Monday, April 18, 2011

Aprile, il ritorno del Grande Caldo...

Ciao a tutti,

Ho ormai festeggiato l’anniversario del mio primo (e ultimo..) anno in questo paradiso tropicale e, come potrete immaginare, la situazione è tornata tale quale quella di un anno fa: un caldo mostruoso e assassino, fiumi di sudore e la smaniosa attesa dei primi, rinfrescanti acquazzoni. Il vento fresco di febbraio si è progressivamente trasformato, nel mese di marzo, in un rovente phon, per poi sparire con l’arrivo di aprile e di una terribile umidità, destinata ad aumentare, così come la nostra sofferenza, fino all’esplosione dei primi, sporadici, acquazzoni e all’inizio della vera propria stagione delle piogge, tra giugno e settembre, in cui vedere il sole sarà una rarità. Io dovrei beccarmi solo i primi uragani e l’afa rovente che si porteranno appresso (il fresco arriverà solo a giugno inoltrato, purtroppo), quindi dal punto di vista climatico non mi aspettano grandi giornate e dal punto di vista lavorativo nemmeno, dato che ho prolungato un po’ il contratto soprattutto per la mastodontica mole di lavoro che ancora ci aspetta…

Comunque, oltre a dolermi del futuro, vi racconterò di questi giorni, in cui sono state organizzate attività importanti e anche di aneddoti simpatici non ne sono mancati.

La grande differenza rispetto allo scorso anno è che, avendo diverse aree di intervento, mi capita di spostarmi con una certa frequenza, soprattutto tra Goré e Maro’, anche se il punto di riferimento rimane sempre Goré, dove abbiamo la sede principale ed il progetto più importante. Qui stiamo sistemando alcune questioni rimaste in sospeso dallo scorso anno (la distribuzione dei manuali scolastici, finalmente fatta, e l’intervento sulle attività generatrici di reddito, tutt’ora in corso) ed abbiamo dovuto organizzare un forum per la pianificazione dell’intervento dei prossimi due anni, mentre a Maro’ e ad Haraze, in cui comunque ci saranno meno attività, siamo ancora ad uno stadio iniziale, di valutazione della situazione di partenza e svolgimento delle attività di base, fondamentalmente il pagamento dei salari e le distribuzioni di materiali.

Sulla distribuzione dei manuali non c’è molto da dire: abbiamo calcolato quanti darne per garantire un certo rapporto manuali – studenti in ogni scuola (ad esempio, un manuale di francese ogni tre studenti, uno di matematica ogni quattro, eccetera) in base alle quantità disponibili, abbiamo affisso sulle copertine il timbro di Acra, specificando che è severamente vietata la vendita (c’è poco da sperarci, in alcuni di quelli che abbiamo comprato c’era già il timbro di USAID con lo stesso divieto…), per poi consegnarli, con mille raccomandazioni e alla presenza delle autorità, nelle varie scuole del progetto. I manuali scolastici, qui, sono una vera rarità ed una grande ricchezza, speriamo ne facciano un uso non troppo scellerato.

Per le attività generatrici di reddito, abbiamo organizzato delle formazioni supplementari per i comitati più in difficoltà ed attuato alcuni correttivi, al punto che, a marzo, sono state tutte in attivo, anche se con margini di profitto piuttosto scarsi (tra i 50 e i 70 euri mensili, mediamente). Per le scuole di villaggio è stata comunque una manna: avendo pochi insegnanti e poco pagati, grazie a questi piccoli introiti riusciranno, per la prima volta, a saldare i salari fino a fine anno, evitando scioperi e abbandoni dei maestri; per le scuole dei campi, con un pletorico corpo docente “strapagato” (circa 45 euri al mese), purtroppo questi ricavi non bastano, dunque bisognerà pensare a nuove attività più remunerative. Il problema è che nei campi la gran parte di beni e servizi è ancora fornita gratuitamente da UNHCR e dalle ONG e trovare un’attività economica redditizia non è affatto semplice.

