l’Italia a natale non si farebbe grasse risate, le belle feste con vino e salamelle non si conciliano granché con gli austeri eventi religiosi.

Dulcis in fundo, a rendere la vita di Goré mai banale sono soprattutto i grandissimi tecnici di cui é piena. Una menzione particolare va sicuramente agli idraulici e alla loro incredibile imperizia. Dopo mesi di lavandini sgocciolanti, misteriose pozze d’acqua in luoghi lontani da ogni tubatura e docce esplosive per problemi di pressione, finalmente sembra tutto sistemato. Lo scaldabagno, tuttavia, gocciola ancora un po’ ed il nostro genio dell’idraulica decide di cambiare un tubo con un altro ancora più scassato. Di fronte alle nostre perplessità, risponde orgoglioso che quel groviera arrugginito ci può durare almeno un paio d’anni, non c’è ragione di preoccuparsi. Poco convinti, proviamo a fidarci.. Superfluo aggiungere che, dopo due giorni, di ritorno da una delle nostre fortunatamente brevi gite domenicali (sennò chissà che lago avremmo trovato..), siamo accolti da uno spaventoso scroscio d’acqua… La riparazione dell’Einstein delle tubature è letteralmente esplosa e quando entriamo in soggiorno l’acqua arriva ben oltre le caviglie. Fortuna che mi sono portato dietro il costume da bagno, prontamente indossato per l’evenienza! Dopo 26 secchi pieni fino all’orlo, finalmente il quantitativo é tale da poter essere trattato con degli strofinacci. Nel frattempo il nostro amico ricambia il suo indistruttibile tubo con un altro (nuovo, per fortuna..) e ci spiega, gentilissimo, che per questa volta, proprio perché siamo noi, offre la casa. L’unica ragione per cui non l’abbiamo impiccato al suo stesso tubo è che sicuramente avrebbe ceduto subito, poi hai voglia trovarne un altro nuovo (di tubo, non di idraulico!).

A parte questi simpatici inconvenienti, che rendono la vita interessante, il progetto prosegue. Stiamo faticosamente cercando di rimettere in sesto le scuole per l’inizio dell’anno scolastico, a ottobre, anche se trattare con i comitati che le gestiscono non è sempre facile, mentre a breve finirà il lungo stage di formazione estivo dei maestri. Considerando che si era aperto con uno dei nostri animatori, totalmente ubriaco, che ha fatto fermare la macchina dell’ispettore ministeriale (di passaggio il sabato così da essere fresco e riposato al lunedì, giorno d’inizio) per dargli, proprio in quel momento e in quelle condizioni, il suo caloroso benvenuto, difficilmente potrà finire peggio. Ma mai dire mai, sarà sabato prossimo, vedremo…

E con queste radiose aspettative, vi abbraccio tutti, a presto!

Monday, September 6, 2010

Settembre, si ricomincia

Rieccomi qua! Purtroppo le mie prime vacanze “da lavoratore” sono volate via in un lampo (voglio tornare studente!) e da ormai più di due settimane sono di nuovo in Ciad, alle prese con una fase decisamente cruciale per il nostro progetto: la preparazione dell’anno scolastico, che partirà ufficialmente la prima settimana di ottobre (“se dio vuole”, come dicono sempre e saggiamente loro..). Così c’è stato poco tempo per cazzeggiare al mio ritorno, anche se, un po’ per il clima, un po’ per l’organizzazione già ben avviata, riprendere il lavoro non è stato quel trauma che temevo.

Il viaggio è filato decisamente liscio: grazie al pienone di agosto (pieno così di gente che vuole andare in Ciad, pare, chissà poi perché..) non mi hanno trovato posto sulle più economiche Ethiopian Airlines, via Addis Abeba e, quindi, ho dovuto volare con la più sciccosa Air France, via Parigi. Un solo scalo abbastanza breve anziché due infiniti, aerei decisamente più moderni e la sera alle nove sono a N’djamena. La differente linea aerea, oltre a rendere il viaggio meno estenuante, mi ha poi permesso di ampliare il variopinto quadro umano di stranieri presenti in Ciad: mentre sul volo di aprile da Addis Abeba eravamo solo cooperanti europei, storme di imprenditori cinesi e qualche uomo d’affari arabo, il volo da Parigi è affollato da una pletora di funzionari francesi dediti alle numerose attività dei cugini d’oltralpe (scuole, ambasciata/uffici consolari, centri culturali, basi militari, eccetera), nonché da numerosi (e voluminosi) petrolieri americani, mai visti in giro, se non attraverso i vetri affumicati di qualche gippone Esso. Speriamo che il prossimo biglietto sia con l’ultima delle tre compagnie che atterrano in Ciad (Afriqiyah Airlines, via Tripoli), così potrò completare questa interessante indagine antropologica.

All’atterraggio, la prima, lietissima sorpresa: la temperatura a N’djamena è di 24 gradi, per come ricordavo torrida la città (in un indimenticabile giorno di maggio ho visto il termometro segnare 56..) un vero miracolo. Siamo, infatti, all’apogeo della stagione umida e violenti e rinfrescanti uragani sono la quotidianità, al punto che, dopo pochi giorni, mi sono pure preso il raffreddore. Chi l’avrebbe mai detto…. Nel viaggio verso Goré la sorpresa aumenta, vedendo quelle che ancora a luglio erano torride distese di polvere e arbusti trasformate in paludi e acquitrini dalle mostruose esondazioni di Logone e Chari, i due asfittici fiumi ciadiani, ormai divenuti immense e traboccanti distese d’acqua torbida. Tutte le acque piovane del sud del paese, così come quelle di Camerun e Centrafrica settentrionali, vengono convogliate in questi due corsi d’acqua, che terminano la loro corsa nel lago Ciad e, lungo il tragitto, inondano le pianure a sud di N’djamena, scatenando una inaspettatamente lussureggiante vegetazione. Ecco spiegati due grandi interrogativi ancora irrisolti: come possono coltivare il riso nel sahel e perché in un posto tanto torrido la malaria è un problema. Questa distesa di paludi limacciose, nonché fertili e zanzarose, risponde a entrambe le domande e, in fondo, è lo stesso principio delle coltivazioni degli antichi egizi in riva al Nilo, o dei sumeri nella mezzaluna fertile tra Tigri ed Eufrate; Logone e Chari, purtroppo, non hanno avuto la fortuna di dare i natali ad una gloriosa civiltà che rendesse lo studio dei loro nomi obbligatorio fin dalle elementari, dunque sorprendono un po’ di più…

Arrivati a casuccia ho ritrovato quasi tutto come lo avevo lasciato: a parte i cuccioli, ormai divenuti dei cagnoloni bisognosi di educazione (ci stiamo procurando bastone e biscotti per provare ad instillare nelle loro teste vuote una rudimentale idea di “bene” e “male”..), molte delle cose affidate agli efficienti colleghi locali sono esattamente allo stesso punto in cui erano il giorno della mia partenza, nonostante le mie insistenti raccomandazioni affinché progredissero… C’è di buono che la famiglia si è allargata, con l’arrivo di due nuovi animatori e di un contabile – logista che farà tutto il lavoro sporco che prima toccava a me (litigare coi fornitori, controllare le varie casse, eccetera) e fino a dicembre ci saremo sia io, sia la capa, il che renderà più semplice la gestione delle numerose incombenze, soprattutto in questo mese infernale. Nel mentre che organizziamo formazioni pedagogiche per i maestri comunitari e sensibilizzazioni per i comitati di genitori che gestiscono le scuole di villaggio, dovremo, infatti, aiutare i rifugiati a trovare i soldi per le loro scuole, dal momento che UNHCR dimezzerà il suo contributo e la differenza ce la dovranno mettere loro, riabilitare le varie decadenti strutture scolastiche (in particolare quelle in paglia, ormai del tutto sfasciate), fornire i materiali di base per consentire lo svolgimento delle lezioni e capire di quanti manuali le diverse scuole hanno bisogno per rifornirle, tutto questo, ovviamente, entro la fine del mese e, ovviamente, senza avere ancora ricevuto i mezzi di trasporto per gli animatori che gli efficienti amici di UNHCR avrebbero dovuto darci a gennaio. Quando si dice un incubo….

Bisogna aggiungere a questo simpatico quadretto che fino all’11 settembre è mese di ramadan e quindi musulmani, la maggioranza nel paese, fanno quaresima, il che significa che dall’alba al tramonto l’unica cosa che possono mettere in bocca per sostenersi senza bruciare all’inferno è un legnetto da masticare, una sorta di antistress che in questo periodo si vende più del pane (nel vero senso della parola, fino a sera non c’è moltissimo pane in giro..). Niente cibo, niente acqua, vietate pure le sigarette, da queste parti la prendono sul serio, la quaresima, mica come quei lascivi dei cristiani! Il risultato è che ci troviamo a far trasportare pesantissime travi e sacchi di cemento sotto il sole in pieno giorno a dei poveri cristi che sappiamo essere affamati e assetati dalla sera prima e la naturale gentilezza che ci porta a offrire un po’ d’acqua fresca come segno di gratitudine suona quasi come una presa per il culo, o, peggio ancora, una tentata conversione. Non vedo l’ora che arrivi l’11, pare ci sarà una serata di baldoria totale e poi, dal giorno dopo, tutti scrocconi come prima!

