Tuesday, July 13, 2010

Mondiale africano

Ciao a tutti,

E’ passato un bel po’ di tempo, ormai, dall’ultimo post sugli ippopotami di N’djamena, ma il tempo per scrivere è stato veramente poco: una volta rientrati dall’indimenticabile missione, infatti, la mia capa è partita per le ferie, lasciandomi solo e con una carica ben poco consona alle mie nulle competenze, quella di “capo progetto ad interim”. Così, se prima eravamo in due a sbrogliarcela tra la mole di rompiscatole che ogni giorno affolla il nostro “ufficio” (eufemismo per definire quello che è ancora un cantiere, in realtà..), per una ventina abbondante di giorni sono stato solo con questo fardello, da cui, chiaramente, sono stato rapidamente sopraffatto. Aggiungiamoci che la mia appena guadagnata quiete solitaria è stata turbata dall’arrivo di due nuove bocche da sfamare, ossia due vivaci e rumorosi cucciolini appena estirpati dalla mamma, quindi bisognosi di coccole e attenzione (oltreché di un discreto numero di ceffoni per raddrizzarsi un po’..) e capirete come il tempo per il blog sia, fatalmente, mancato.
Ora che ormai il tempo delle ferie nel mondo civile è prossimo anche per me (e i cagnolini, dopo mille guaiti per mille minchiate, ormai svezzati), posso dire che alla fine è stato divertente provare a fare il capo, nonostante i numerosi momenti in cui avrei voluto teletrasportarmi su un’isola deserta, e che questa dura parentesi è stata resa meno opprimente dalla graditissima concomitanza dei mondiali di calcio, una delle poche cose per cui anche i rompiscatole più efferati sono disposti a prendersi una pausa e lasciar tirare un po’ il fiato al resto del mondo. Superfluo aggiungere che in concomitanza delle partite l’ufficio era chiuso e il telefono spento (ma questo non raccontiamolo troppo in giro, i veri capi di Milano
potrebbero non apprezzare…).

Comunque, un po’ nei cinema, un po’ nei locali della città, un po’ a sbafo con la parabola del nostro autista, di partite me ne sono perse poche e per un mese abbondante ho potuto dilungarmi in grandi conversazioni su tattiche e giocatori anche coi personaggi più improbabili, coi quali in altre circostanze non avrei mai avuto nulla da dire. Tutto questo, secondo me, non è solo svago, ma ha anche una profonda valenza scientifica: sono sempre stato convinto che il modo in cui una popolazione tifa sia uno di quegli indici universali per valutarne il grado di civilizzazione e più seguo il calcio in posti strani, più trovo conferme. Ricordo ancora con orrore il tifo sempre avverso e sgradevole di quei trogloditi dei parigini quando mi trovavo a guardare il Milan oltralpe ed ero accolto benevolmente solo nei peggiori kebabbari della città. Gli africani sono mille volte superiori ai loro (ex) presunti civilizzatori e quando la nostra orribile nazionale è stata massacrata da una nazione di cui tutti ignoravano l’esistenza, il supporto che gli autoctoni mi hanno dato, chiaramente colpiti dalla mia virulenta partecipazione emotiva alla partita, è qualcosa di nobile ed encomiabile: il secondo, inutile, gol dei nostri eroi è stato salutato da un piccolo boato e negli ultimi istanti del breve mondiale azzurro mi sono potuto atteggiare a capo ultrà, seguito a ruota dai rumorosi vicini di casa del mio autista. Purtroppo vano, ma non lo dimenticherò!

C’è un’altra cosa da dire sugli africani, e su come il loro modo di tifare spieghi molte cose di loro: stanno immancabilmente dalla parte del più forte. Se un borghesuccio sinistrorso come me, abituato a credere che la fatica, l’impegno, la costanza contino più del talento innato e vengano (o almeno dovrebbero..) sempre premiate resta incantato nel vedere la dilettantesca Corea del Nord tenere in scacco per un’ora l’invincibile Brasile, il volenteroso Messico umiliare la boriosa Francia o anche, volendo, la piccola Slovacchia mandare meritatamente a casa i campioni del mondo in carica, per gli africani questi eventi sono delle vere scocciature, delle inspiegabili eccezioni che turbano un magico ordine predefinito in cui dovrebbero essere le squadre più blasonate ad andare avanti, e non gli outsider. Superfluo aggiungere che tutti si sono professati da subito gran tifosi del Brasile, della Spagna, dell’Argentina o anche dell’Italia e, indubbiamente, l’esposizione mediatica delle loro stelle conta non poco in questo. Ma c’è anche qualcos’altro, secondo me, di più subdolo e profondo: in un mondo in cui per ottenere quello che si vuole non è tanto importante prodigarsi, faticare e meritarselo, quanto saper trovare il giusto “protettore”, l’uomo di potere da cui far dipendere il proprio benessere, gli outsider che sparigliano i valori in campo e con la loro tenace abnegazione mettono alle corde i presunti forti sono visti come degli intrusi, delle minacce ad un ordine di cui non importa tanto la giustizia, quanto la stabilità e la sicurezza che da esso deriva. Del resto, perché appassionarsi ai disperati sforzi dei coreani di tener testa ad una delle squadre più forti del mondo, quando molto probabilmente saranno vani? O perché cercare di studiare e imparare una professione, o mettere su una piccola attività in proprio e magari fare meglio di quei pochi magnaccia che gestiscono tutto, quando si può essere il loro tirapiedi ed avere il culo parato? Meglio stare con chi è forte da subito, e prendersi le briciole della sua gloria, piuttosto che cercare di riequilibrare le cose, nella vita come nel calcio. Questa triste mentalità spiega molto della storia politica di questo paese, ma temo non sia una prerogativa esclusivamente ciadiana...