L’altra grande attività è stata il forum di pianificazione, in cui UNHCR invita tutti i partner, i rappresentanti dei rifugiati e delle autorità locali a discutere insieme le priorità per il prossimo biennio, sulla base delle quali chiedere lo stanziamento dei fondi alla sede centrale di Ginevra. Quest’anno lo abbiamo dovuto organizzare noi e, oltre ad essere una buona occasione per collaudare l’équipe appena reclutata sulle questioni logistiche (organizzazione degli inviti, della sala, dei trasporti, dei rinfreschi..), abbiamo provato a rendere questo processo “partecipativo” un po’ più partecipativo di quanto lo concepisse UNHCR, ad esempio invitando dei traduttori per i rifugiati che non capiscono il francese, lingua in cui si svolgono tutti gli incontri, e lasciando che fossero gli ospiti a fare delle proposte, piuttosto che a dire solo si o no a cose già decise da qualcun altro. I risultati sono stati altalenanti, nel senso che, dopo una parte di presentazione generale, ci si è divisi in gruppi tematici e alcuni hanno tirato fuori proposte originali, mentre altri hanno ripreso paro paro il programma dell’anno precedente. Non era proprio quello che speravamo, ma almeno un minimo di contributo da parte dei rifugiati siamo riusciti a ricavarlo. Per quel che concerne l’esordio della nostra nuova équipe, diciamo che avrebbero potuto fare meglio: la mattina del grande evento, i rifugiati di Amboko ci telefonano all’alba per dirci che sono già arrivati, ma non hanno trovato nessuno, quando i nostri eroi avrebbero dovuto essere lì già da un pezzo. Un paio di telefonate furiose e salta fuori che hanno prenotato e preparato nel posto sbagliato, ossia nella piccola sala della parrocchia, anziché nella grande sala dell’arcivescovado.. Così ci siamo trovati a smobilitare e ripreparare tutto (generatore, computer, videoproiettore, sedie, cibo per più di 100 persone..) in fretta e furia mentre la massa degli invitati affluiva inesorabile. Alla fine è andata bene, nel senso che si è iniziato con un’ora di ritardo, puntualità svizzera paragonata alla media africana, però per la nuova équipe non è stato quel che si dice un esordio rassicurante..

Potrei scrivere un libro sugli spostamenti tra Maro’ e Goré, che ormai ho fatto con ogni mezzo possibile (camion, autobus, jeep, aereo) e con ogni sorta di contrattempo immaginabile, ma l’ultimo viaggio merita decisamente una menzione speciale. Per una volta, infatti, sembra andare tutto liscio: viaggio in macchina da Maro’ a Sarh, volo delle Nazioni Unite tra Sarh e Moundou, e poi di nuovo macchina tra Moundou e Goré.

Già all’aeroporto di Sarh, però, la mia ingenuità mi caccia in un grosso pasticcio: tutto felice, infatti, penso di scattare una bella foto all’aeroplanino in arrivo sulla pista in terra battuta, giusto per avere un ricordo dell’aeroplanino e dello scanchignata pista d’atterraggio. A Moundou non c’erano stati problemi a scattare foto, ma a Sarh, ahimè, la brigata di militari è basata proprio all’aeroporto e non faccio in tempo a sentire il click della macchina che il manone minaccioso di un burbero ufficiale me la strappa di mano, facendo cenno di seguirmi. Così mi trovo nella stanzino della brigata, dove mi viene detto che ho commesso una grave infrazione e dovrò aspettare l’arrivo del “capo”, dopo la partenza dell’aereo, per decidere il da farsi. Col fare più costernato possibile, spiego che sono amareggiato per l’errore e che posso tranquillamente cancellare la foto, ma aspettare il suo capo è fuori discussione, io con quell’aereo devo partire. Il generoso militare si dice disposto a lasciarmi partire, ma, ahimè, la macchina fotografica è sotto sequestro, dovrà restare lì con lui. Immaginando già come andrà a finire, insisto spiegando quanto sia importante per me ripartire con la macchina, che ci sono anche foto di lavoro, e chiedo se non sia proprio possibile trovare una soluzione. Ovviamente la soluzione si trova: se cancello la foto e lascio 30 euro, si può far finta che non sia successo nulla. L’ultimo ostacolo è la mia straccionaggine: 30 euro non li ho. Il soldato dapprima si mostra irremovibile, poi, dopo che gli svuoto il portafogli davanti agli occhi deponendo sulla scrivania circa 20 euro, tutti i miei averi in quel momento, si rassegna, arraffa soddisfatto e mi restituisce la macchina. Rode il culo buttare via soldi così e non è bene incentivare la corruzione in uno dei paesi più corrotti al mondo, ma avrebbe potuto veramente andare molto peggio!