Tra le grandi novità di questo crepuscolo d’estate, da segnalare la riapertura dei voli tra Mondou (la città di riferimento per noi a Goré) e N’djamena. Finalmente basta viaggi della speranza, in macchina, sempre stracarichi di robaccia da portare ad amici o parenti dei vari colleghi o, come nel mio ultimo viaggio, su quei traboccanti pullman che sfrecciano come pazzi lungo una strada che cade a pezzi, è tornato l’aereo della Nazioni Unite. Ignaro di quel che m’attendeva, m’incammino, in un piovosissimo mattino di fine agosto, all’aeroporto di Mondou, una stamberga in mezzo alla foresta con pista asfaltata ancora in costruzione. Il posto pare abbandonato, ci sono solo io, un altro passeggero, e quelli che pensavo essere due inservienti, visto che del volo non sanno nulla, ma che, al gracchiare della radio, si arrampicano di corsa su di una scala a chiocciola metallica e prendono posto in quella che sembrava una palazzina abbandonata, ma è, in realtà, la torre di controllo dell’aeroporto. Suppongo siano i controllori di volo, ma preferisco non indagare oltre… Su questa pista in costruzione appare un minuscolo aereo a elica (neanche dieci posti) e quando stiamo per salire i piloti, due energumeni sudafricani (noti beoni, mi diranno, ma all’epoca, per fortuna, non lo sapevo ancora..) ci dicono che a N’djamena piove ed il trabiccolo non può atterrare con la pioggia, bisogna aspettare che smetta. Così, ci sediamo ai bordi di questa pista la cui asfaltatura è ancora lungi dall’essere completata (“ma quando sarà finito sarà ancora meglio di N’djamena”, dicono fieri, per quello che ci vuole..) e su cui fanno capolino vari passanti, che non si capisce da dove vengano e dove vadano, ma cui nessuno sembra badare troppo. Finalmente, dopo un paio d’ore abbondanti, ci si decide a partire, pare che a N’djamena non piova più: i due piloti attendono che prendiamo posto nell’angusto velivolo e intanto scrutano il cielo, disegnando con le mani la rotta ideale per evitare i neri nuvoloni che affollano il cielo. I motori ruggiscono rumorosissimi, una gran puzza di cherosene pervade l’aria e gli inservienti dalla stamberga danno l’ok, si parte. Fortunatamente al nostro trabiccolo non serve molto asfalto per decollare e diciamo che a fare slalom tra le nuvole non ci si è annoiati, i due beoni ci sapevano fare. Anche l’atterraggio, ovviamente sotto il diluvio universale (ma che cazzo di previsioni avranno seguito, quei due??), mentre i tergicristalli scorrevano frenetici e l’aereo sbandava manco i due si fossero fatti alla chetichella un paio di cicchetti, non è stato banale. Pensavo che l’era dei viaggi avventurosi per N’djamena, tra cammelli contromano e camion ribaltati in mezzo alla strada, fosse finita con la riapertura dell’aeroporto di Mondou, e invece mi sbagliavo di grosso.

Nell’attesa di reimbarcarmi per il ritorno a Mondou, sperando nel bel tempo e nel buon senso dei piloti (ma non potevano sceglierli musulmani, che almeno non bevono??), vi abbraccio tutti. Alla prossima, inshallah.

Tuesday, July 13, 2010

Mondiale africano

Ciao a tutti,

E’ passato un bel po’ di tempo, ormai, dall’ultimo post sugli ippopotami di N’djamena, ma il tempo per scrivere è stato veramente poco: una volta rientrati dall’indimenticabile missione, infatti, la mia capa è partita per le ferie, lasciandomi solo e con una carica ben poco consona alle mie nulle competenze, quella di “capo progetto ad interim”. Così, se prima eravamo in due a sbrogliarcela tra la mole di rompiscatole che ogni giorno affolla il nostro “ufficio” (eufemismo per definire quello che è ancora un cantiere, in realtà..), per una ventina abbondante di giorni sono stato solo con questo fardello, da cui, chiaramente, sono stato rapidamente sopraffatto. Aggiungiamoci che la mia appena guadagnata quiete solitaria è stata turbata dall’arrivo di due nuove bocche da sfamare, ossia due vivaci e rumorosi cucciolini appena estirpati dalla mamma, quindi bisognosi di coccole e attenzione (oltreché di un discreto numero di ceffoni per raddrizzarsi un po’..) e capirete come il tempo per il blog sia, fatalmente, mancato.
Ora che ormai il tempo delle ferie nel mondo civile è prossimo anche per me (e i cagnolini, dopo mille guaiti per mille minchiate, ormai svezzati), posso dire che alla fine è stato divertente provare a fare il capo, nonostante i numerosi momenti in cui avrei voluto teletrasportarmi su un’isola deserta, e che questa dura parentesi è stata resa meno opprimente dalla graditissima concomitanza dei mondiali di calcio, una delle poche cose per cui anche i rompiscatole più efferati sono disposti a prendersi una pausa e lasciar tirare un po’ il fiato al resto del mondo. Superfluo aggiungere che in concomitanza delle partite l’ufficio era chiuso e il telefono spento (ma questo non raccontiamolo troppo in giro, i veri capi di Milano
potrebbero non apprezzare…).

Comunque, un po’ nei cinema, un po’ nei locali della città, un po’ a sbafo con la parabola del nostro autista, di partite me ne sono perse poche e per un mese abbondante ho potuto dilungarmi in grandi conversazioni su tattiche e giocatori anche coi personaggi più improbabili, coi quali in altre circostanze non avrei mai avuto nulla da dire. Tutto questo, secondo me, non è solo svago, ma ha anche una profonda valenza scientifica: sono sempre stato convinto che il modo in cui una popolazione tifa sia uno di quegli indici universali per valutarne il grado di civilizzazione e più seguo il calcio in posti strani, più trovo conferme. Ricordo ancora con orrore il tifo sempre avverso e sgradevole di quei trogloditi dei parigini quando mi trovavo a guardare il Milan oltralpe ed ero accolto benevolmente solo nei peggiori kebabbari della città. Gli africani sono mille volte superiori ai loro (ex) presunti civilizzatori e quando la nostra orribile nazionale è stata massacrata da una nazione di cui tutti ignoravano l’esistenza, il supporto che gli autoctoni mi hanno dato, chiaramente colpiti dalla mia virulenta partecipazione emotiva alla partita, è qualcosa di nobile ed encomiabile: il secondo, inutile, gol dei nostri eroi è stato salutato da un piccolo boato e negli ultimi istanti del breve mondiale azzurro mi sono potuto atteggiare a capo ultrà, seguito a ruota dai rumorosi vicini di casa del mio autista. Purtroppo vano, ma non lo dimenticherò!

C’è un’altra cosa da dire sugli africani, e su come il loro modo di tifare spieghi molte cose di loro: stanno immancabilmente dalla parte del più forte. Se un borghesuccio sinistrorso come me, abituato a credere che la fatica, l’impegno, la costanza contino più del talento innato e vengano (o almeno dovrebbero..) sempre premiate resta incantato nel vedere la dilettantesca Corea del Nord tenere in scacco per un’ora l’invincibile Brasile, il volenteroso Messico umiliare la boriosa Francia o anche, volendo, la piccola Slovacchia mandare meritatamente a casa i campioni del mondo in carica, per gli africani questi eventi sono delle vere scocciature, delle inspiegabili eccezioni che turbano un magico ordine predefinito in cui dovrebbero essere le squadre più blasonate ad andare avanti, e non gli outsider. Superfluo aggiungere che tutti si sono professati da subito gran tifosi del Brasile, della Spagna, dell’Argentina o anche dell’Italia e, indubbiamente, l’esposizione mediatica delle loro stelle conta non poco in questo. Ma c’è anche qualcos’altro, secondo me, di più subdolo e profondo: in un mondo in cui per ottenere quello che si vuole non è tanto importante prodigarsi, faticare e meritarselo, quanto saper trovare il giusto “protettore”, l’uomo di potere da cui far dipendere il proprio benessere, gli outsider che sparigliano i valori in campo e con la loro tenace abnegazione mettono alle corde i presunti forti sono visti come degli intrusi, delle minacce ad un ordine di cui non importa tanto la giustizia, quanto la stabilità e la sicurezza che da esso deriva. Del resto, perché appassionarsi ai disperati sforzi dei coreani di tener testa ad una delle squadre più forti del mondo, quando molto probabilmente saranno vani? O perché cercare di studiare e imparare una professione, o mettere su una piccola attività in proprio e magari fare meglio di quei pochi magnaccia che gestiscono tutto, quando si può essere il loro tirapiedi ed avere il culo parato? Meglio stare con chi è forte da subito, e prendersi le briciole della sua gloria, piuttosto che cercare di riequilibrare le cose, nella vita come nel calcio. Questa triste mentalità spiega molto della storia politica di questo paese, ma temo non sia una prerogativa esclusivamente ciadiana...