Fortunatamente, come per tutte le regole, ci sono sempre delle eccezioni, ed in questo mondiale l’anomalia rispetto a questo squallido culto del potere è stata l’unica squadra africana a scampare alla mattanza del primo turno e far sognare l’intero continente: il Ghana. Superata la disillusione dei primi giorni, per la quale era chiaro che nessuna squadra continentale sarebbe andata avanti, gli occidentali sono più forti, gli arbitri sono contro di noi, eccetera eccetera, quindi tifiamo tutti Brasile, già agli ottavi di finale il vento cambia. La sera della partita con gli yankee il bar è stracolmo e l’atmosfera è quella delle grandi occasioni: la tv camerunense parla di “ultima speranza del continente”, dei ghanesi come degli “unici che possono salvare l’onore dell’africa”, al punto che “tutti gli africani oggi sognano grazie al Ghana” e mille frasi di questo tenore, giusto per non caricare di troppe responsabilità una giovane squadra che gioca il secondo mondiale della sua storia. La vittoria agli ottavi fa decollare l’entusiasmo alle stelle e il vantaggio contro l’Uruguay ai quarti scatena l’euforia totale, coi telecronisti camerunensi che si lanciano eccitati in declamazioni in Twi, (la principale lingua indigena ghanese), mentre già partono i primi balletti per le strade e si comincia a pensare che in fondo la semifinale con l’Olanda non sia poi una sfida impossibile. Purtroppo l’Uruguay pareggia presto ed i sogni africani si infrangono contro una traversa su calcio di rigore al ‘120, preludio di una tragica disfatta ai rigori pochi minuti dopo.
All’inizio dell’ultima, fatale, azione tutti, dai telecronisti al pubblico del locale, pensano che la palla abbia varcato la linea prima di essere “parata” dall’infido attaccante uruguagio e urlano come pazzi, senza capire che l’arbitro non ha dato il gol, ma solo un rigore da collasso coronarico, all’ultimo minuto del secondo tempo supplementare. Cala il terrore, destinato a trasformarsi rapidamente in disperazione, e nel silenzio generale il telecronista quasi in lacrime si perde in deliri e racconta di come, per un attimo, aveva sognato di vedere una squadra africana alzare la coppa davanti a Nelson Mandela ed altre romanticherie del genere. Da tifoso navigato pensavo di aver ormai una certa solidità emotiva di fronte a queste sciagure, ma ho anch’io, come molti, i lacrimoni agli occhi quando torno a casa. Il giorno dopo, mentre le radio ancora parlano di Africa in lutto e il rigore sbagliato del malcapitato attaccante è sulla bocca di tutti, la stragrande maggioranza dei ciadiani, con il fiuto raffinato che solo chi è abituato a stare saldamente legato al carro dei vincitori possiede, già comincia a professarsi gran seguace della Spagna. Nonostante le grandi emozioni, l’eccezione non è durata abbastanza da sradicare questo sgradevole costume, ma il piccolo Ghana si è ormai guadagnato, come il Cameroon nel ’90 e il Senegal nel 2002, un posto nella storia del calcio africano, e chissà che tutte queste eccezioni, prima o poi, non riescano a cambiare la regola, o almeno a intaccarla un po’.

Senza troppo speranze, ma sempre volenteroso, vi saluto e probabilmente ci vedremo prima del prossimo post, vista l’imminenza del mio ritorno. Ai lettori più assidui chiedo, a meno di possibili colpi di scena, di pazientare fino alla seconda metà di agosto, con la speranza di riuscire ad essere un po’ più costante. Un abbraccio e a presto!

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