Giunto sano e salvo all’aeroporto di Moundou, racconto divertito la disavventura ai colleghi e sono grasse risate, ma ci troviamo presto, però, di fronte ad una nuova, triste realtà: in banca, per un problema tecnico, non possono darci soldi se non nel pomeriggio ed io ero, fino al saccheggio di Sarh, l’unico a possedere contante… Così ci troviamo nell’imbarazzante situazione in cui amministratore (ossia io), contabile ed autista si son dovuti far offrire un succulento pasto a base di montone grigliato dall’ultimo animatore appena reclutato che, essendo di Moundou, era l’unico ad avere un po’ di liquidità. Dopo una pennichella sotto il rovente hangar del grigliatore (non avendo soldi, non abbiamo potuto accamparci in alcun altro posto..), finalmente recuperiamo il contante dalla banca, facciamo i nostri acquisti e partiamo sereni alla volta di Goré. Il viaggio dura, però, poco: un camion si è incastrato sul minuscolo ponte sul Logone in direzione sud e l’unica strada per tornare a casa (nonché l’unica arteria a collegare Moundou con tutte le altre città del sud del Ciad..) è bloccata. Proviamo, con la nostra poderosa Toyota, una coraggiosa traversata del fiume su quello che ci dicono essere un guado sicuro, ma la presenza di un altro veicolo insabbiato tra i flutti ci riporta a più miti consigli: liberiamo la macchina dei colleghi di CSSI (una ONG locale che si occupa di sanità e lavora con noi a Goré), che hanno provato a seguirci nell’avventura, ma con un autista meno esperto sono rimasti insabbiati nel letto del fiume, e torniamo a Moundou. Ci accampiamo tutti assieme in una infima bettola e ci godiamo la nostra serata nella grande città con costolette di agnello e birra, pronti a ripartire l’indomani all’alba. Nel nostro Grand Hotel senza corrente, infatti, già alle cinque le stanze sono una sauna e siamo tutti smaniosi in macchina, se non che il camion è ancora saldamente incastrato sul ponte e l’unica differenza rispetto al giorno precedente è che ora nel fiume sono tre le macchine insabbiate e alla deriva. La fretta, pessima consigliera.. Dopo varie consultazioni, elaboriamo un itinerario alternativo per tornare a Goré e, dal momento che il ponte più vicino è già in Camerun, otteniamo un’autorizzazione speciale a transitare per il territorio camerunense. Siamo pronti a questa grande traversata (260 km, rispetto ai canonici 115) quando, magicamente, il ponte viene sgombrato e possiamo ripartire, accodati tra centinaia di camion e autobus bloccati dal giorno prima. Il Ciad può tornare a respirare, con la sua grande arteria stradale sgombra e noi, finalmente, torniamo a casa.

Con l’auspicio di avere presto altrettante disavventure con cui allietarvi, un abbraccio dal caldo Ciad.

P.S: Dopo il mio terzo derby africano, non poteva mancare una cartolina per gli amici nerazzurri da quello splendido hangar di paglia dove ormai sono noto come “le supporter de Pato”, per il macello che ho fatto nei primi istanti della splendida serata. Ha portato così bene, quel posto, che sono tornato a vedere anche lo Schalke… Che dire, quando abbandonerò il Ciad, mi mancherà non poco l’angusto e polveroso hangar di Goré 