Fortunatamente, come per tutte le regole, ci sono sempre delle eccezioni, ed in questo mondiale l’anomalia rispetto a questo squallido culto del potere è stata l’unica squadra africana a scampare alla mattanza del primo turno e far sognare l’intero continente: il Ghana. Superata la disillusione dei primi giorni, per la quale era chiaro che nessuna squadra continentale sarebbe andata avanti, gli occidentali sono più forti, gli arbitri sono contro di noi, eccetera eccetera, quindi tifiamo tutti Brasile, già agli ottavi di finale il vento cambia. La sera della partita con gli yankee il bar è stracolmo e l’atmosfera è quella delle grandi occasioni: la tv camerunense parla di “ultima speranza del continente”, dei ghanesi come degli “unici che possono salvare l’onore dell’africa”, al punto che “tutti gli africani oggi sognano grazie al Ghana” e mille frasi di questo tenore, giusto per non caricare di troppe responsabilità una giovane squadra che gioca il secondo mondiale della sua storia. La vittoria agli ottavi fa decollare l’entusiasmo alle stelle e il vantaggio contro l’Uruguay ai quarti scatena l’euforia totale, coi telecronisti camerunensi che si lanciano eccitati in declamazioni in Twi, (la principale lingua indigena ghanese), mentre già partono i primi balletti per le strade e si comincia a pensare che in fondo la semifinale con l’Olanda non sia poi una sfida impossibile. Purtroppo l’Uruguay pareggia presto ed i sogni africani si infrangono contro una traversa su calcio di rigore al ‘120, preludio di una tragica disfatta ai rigori pochi minuti dopo.
All’inizio dell’ultima, fatale, azione tutti, dai telecronisti al pubblico del locale, pensano che la palla abbia varcato la linea prima di essere “parata” dall’infido attaccante uruguagio e urlano come pazzi, senza capire che l’arbitro non ha dato il gol, ma solo un rigore da collasso coronarico, all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare. Cala il terrore, destinato a trasformarsi rapidamente in disperazione, e nel silenzio generale il telecronista quasi in lacrime si perde in deliri e racconta di come, per un attimo, aveva sognato di vedere una squadra africana alzare la coppa davanti a Nelson Mandela ed altre romanticherie del genere. Da tifoso navigato pensavo di aver ormai una certa solidità emotiva di fronte a queste sciagure, ma ho anch’io, come molti, i lacrimoni agli occhi quando torno a casa. Il giorno dopo, mentre le radio ancora parlano di Africa in lutto e il rigore sbagliato del malcapitato attaccante è sulla bocca di tutti, la stragrande maggioranza dei ciadiani, con il fiuto raffinato che solo chi è abituato a stare saldamente legato al carro dei vincitori possiede, già comincia a professarsi gran seguace della Spagna. Nonostante le grandi emozioni, l’eccezione non è durata abbastanza da sradicare questo sgradevole costume, ma il piccolo Ghana si è ormai guadagnato, come il Cameroon nel ’90 e il Senegal nel 2002, un posto nella storia del calcio africano, e chissà che tutte queste eccezioni, prima o poi, non riescano a cambiare la regola, o almeno a intaccarla un po’.

Senza troppo speranze, ma sempre volenteroso, vi saluto e probabilmente ci vedremo prima del prossimo post, vista l’imminenza del mio ritorno. Ai lettori più assidui chiedo, a meno di possibili colpi di scena, di pazientare fino alla seconda metà di agosto, con la speranza di riuscire ad essere un po’ più costante. Un abbraccio e a presto!

Wednesday, June 23, 2010

Mobilità africana

Ciao a tutti,

Un po’ per il lavoro, un po’ per le connessioni, i miei post non sono frequenti come vorrei, comunque eccomi qua. Vi avevo lasciato alla ricerca di polli e riso per sfamare i settanta invitati del nostro atelier di lancio del progetto e, contro ogni pronostico, tutto è andato liscio come l’olio, uno di quei miracoli che solo le raffazzonate organizzazioni da terzo mondo riescono a compiere. La sciura della capanna di fronte non solo ha trovato tutti e trenta i polli necessari, ma ha offerto un servizio di catering ineccepibile per tutta la durata dell’incontro, nonché arricchito con un tocco di classe africana la nostra pausa caffè: in aggiunta a bevande calde e dolcetti, un bel piatto di zuppa di pesce, per la gioia dei nostri affamati invitati dai villaggi! Il camion che abbiamo inviato in mezzo alla foresta a recuperare gli ospiti si è presentato con solo 1 ora di ritardo (e comunque, conoscendo i tempi africani, avevamo previsto il suo arrivo mezz’ora prima del necessario..) ed il segretario speciale del prefetto poco più di mezz’ora dopo l’ora prevista. Cosi’, abbiamo iniziato solo in lieve ritardo (un miracolo!), all’arrivo del segretario abbiamo fatto finta di non aver ancora cominciato per fargli leggere fiero il suo discorso, e tutto si è svolto velocemente e senza problemi. Peraltro il prefetto, probabilmente offeso perché non abbiamo scucito la grana per una festa qualche giorno prima, ci ha fatto lo sgarro di non venire, mandando questo segretario, persona di squisita cortesia ed educazione, puntuale fino a un certo punto, ma cortese e disponibile. Insomma, alla fine eravamo stanchi morti, ma non avremmo potuto chiedere di meglio.
E cosi, il camion ha raccattato tutti i vari membri dei comitati e direttori delle scuole per riportarli ai loro sperduti villaggi, con l’acqua avanzata dalla caraffe per lavarsi le mani i numerosi musulmani si son potuti fare le abluzioni per la preghiera pre viaggio, mentre noi siamo tornati alle mille menate di budget di questo progetto, e siamo poi rientrati, nel fine settimana, per l’ennesima missione a N’djamena, questa volta meno sgradita delle altre, visto che ha spezzato un ritmo di lavoro veramente estenuante. Inoltre non si trattava di riunioni o controlli amministrativi, ma solo dell’incontro annuale dell’ong, una specie di rimpatriata tra tutti vari disgraziati sperduti negli angoli più remoti di questo già remoto paese. Quasi una vacanza, oserei dire.

Prima di ogni viaggio, stracarichi e scomodi, ci siamo sempre detti che quello sarebbe stato l’ultimo viaggio della speranza, sballottati tra sacchi di sorgo e manioca, armadi e taniche di benzina: la speranza era che, una volta arredata la casa, i viaggi si potessero svolgere in condizioni normali. Purtroppo, non avevamo fatto i conti con questo semplice fatto: in Ciad, mediamente, non ci si muove. Per organizzare un incontro con la gente dei villaggi circostanti abbiamo dovuto affittare un camion, altrimenti quasi nessuno sarebbe riuscito a venire, e in ogni piccolo villaggio il nostro scassatissimo gippone viene immancabilmente preso d’assalto da poveracci appiedati, cui è difficile, se non impossibile, dire di no. Ci sarebbero norme precise e severe per regolamentare i viaggi sui nostri mezzi, ma tante volte uno strappo sul cassone del pick up o sulle panche posteriori della jeep ai maestri che tornano nei villaggi più grandi non possiamo non darli e, quando partiamo per N’djamena, c’è sempre qualche cugina da scarrozzare, o qualche mamma a cui portare mastodontici sacchi di sorgo o da cui recuperare quintalate di riso. Così, anche questa volta, sacchi di cereali e orpelli d’ogni tipo, all’andata e al ritorno, in aggiunta agli ultimi dettagli per la nostra base a Goré: frigorifero e bomboloni del gas. Aggiungiamoci che a metà strada il nostro autista ha deciso di acquistare per una qualche sorella un enorme pesce siluro venduto da ragazzini appostati in mezzo alla carreggiata ed il trionfo di odori e sapori è completo.

Insomma, in Africa non ci si muove e chi parte viene immancabilmente caricato di generi d’ogni tipo. Ma la mobilità in questa terra ha un’altra caratteristica unica: la qualità estrema dell’organizzazione. Quando finalmente siamo arrivati a N’djamena, dopo slalom tra crateri stradali, branchi di bestie assortite e scheletri di mezzi incidentati di differenti epoche storiche (da quello di cui restano poche tracce a quello ancora fumante..), l’unico ponte sul fiume Chari è pressoché impercorribile: alla base dei pilastri, un cospicuo branco di ippopotami si concede un rinfrescante bagno, scatenando la curiosità dei viaggiatori, che abbandonano i propri veicoli bloccando la carreggiata. Per non essere da meno, facciamo lo stesso e corriamo a scattare foto, in un mix di gente eccitata dall’insolita apparizione e automobilisti resi isterici dalla paralisi. In realtà, il nostro autista ci esonera da ogni responsabilità con una logica semplice e inoppugnabile: è vero, siamo fermi sulla corsia opposta alla nostra come altre mille macchine, ma siamo dovuti venire qui non solo per vedere gli ippopotami, ma anche perché la nostra corsia è invasa da un branco di cammelli contromano… Finalmente, i quadrupedi defluiscono e attraversiamo il ponte d’ingresso alla capitale del Ciad, che per una volta ci ha offerto uno spettacolo rinfrancante.

Nell’allegria generale, l’unico ad essere scettico sugli ippopotami è il nostro responsabile quadro delle attività di sensibilizzazione: quelli non sono veri ippopotami, dice, ma gente che si trasforma in ippopotami per i attirare i turisti. Ippopotami mannari, dunque, per provare a lanciare il turismo di massa in Ciad. Quando si dice logica ferrea.. Di fronte alle nostre sconcertate obiezioni, ci risponde che è vero, lui non saprebbe trasformarsi in ippopotamo ed in Ciad nessuno possiede quest’arte singolare, ma in Nigeria è cosa comune, saranno sicuramente venuti da lì. Per il bene del progetto speriamo abbia argomentazioni più convincenti durante le sensibilizzazioni….

La settimana a N’djamena è poi scivolata via meno sgradevolmente delle precedenti: anche se alla pianificazione dell’attività annuale dell’associazione, in quanto novizio, non è che avessi molto da dire, il mondiale di sottofondo ha offerto situazioni interessanti, come la débacle della Francia in un ristorante cinese popolato da piloti mercenari messicani festanti o il cordoglio generale per il tracollo dei leoni camerunensi. Una sera insolitamente fresca, ignorato, su consiglio del guardiano, le opprimenti misure di sicurezza e, incamminatomi sotto la luce dei riflettori dello stadio in viottoli sabbiosi brulicanti come fosse giorno, mi sono visto il finale di Sudafrica – Urugay al grande schermo dello stadio di N’djamena. Purtroppo la rovinosa sconfitta dei bafana bafana non ha contribuito al buon umore generale, ma questo bagno di normalità nell’allegria che scaturisce sempre dalla visione comune di un grande evento è stato rinfrancante, dopo le faticose serate mondane nella capitale. A N’djamena, infatti, gli unici locali che non siano tavoli in mezzo alla strada ti fanno ripiombare in piena era coloniale: arredamento finto africano, con drappi raffiguranti safari e donne formose, nemmeno un nero ai raffinati tavoli di legno, nemmeno un bianco dietro al bancone, tra bottiglie di liquori europei e birre alla spina. E’ vero che dopo giorni in mezzo al nulla sedersi a un tavolo con tovaglia, posate e poca polvere fa piacere, è vero che il mix di cucina francese e carni e spezie africane alle volte può essere molto piacevole, ma spendere il salario di un maestro comunitario per una cena in locali in cui manca solo il negrone col ventaglio è veramente difficile, soprattutto dopo una vita nella scintillante Milano, che mi ha reso allergico a tutto ciò che sia più fighetto del lurido bar dietro casa. Va bene per una sera particolare, ma se diventa routine, allora fuggo allo stadio, luogo a me ben più consono!

Nel mio piccolo cammino di emancipazione a N’djamena, merita una nota anche un’altra esperienza iniziatica: girarci in macchina la sera. Tra le altre allergie che Milano mi ha fatto sviluppare c’è sicuramente la guida cittadina: se il marasma africano è snervante, ma almeno fa ridere, il marasma lombardo è solamente stressante e ne farà secchi un po’ meno per collisione, ma se contiamo i danni alle coronarie.. Comunque, nonostante abbia sempre fatto del mio meglio per risparmiarmi questo fardello, anche a costo di indimenticabili passeggiate a 50 gradi, alla fine ho dovuto prendere coraggio, girare le chiavi e avventurarmi per le poche strade asfaltate (e le molte piste sterrate) di questa città. Che dire: di cammelli contromano non ne ho trovati, ma tra taxi in retromarcia in mezzo alla strada, ciclisti ubriachi che si avventurano barcollanti in slalom tra tir e minibus e motociclisti in contromano a fari spenti, non si sa se ispirati dalla canzone di Battisti o desiderosi di verificare la teoria darwiniana estinguendosi all’istante, non ci si annoia mai. In realtà, nonostante l’anarchia totale, i veicoli sono molti meno che da noi e molto più lenti, con un po’ di cautela si riesce a sopravvivere. Certo, sarebbe interessante vedere che gli insegnano a scuola guida…

Verrà il giorno in cui la civiltà approderà anche qui, fiumi neri d’asfalto taglieranno la savana, i motociclisti darwinani saranno estinti (mentre dei taxisti sopravvivranno solo i più sanguisuga..) il bestiame verrà rinchiuso in angusti recinti e tirato su a ormoni e mangimi industriali, i cammelli resteranno giusto per le foto dei turisti, dato che ogni ciadiano avrà la sua macchina, e i nigeriani la smetteranno di trasformarsi in ippopotami, o, se anche lo facessero, ci sarebbero spartitraffico e parapetti ad evitare ingorghi. La mobilità ne guadagnerà, magari ci sarà anche un bel treno, un giorno, tra N’djamena e Goré, semmai riusciranno a costruire una centrale elettrica. Tutto molto bello e un po’ sono qui per questo. Pero’, che noia… Dunque, tenendomi, per il momento, ben stretti i cammelli e gli ippopotami di N’djamena, vi saluto.

Sunday, June 6, 2010

Di nuovo a Goré, aspettando la grande presentazione del progetto

Ciao a tutti,

Smaltito lo rosicamento per l’avversa stagione calcistica, si sono affievolite anche le mie velleità ribelli e sono sempre qui, a star dietro al progetto, anche se, avendo avuto modo di conoscere un po’ più da vicino le autorità politiche locali, continuo a pensare che la lotta armata sarebbe l’unica soluzione: si sarà anche rivelato erroneo pensare che lo stato borghese si abbatte e non si cambia, ma questa specie di feudalesimo in cui mi trovo non meriterebbe altra fine! Comunque, racconterò con ordine.
Tornati da N’djamena dopo lungo e periglioso viaggio, ci siamo subito messi al lavoro per organizzare la presentazione della nostra ricerca sullo stato delle scuole e sugli obiettivi del nostro progetto e, allo stesso tempo, per aiutare le autorità scolastiche locali nell’organizzare gli esami e cominciare un po’ di sensibilizzazione a livello dei campi. Abbiamo colto l’occasione del pagamento dei salari di maggio per fare due chiacchiere coi maestri dei campi e accertarci che avessero ben chiaro in mente quanto accadrà prossimamente. Come al solito, reazioni molto contrastanti: da chi in ottimo francese ha spiegato meglio di quanto potessi fare io il progetto, a chi, probabilmente già ebbro, ha biascicato qualche indecifrabile e insensata lamentela sul fatto che per pagare le animatrici di Acra (le ragazze che si occupano della sensibilizzazione nelle varie scuole, non quelle del villaggio Valtour) verrà tolto loro il salario. Ci sarà molto da lavorare, mi sa…

I risultati della ricerca che le animatrici hanno fatto confermano tendenzialmente quanto avevamo già intuito con le prime visite: ci sono enormi problemi di strutture (le scuole in paglia, ad esempio, devono essere rifatte tutti gli anni), di qualità e quantità degli insegnanti, di partecipazione del villaggio alle problematiche della scuola, eccetera, eccetera. Nei campi va un pochino meglio, perché gli edifici sono solidi ed è tutto gratuito, ma, dal punto di vista della mentalità, è sempre una desolazione: ad esempio, tre volte a settimana viene offerto un servizio di mensa ed il tasso di frequentazione, non solo dei ragazzi, ma anche dei maestri, risente sensibilmente di questo. Ovviamente é il pasto gratuito, piuttosto che non la fame di sapere, a spingerli a frequentare. Purtroppo questo servizio mensa è frutto dell’estemporanea generosità dell’ambasciata francese, che probabilmente aveva soldi da buttar via ed ha deciso di offrire riso caldo per un anno. L’anno prima non c’era, l’anno prossimo non ci sarà e con le risorse di cui dispongono le scuole senza UNHCR sarebbe utopico pensare di farla, purtroppo; in compenso, i genitori si lagneranno che senza mensa i bambini non possono andare a scuola (cosi, anziché studiare a digiuno, zapperanno a digiuno..) e renderanno ancora più complicato il nostro già non semplice compito.. Insomma, in questo mix di assistenzialismo un po’ approssimativo legato ai rifugiati e la radicata convinzione che la scuola non serva a nulla sarà dura portare a casa qualche risultato.

Nell’attesa della presentazione in pompa magna del nostro progetto, mi sono gustato un po’ di incontri sulle iniziative dei numerosi altri partner UNHCR impegnati nella zona. Grazie alla presenza dei rifugiati, in questa regione ci sono quasi più operatori umanitari che beneficiari degli aiuti, anche se la triste vicenda della mensa dimostra come questo non sia per forza un bene, anzi.. Comunque, tutti questi incontri si aprono, immancabilmente, con il saluto di sua Maestà il Prefetto, che, immancabilmente, si presenta con tutta la sua corte almeno un paio d’ore in ritardo, legge un discorso di luoghi comuni sull’importanza di questa o quella minchiata, e se ne va con tutto il suo seguito di vice, segretari e tirapiedi vari, a bordo di qualche macchinone. Probabilmente la qualità di funzionari e dirigenti pubblici è uno degli indici più evidenti della qualità di una democrazia: questa specie di borioso satrapo, infatti, non potrebbe incarnare meglio l’arroganza e l’iniquità del potere politico locale e il fatto che anche alla presentazione del nostro progetto dovremo invitarlo, aspettarlo e ascoltarlo mi fa già venire il mal di pancia. E purtroppo è inevitabile, in un progetto di questo tipo, avere a che fare con questi orridi potentati locali: il proprietario della nostra villa, ad esempio, è un pezzo grosso della Cotonciad, la principale industria nazionale, amico intimo del prefetto e cugino della viceprefetta, un altro sbruffone che si compiace palesemente di avere le mani in pasta dappertutto e a cui, purtroppo, bisogna portare rispetto e deferenza se non si vogliono avere grane.

Fortunatamente, al di la di questi incontri ufficiali in cui, inevitabilmente, si ha a che fare con gente deprecabile, nella mia giornata media mi trovo a relazionarmi con personaggi ben più pittoreschi: dai muratori che si occupano di sistemarci la casa e penso di non averli mai incrociati sobri, ai guardiani della villa, di una gentilezza squisita, oltre alla nostra équipe di autisti, animatori e animatrici, che sono meglio del miglior Fantozzi, per quante ne combinano. Diciamo che una buona dose di umorismo è necessaria per lavorare qui a lungo senza strangolare l’autista che sparisce un giorno intero perché aveva un matrimonio, il suo collega che rimane a secco in mezzo alla foresta dopo aver sbagliato strada, le animatrici che si presentano due ore in ritardo perché dovevano fare la toilette o il loro responsabile che telefona mille volte al giorno per le richieste più ridicole, battuto solo da uno dei direttori delle scuole dei rifugiati, che mi chiama più spesso di quanto faccia con la fidanzata (e sempre per minchiate, ovviamente..). Per non parlare dell’hangar per le macchine, costruito a ridosso dell’unico albero del giardino, o della bella idea dell’imbianchino di aspettare che ci sedessimo tutti a tavola per mettersi a imbiancare la sala da pranzo, dopo essersi fatto comprare la benzina come diluente… Fortunatamente tendo più a ridere che a incazzarmi per queste cose e fortunatamente il capo progetto non è come me e si incazza, sennò chissà quante altre ne combinerebbero!

Mercoledì sarà il grande giorno della presentazione della ricerca e del progetto, anche se nasce sotto i peggiori auspici, nel senso che i dati delle varie scuole sono grossolanamente contraddittori tra loro (nemmeno i direttori delle scuole sanno quanti studenti hanno..) e per il catering per 75 persone non abbiamo trovato di meglio che la sciura della capanna di fronte, già da ieri in giro per il villaggio a cercare polli. Speriamo bene.. In ogni caso, la presenza di sua alta eccellenza il prefetto è confermata, quindi si comincerà con le canoniche due ore di ritardo, che passeremo a cuocere sotto un tetto di lamiera.. Vi racconterò di questo grande evento mondano presto, per ora un saluto.

Sunday, May 23, 2010

La scuola pubblica in Ciad

Ciao a tutti,

Mi sono assentato un po’ di più del solito perché in settimana siamo tornati a N’djamena e, oltre a essere stato sopraffatto dalla burocrazia del progetto, la calura asfissiante di questa città infernale mi ha tolto ogni forza e voglia di scrivere. Purtroppo fino a stasera me la spasserò qui: ho realizzato il mio record assoluto in fatto di caldo (50 gradi, l’aria scottava anche a respirarla..) e in questa suggestiva location mi sono sorbito la serata sportiva più tragica degli ultimi 45 anni. Meno male che c’era molto alcool.. Di cose belle o interessanti, dunque, non ne sono capitate e dubito ne capiteranno, ma coglierò l’occasione per raccontarvi un po’ meglio di questo misterioso progetto cui prendo parte.

Tutto cominciò nel lontano 2003, anno in cui non soltanto il Milan vinse una delle sue tante coppe dei campioni, ma, nell’indifferenza del mondo in generale e dell’Italia in particolare, in seguito ad un colpo di stato, si scatenò uno scontro armato con conseguente crisi umanitaria nella Repubblica Centrafricana e in pochi giorni decine di migliaia di profughi varcarono la frontiera ciadiana alla ricerca di protezione. UNHCR, in accordo con il governo ciadiano, allestì vari campi (nella zona del progetto sono 3, popolati da circa 100.000 persone ognuno), in cui ospitare i profughi ed offrire loro i servizi essenziali: acqua, cibo, protezione e cure mediche. La situazione, nel tempo, non é migliorata, basti pensare che al potere, in Centrafrica, c’è ancora lo stesso generale di allora, il quale ha recentemente rinviato le elezioni senza motivo a data da destinarsi e, come conseguenza, alcune migliaia di nuovi rifugiati sono giunti settimana scorsa, in alcuni campi a est rispetto ai nostri. UNHCR ha così avviato tutte le attività necessarie per la popolazione rifugiata, tra cui tre bellissime scuole, una per campo. Anche se l’idea di “campo profugo” fa pensare a qualcosa di transitorio, momentaneo, considerate che in Medio Oriente i primi campi furono aperti all’inizio del conflitto israelo palestinese nel ’48 e sono ancora lì, c’è gente che è nata, vissuta e morta senza conoscere altra realtà che non fosse quella.. E’ chiaro, in questo contesto, come servizi quali scuole e ospedali non possano mancare.

Fortunatamente, mentre i ricchi israeliani non muoiono dalla voglia di riempire la loro terra sacra di pezzenti ed il destino dei rifugiati è uno dei tanti ostacoli agli accordi di pace, i ciadiani, già pezzenti di loro, non sembrano avere grossi problemi ad accollarsi nuove bocche da sfamare: si tratta, infatti, di gruppi di popolazioni affini culturalmente e di un territorio senza i problemi demografici del Medio Oriente, almeno per ora.. Così, dopo sette anni di attesa, UNHCR ha rinunciato all’idea del rimpatrio dei centrafricani e sta provando ad integrare la popolazione rifugiata nel territorio.

Tra le varie incombenze che questa operazione comporta, è fondamentale che le autorità locali siano in grado di prendere in gestione le tre scuole dei campi o, comunque, di garantire l’educazione ad una non indifferente mole di mocciosi, cosa fino ad ora garantita da UNHCR, che, però, ha ben differenti disponibilità finanziare. Per darvi un’idea: non tutti i villaggi dispongono di una scuola e, in quelli con la fortuna di averla, in genere consiste in un rudimentale hangar di quattro rami grezzi coperti di paglia, sotto cui vengono allineati altri rami a fungere da panca. Ovviamente l’anno scolastico finisce quando inizia la stagione delle piogge e questo non aiuta il corretto svolgimento del programma didattico. Gli insegnanti sono i cosiddetti “maestri comunitari”, ossia membri dei villaggi che, sapendo leggere e scrivere, vengono promossi sul campo al ruolo di insegnanti. Considerate che in un villaggio di 700 anime ci hanno detto orgogliosi che da loro erano tanti a saper leggere e scrivere, almeno 20, e capirete come il livello non sia sempre d’eccellenza. Ogni anno questi insegnanti possono partecipare a dei corsi di formazione che li certificherà come maestri comunitari e, con pazienza e dedizione, dopo una trafila lunga anni, addirittura diventare insegnanti ufficiali ed essere assunti a livello statale, privilegio riservato a pochissimi meritevoli, che in genere insegnano in posti meno disgraziati di questi villaggi. Gli insegnanti dei campi sono quasi tutti certificati e prendono ben 60 euri al mese, pagati da UNHCR. Nei villaggi gli insegnanti certificati sono rari ed i salari si aggirano intorno ai 20 euri al mese; queste scuole, inoltre, non sono finanziate e gestite dallo stato, ma dai comitati dei genitori, creati per questo specifico compito e alimentati da fondi derivanti da sole autotassazioni tra le famiglie degli allievi e dalle rendite di campi adibiti a questo scopo, i cosiddetti “campi comunitari”. Le autorità locali si limitano a monitorare il funzionamento delle scuole e ad organizzare le formazioni, ma grano non ne scuciono. Se già così è chiaro come la transizione da un regime all’altro sia complessa, bisogna aggiungere il fatto che i rifugiati, a differenza dei loro vicini ciadiani, sono ormai abituati da sette anni ad avere tutto da UNHCR senza muovere un dito e non hanno la minima intenzione di fare alcunché per la loro scuola, una volta che UNHCR taglierà i viveri.

In questo desolante panorama, il nostro lavoro è duplice: da una parte, lavorare coi rifugiati perché si organizzino in modo da gestire autonomamente la scuola, sapendo che a partire dal prossimo anno scolastico i fondi di UNHCR saranno dimezzati e azzerati quello successivo; dall’altra, lavorare nei villaggi circostanti per migliorare il livello delle scuole e colmare il gap con i lussuosi istituti dei rifugiati (lussuoso significa con aule di cementi, tetto di lamiera e un’aula per ogni classe). Così ci troviamo a girare tra campi e villaggi a spiegare a questi contadinotti come la scuola sia importante e come, a questo mondo, non esistano cose gratuite, dunque per l’educazione bisogna rimboccarsi le mani, organizzare campi comunitari e gestirne i proventi con attenzione, utilizzandoli non solo per pagare gli insegnanti, ma anche per fare delle costruzioni in mattoni che non debbano essere ricostruite tutti gli anni. Allo stesso modo bisognerà rinegoziare i salari degli insegnanti dei campi, perché 60 euri al mese sono assolutamente fuori mercato ed i comitati genitori non potranno mai pagare tale cifra. Per addolcire tutto questo, abbiamo alcuni fondi dedicati alle ristrutturazioni delle scuole più disastrate e altri per avviare attività generatrici di reddito (che possono essere i campi comunitari o altre idee loro, sartoria, allevamento, eccetera), grazie a cui, nel meraviglioso mondo descritto dal progetto, i comitati potranno sostenere la gestione delle scuole. Speriamo bene…

Provo due sentimenti contrastanti riguardo a questo progetto: da una parte mi affascina molto come le scuole pubbliche, qui, non siano considerate proprietà dello stato, quindi di un ente tendenzialmente inefficiente, corrotto e distante, ma della comunità, che le crea, le gestisce, ci lavora. Le scuole del villaggio sono frutto delle fatiche e dei risparmi dei genitori e come tale vengono vissute, almeno dai membri dei comitati più propositivi (superfluo aggiungere come, specie nella stagione del raccolto, non sia facile convincere molti genitori a mandare i bimbi a scuola, privandosi di preziosa manodopera gratuita..): sono loro a costruirle, a faticare per procurarsi un minimo di materiale didattico, a pagare i maestri e migliorarne il livello qualitativo, nella speranza che i loro bimbi possano avere qualcosina in più del poco che hanno loro. Pensando alla fortuna che abbiamo noi, con le nostre scuole, e a come ci sputiamo sempre sopra, forse sarebbe meglio se, anziché ingrassare i mastella di turno con tasse e balzelli vari (quei pochi che non le evadono, almeno..), contribuissimo anche noi con il nostro tempo e il nostro sudore alle cose di tutti, probabilmente poi le guarderemmo con occhi diversi e ci presteremmo più attenzione.

D'altra parte, come dissero illustri pensatori un paio di secoli fa, lo stato dovrebbe essere la massima espressione della vita sociale e quello ciadiano, per quanto non brilli per ricchezza, è ormai da quasi dieci anni un importante esportatore di petrolio, qualche quattrino da parte dovrebbe averlo. Quando cominciarono le trivellazioni, la Banca Mondiale, per evitare uno sviluppo economico stile Nigeria, erogò prestiti al paese a patto che almeno il 10% del ricavato fosse investito in servizi sociali ed il 5% di questi nella regione in cui sarebbero avvenute le trivellazioni. Ovviamente non fu così, i prestiti furono interrotti ed il governo, preso per le gola, spese’ qualche quattrino in opere pubbliche per poter continuare a farne di più col petrolio: lungo la strada asfaltata (uso il singolare perché è una in tutto il paese..) si vedono, saltuariamente, dei grandi edifici imponenti, col faccione sorridente del presidente Idriss Deby che mostra come i soldi del petrolio aiutino la scuola. Peccato che poi entri e scopri che, quando va bene, mancano i banchi, quando va male, gli insegnanti.. In compenso armamenti e spese militari sono decollate di pari passo coi dispetti reciproci col Sudan, altro paese avanzato che continua a scoprire nuove ricchezze sotterranee.

E noi, in questo contesto, dobbiamo andare a fare il culo a contadini e rifugiati perché si rimbocchino le maniche e si garantiscano da soli quel diritto all’istruzione che lo stato ciadiano (firmatario di tutte le convenzioni unicef sui diritti dell’infanzia) gli nega per giocare alla guerra coi vicini e arricchire oligarchie corrotte.. Insomma, sono tempi duri anche per noi per l’istruzione, va più di moda sprecar denaro in cazzate, purtroppo, ma qui si esagera! E allora ogni tanto mi chiedo: ma non sarebbe più giusto, anziché stressare i contadinotti con ‘sti comitati, raccontargli qualcosa su quei filosofi di cui parlavo all’inizio, spiegargli cosa sono le classi sociali, come viene gestito il sovrappiù e, quando ne hanno capito abbastanza per incazzarsi, armarli e darsi alla macchia nella foresta?? Fino ad ora il pensiero che anche il buon Che Guevara, in Africa, si era rassegnato, mi aveva fatto desistere da queste velleità ribelli, ma oggi, in un mondo in cui l’inter è campione d’europa, non si può resistere alla tentazione di imbracciare le armi e lottare contro questa ingiustizia imperante! Chissà, potrebbe anche essere un segno, probabilmente è stata la loro precedente coppa a scatenare le lotte anticoloniali nel continente africano, l’epoca era quella…
Nell’attesa che mi raggiungiate da qualche parte nelle foreste ciadiane con viveri e armamenti a sviluppare veramente il paese, vi saluto e abbraccio forte. A presto!

Sunday, May 9, 2010

Casa dolce casa, finalmente

Ciao a tutti,
Come avrete già intuito dal titolo del post, le condizioni della mia vita in questa periferia estrema e degradata del mondo hanno conosciuto un radicale cambiamento, fortunatamente in meglio, e scrivo in pigiama, spaparanzato sulla poltrona di casa (anche se ancora non so come e dove trovare una connessione per inviare il tutto…).

Fino a questo momento, avevamo sempre alloggiato in varie foresterie di altre organizzazioni impegnate in progetti nell’area: essendo il turismo di massa lungi dall’arrivare, gli alberghi sono riservati ai businessman e noi, per non sforare il nostro risibile budget, ci siamo dovuti accontentare o dei già citati “cristogrill”, le foresterie delle varie missioni impegnate a diffondere il verbo in questa terra di infedeli e ubriaconi, oppure delle foresterie degli altri enti attivi nella zona. Nel tempo siamo passati dal cristogrill di Goré, dove probabilmente l’ultima volta che hanno pulito il cesso il Ciad era ancora colonia francese, a quello di Mondou, in cui per luce e acqua “si affidano alla provvidenza”. Superfluo aggiungere che abbiamo lavorato al buio con delle medievali lampade a petrolio e non ci siamo potuti fare la doccia, vatti a fidare della provvidenza… Fortunatamente a un certo punto i francesi ci hanno adottato nella splendida convenzione del loro governo, dove, all’interno di un piccolo e grazioso parco, si trovano l’immancabile scuola francese e vari appartamentini per tutti gli espatriati che continuano a diffondere la luce della civiltà sulla loro (ex) colonia e già questo ha decisamente aumentato il nostro livello di vita.

Comunque, la necessità di una base si è fatta sempre più impellente e, abbandonata l’idea di aprirla a Doba, più comoda da un punto di vista tecnico e strategico, ma logisticamente una tragedia, la ricerca di un posto adatto a Goré si è risolta rapidamente (anche perché non è che si dovesse scegliere tra milioni di edifici…) e già da qualche giorno abbiamo preso possesso di un grazioso villino con giardino, 4 stanze e una dependance da adibire ad ufficio e sala riunioni. Ovviamente ci sono ancora milioni di lavori da fare ed è in corso di svolgimento una spietata guerra contro i precedenti occupanti della casa (un variegato contingente di migliaia di insetti, pulci comprese), ma almeno ho potuto disfare la valigia e appropriarmi di una camera da rendere zozza e disordinata come piace a me! E per la prima volta in vita mia, mi trovo a discutere di mobili da comprare, lavori da fare, giardini da coltivare… superfluo aggiungere che, se fossi a Milano, il massimo cui potrei aspirare sarebbe un qualche decadente monolocale in nero già orridamente arredato, quindi sarà bene godersi questo momento che non tornerà.

Una delle cose buone di avere una casa è di stare, finalmente, in un quartiere in cui cercarsi un po’ di punti di riferimento per quelle cose fondamentali, tipo bersi una birra, mangiare, guardarsi una partita e piano piano ci stiamo riuscendo. Per il calcio, fondamentale per me, ho avuta un’esperienza abbastanza strana: ero riuscito finalmente a trovare una serata tranquilla, in cui arrivare al cinema abbastanza presto da entrare e trovar posto (per le partite di champions è stato impossibile). Con la variopinta compagna di un’accozzaglia di locali di ogni età mi stavo gustando la combattuta finale di coppa italia quando, nel momento topico del match, senza un’apparente motivo e senza alcun interesse del pubblico, Totti sparisce dallo schermo, il canale viene cambiato e ci troviamo a guardare Real Madrid – Maiorca. Effettivamente, il programma era quello: 19.45 inter – Roma, 21.00 Real Madrid – Maiorca, solo che è matematicamente impossibile che la partita delle 19.45 finisca prima che inizi quella delle 21. Ma possibile che questi selvaggi programmino di guardarsi il primo tempo di una partita per poi cambiare e seguirne un’altra??? Tornando a casa di cattivo umore (non tanto per l’interruzione, quanto per come stava andando la partita..) ho pensato che, chissà, forse hanno ragione loro. Come può essere divertente per noi andare al cinema a vedere qualche cagata americana piena di effetti speciali e situazioni improbabili, cosi loro se la spassano con le smorfie, le sceneggiate, le risse e (saltuariamente) le prodezze delle nostre stelle del calcio. Non è tanto interessante sapere se vincerà la Roma o l’inter, probabilmente manco sanno che è la coppa italia; il bello è, per loro, vedere questi strambi personaggi affrontarsi pittorescamente sullo schermo e quelle gag che a me, occidentale totalmente assuefatto allo show, fanno saltare i nervi e lanciare oggetti sul televisore, per loro sono meglio del miglior Fantozzi. Cosi, quando materazzi rotola a terra morente ogni due per tre, Totti molla calcioni o mourinho fa una qualche sceneggiata, sono grasse risate e applausi a scena aperta, è quello, lo spettacolo, non la partita in sé. Stando cosi le cose, la popolarità dei cari cugini non è poi tanto sorprendente, anche se, forse, se avessero ben chiaro in mente che per fare quelle pagliacciate ognuno di quei personaggi prende ogni mese più di quello che loro metteranno assieme zappando una vita, riderebbero un po’ di meno.

In questi giorni ho anche approfondito e apprezzato un po’ di più la gastronomia locale, che, fino a questo momento, non si può dire mi avesse entusiasmato. Fondamentalmente ci sono due grandi “tradizioni culinarie” che si incontrano in Ciad: da una parte, la cucina dei pastori seminomadi del nord, le cui pietanze consistono, fondamentalmente, in un piatto principale di carne (bovini, ovini, suini, polli, cammelli, qui c’è un po’ di tutto) che viene servito al centro della tavola in un unico recipiente da cui i commensali attingono con le mani (in Ciad si mangia quasi sempre con le mani e prima del pasto passano con un recipiente di acqua e sapone per lavarle) o con del pane e, volendo, la insaporiscono con del peperoncino. La carne può essere cucinate in vari intingoli, soprattutto nei piccolo ristorantini arabeggianti vicino ai mercati, oppure grigliata, e in questo caso si trovano grosse griglie lungo le strade all’imbocco dei ristoranti in cui ti servono quello che al momento è pronto e la qualità del pasto dipende interamente da quella della carne: il cammello è tenero e saporito, con le cosce di agnello o le interiora si mangia quasi sempre bene, con gli altri tagli ci vogliono ore a masticare e settimane a levarsele dai denti…

L’altra tradizione culinaria, che preferisco, è quella delle popolazioni contadine delle fasce di savana e di foresta, in cui il piatto principale è la cosiddetta “boule” (letteralmente boccia, palla), una specie di polenta fatta con la farina di un cereale (qui sono diffusi il riso, il miglio e il sorgo, ma si trova anche il mais) o di un tubero (la manioca), servita anch’essa in un recipiente unico da cui attingere con le mani per pucciarla in un altro recipiente, in genere riempito con una salsa di pomodoro, cipolle, vegetali vari (si trovano verdure simili a melanzane ed altre simili a spinaci, ma non ne conosco il nome) e pesce secco. Il principio è veramente lo stesso della nostra polenta, anche se noi, ricchi e viziati, ne vogliamo ognuno la nostra dose in un apposito piatto e non la toccheremmo mai con le mani. Probabilmente da un punto di vista igienico è meglio cosi, ma dal punto di vista sociale il piatto unico, vinto il disagio di vedere altre persone ficcare le mani nel tuo cibo, è molto più simpatico (come ben sanno gli amici amanti dello zighini…) e la polenta, a impastrugnarsela ben bene con le mani nella salsa viene molto più saporita, vinto il fastidio delle mani sporche di sugo. In aggiunta a queste due tipologie di piatto, si trovano facilmente polli, carpe (a Mondou non mangiano altro!) e brodaglie di parti poco nobili (ossa, legamenti, interiora) di bovino, che a me fanno impazzire e un giorno, cucinata da una delle nostre animatrici, ho anche assaggiato la succulenta (e purtroppo vietata) carne della gazzella, cosi saporita e simile alle carni dei nostri cervi…
Bene, penso ormai, con questi primi post, di avervi dato un po’ un’idea del posto, della gente e delle sue strane abitudini. Le attività del progetto sono ancora agli inizi, ma nei prossimi post mi concentrerò più su quelle, sperando che nel frattempo entrino un po’ più nel vivo. A presto, un abbraccio

Friday, April 30, 2010

Doba e Goré’, i tasselli mancanti

Dopo una lunga assenza dovuta alla mancanza di connessioni internet al di fuori di Mondou (ho potuto utilizzare solo sporadicamente una chiavetta fornitaci per il progetto, ma sfigatissima e giusto per scaricare le mail sul portatile), rieccomi a voi. Ho passato una giornata a Doba, capoluogo della regione del Logone meridionale, e un bel po di tempo a Gorè, la cittadina dove ha sede UNHCR e tutte le altre organizzazioni impegnate nei campi rifugiati, che distano pochi chilometri da qui. Finalmente sono tornato a Mondou, alla cara vecchia connessione sotto l’albero dei manghi, e vi racconto di questi giorni.

Comincio da Doba, la Dallas del Ciad, vista la vicinanza ai pozzi petroliferi, dove ho trascorso una giornata intensa alla ricerca di un edificio da affittare ed adibire a ufficio. C’è una cosa che rende questa quieta e piccola cittadina (ben più piccina della già non immensa Mondou) l’orgoglio di tutto il paese: la corrente elettrica 24 ore su 24. I proventi delle vendite del petrolio, infatti, hanno consentito, caso unico in tutto il paese, questo prodigio tecnologico, con tutti i conseguenti benefici in termini di possibilità di conservare i cibi, di lavorare con computer e stampanti, di mantenere cariche le proprie attrezzature e, soprattutto, boccheggiare in cerca di ristoro sotto un ventilatore nelle ore peggiori, ossia tutto il giorno ad eccezione di alba e tramonto. Considerando che in tutto il paese il sistema di raccolta dei rifiuti è piuttosto rudimentale (le bestie mangiano l’organico, quel che si può bruciare diviene combustibile ed il resto si ammassa ai bordi delle strade..) e gli scarichi fognari sono dei canali a cielo aperto ai bordi delle strade, Doba ha un aspetto stranamente più ordinato e meno lurido della media ciadiana (sicuramente di Mondou e N’djamena..), probabilmente per le più ridotte dimensioni e le maggiori entrate economiche. Al di la di questo, il piano urbanistico non cambia granché: un’unica strada asfaltata su cui si affacciano gli edifici più importanti e un labirinto di stradine sterrate che si perdono tra alberi di mango e mille casupole di fango. Gli edifici che vedo sono piuttosto simili tra loro, villette con una piccola corte interna, una grossa hall e un po’ di stanze, anche se le dimensioni variano molto: la prima era la residenza privata di un ministro, unavsorta versione sfigata della casa bianca (considerate che un qualunque edificio di tre piani, in Ciad, è considerato un grattacielo…), l’ultima una casupola decadente di mattoni con un buco in giardino da adibire a cesso… Diciamo che propenderei per una via di mezzo!

Salutato un gentilissimo ragazzo francese che da un paio d’anni lavora a Doba e, dunque, ha saputo darmi un po’ di recapiti per questa disperata ricerca di alloggio, mi incammino sulla famigerata strada per Gorè. Dico famigerata perché tutti me ne hanno detto tutto il male possibile, a parte, ovviamente, l’autista del nostro pick up, che, sereno e giulivo, si lancia con decisione attraverso la via più breve e, ovviamente, più impervia.. Devo dire che da un punto di vista paesaggistico è veramente notevole: timide colline e, andando verso sud, tratti blandamente forestosi si alternano alle grandi distese della savana ed a piccoli e sperduti villaggi. Il terreno è rosso fuoco e dello stesso colore sono le case, costruite con mattoni di argilla ricavati dal terreno e poi cotti, a disporre piccoli edifici circolari coronati da tetti di paglia. Se da un punto di vista turistico il tragitto è sicuramente valido, logisticamente è una tragedia: più di due ore per fare ottanta chilometri, su una pista a tratti sabbiosa, a tratti fangosa, drammaticamente rovinata dalle piogge nonostante la stagione umida sia ancora lungi dall’offrire il suo meglio.. Aggiungendo a questo i racconti su cosa diventa quando piove ed i vari ruscelli in secca che guadiamo agevolmente diventano fiumi tumultuosi, e sulla perniciosa presenza di briganti, che prediligono assaltare le macchine delle ONG o dei petrolieri (uniche ad avventurarsi in queste lande desolate..) perché cariche di pecunia, ed è chiaro come sia meglio evitarla il più possibile… Con questi pensieri, arrivo, fortunatamente prima dell’imbrunire, quando non c’è luce alcuna ed i malviventi imperversano, nell’agognata Gorè, un piccolo villaggio a circa 50 km dalla frontiera con la Repubblica Centrafricana.

Se Doba deve la sua fortuna al petrolio, Gorè è prolificata per ancor meno simpatiche ragioni: la crisi umanitaria conseguente al colpo di stato in Centrafrica, a seguito del quale decine di migliaia di profughi si sono riversati in Ciad per cercare una vita migliore (e il fatto che la cercassero in Ciad fa capire quanto la situazione fosse tragica…). Cosi, un villaggio piccolo e inutile come tanti altri si è trovato ad ospitare tutte le organizzazioni umanitarie impegnate a gestire la crisi (UNHCR, Programma Alimentare Mondiale, UNICEF e mille ONG assortite…), diventando un punto centrale dell’area; allo stesso modo, per un sacco di disgraziati ciadiani dalla dubbia cittadinanza spacciarsi per profughi centrafricani ed accedere a tutti i benefit che questo comporta è stato il colpaccio e, anche per quelli che non ce l’hanno fatta, il dispiegamento di tutto questo dispositivo di aiuto ha creato un sacco di occupazione e opportunità. Cosi Gorè è prosperata nella disgrazia ed è oggi ricca di mercati e ben due “cinema”, rudimentali capanne di paglia in cui la sera, affollatissimi, vengono proiettate, su piccoli e decrepiti televisori, le partite delle competizioni calcistiche europee, con commento in francese o in arabo, a seconda del cinema. Nonostante questo, Goré resta sempre un villaggio: la strada asfaltata più vicina è a 100 km, escluse le sede delle ONG e dell’ONU non c’è un edificio in cemento e bambini scalzi e malnutriti, incuriositi dal diverso colorito, salutano sempre gli stranieri per strada. Calate le tenebre, e da queste parti, non esistendo illuminazione pubblica, sono davvero tenebre, non c’è assolutamente nulla da fare, a parte vedersi i film horror al cinema (ovviamente mi riferisco alle ultime partire dell’inter….).

Fortuna vuole che, in un mare di innamorati di Messi (per chi non lo sapesse, un fortissimo attaccante del Barcellona), abbia conosciuto l’unico interista di tutto il Ciad: la mattina dopo la prima tragedia mi saluta sorridendo, dicendo che, in quanto italiano, dovrei essere molto contento. Io replico che, in quanto milanese della sponda opposta, preferirei qualunque cosa, compresi terremoti e guerre civili, ad una vittoria degli odiati cugini. L’incompetente ciadiano ovviamente non capisce, cosi, per rendere più chiaro il mio pensiero, gli spiego che io tifo per due squadre: il Milan e quella che gioca contro l’inter, qualunque essa sia. Una volto colto il senso del mio pensiero, rimane orripilato dalla mia antisportività ed antipatriottismo, cosi, visto il susseguirsi di tragedie, divengo il suo bersaglio preferito nei rosicanti day after delle vittorie delle merde: uno non fa in tempo a tirare un sospiro di sollievo, che nell’annus horribilis in cui le merdacce vinceranno tutto sono a migliaia di chilometri da loro, ed ecco che me ne trovo uno in mezzo ai maroni in mezzo al nulla! Prossimo di progetto di sviluppo in Antartide, sicuramente farà meno caldo e almeno li di rompipalle non ce ne saranno (spero).

Disgrazie calcistiche a parte, a Goré cose da fare non ne sono mancate: coordinarsi con le autorità locali per avviare una prima tornata di analisi sulla situazione delle scuole dell’area, pagare gli insegnanti delle scuole dei rifugiati, incombenza che per un anno spetterà a noi, organizzare i lavori di ristrutturazione dell’ufficio dell’equipe di animatori locali a Timberi, un piccolo villaggio al centro dell’area d’intervento e, vista la tragica situazione della strada per Doba e l’imminente arrivo delle piogge, cercarci un ufficio a Goré per gestire con calma l’inizio del progetto ed eventualmente spostarci a Doba più avanti, quando il progetto sarà già avviato.

E finalmente, tanto attesa ed evocata, è arrivata la stagione delle piogge. Anticipata da qualche timido scroscio isolato, ha fatto la sua roboante apparizione in un afoso pomeriggio di fine aprile: seduto all’ingresso della mia minuscola stanza nel solito alloggio di preti e affini (che gli altri cooperanti chiamano i “cristo grill”), contemplo speranzoso i nuvoloni, i lampi in lontananza e assaporo la fresca e profumata brezza, preludio del temporale. Penso che sarà bello assistere a questo rinfrescante spettacolo seduto sotto la tettoia della mia stanza, ma in pochi minuti la brezza è una specie di bora che trasporta gocce d’acqua grosse come noci di cocco. Fradicio, mi rifugio rapidamente nella mia stanza, mentre fuori si scatena l’inferno: alberi sradicati, strade inondate, persone fulminate, una vera apocalisse! Seppur a carissimo prezzo, la sera ci offre finalmente la prima frescura e, deciso a godermela, torno sotto la cara tettoia a leggere, mentre col tramonto i nuvoloni si diradano. Finalmente un po’ di quiete, penso. Se non che, risvegliati dalla prima pioggia, una miriade di moschini fastidiossimi si riversano davanti alla mia camera, per godersi svolazzando la loro breve vita e morire in massa sul pavimento, attirando una corte infernale di bestiacce affamate, tra cui plotoni di scorpioni, che pasteggiano felici con le loro carcasse. In breve, per la seconda volta devo rifugiarmi nella mia camera, in attesa che la nube di moschini si diradi e la mattanza sul pavimento finisca. Quando torno fuori, restano solo migliaia di alucce di insetto a ricordare la strage appena avvenuta. Giusto il tempo di accoppare, dopo lunga caccia, uno scorpione penetrato furtivamente nella mia stanza, e di rilassarmi un po’ e fare due chiacchiere, che un nuovo ospite fa capolino, furtivo, alla nostra veranda: un ignoto serpentaccio nero, sicuramente velenoso (dico cosi semplicemente perché ci hanno detto che in Ciad tutti i serpenti sono velenosi, figurarsi se in questo paese se ne fanno mancare una..). Un po’ di incertezza sul da farsi, proposte fuori dal mondo dalle mie due compagne di sventura (“tu sei l’uomo, uccidilo!”, ma siamo impazziti??) e quando ci muoviamo per chiamare il custode, convinti che saprà trattare il nostro ospite sicuramente meglio di un pivello come me, l’amico strisciante sparisce con la stessa velocità con cui era apparso. Non rimpiangerò mai la bollente stagione secca, ma anche questa stagione umida ha i suoi limiti!

E con questo simpatico quadretto, che vi fa capire come il buon Leopardi, lamentandosi della crudeltà della natura, non avesse poi tutti i torti (mi chiedo se sia mai stato in Ciad..), vi saluto. Ormai non ho più stagioni umide in cui sperare, ma il progetto prende sempre più piede e si fa sempre più interessante. Alla prossima!