Wednesday, June 23, 2010

Mobilità africana

Ciao a tutti,

Un po’ per il lavoro, un po’ per le connessioni, i miei post non sono frequenti come vorrei, comunque eccomi qua. Vi avevo lasciato alla ricerca di polli e riso per sfamare i settanta invitati del nostro atelier di lancio del progetto e, contro ogni pronostico, tutto è andato liscio come l’olio, uno di quei miracoli che solo le raffazzonate organizzazioni da terzo mondo riescono a compiere. La sciura della capanna di fronte non solo ha trovato tutti e trenta i polli necessari, ma ha offerto un servizio di catering ineccepibile per tutta la durata dell’incontro, nonché arricchito con un tocco di classe africana la nostra pausa caffè: in aggiunta a bevande calde e dolcetti, un bel piatto di zuppa di pesce, per la gioia dei nostri affamati invitati dai villaggi! Il camion che abbiamo inviato in mezzo alla foresta a recuperare gli ospiti si è presentato con solo 1 ora di ritardo (e comunque, conoscendo i tempi africani, avevamo previsto il suo arrivo mezz’ora prima del necessario..) ed il segretario speciale del prefetto poco più di mezz’ora dopo l’ora prevista. Cosi’, abbiamo iniziato solo in lieve ritardo (un miracolo!), all’arrivo del segretario abbiamo fatto finta di non aver ancora cominciato per fargli leggere fiero il suo discorso, e tutto si è svolto velocemente e senza problemi. Peraltro il prefetto, probabilmente offeso perché non abbiamo scucito la grana per una festa qualche giorno prima, ci ha fatto lo sgarro di non venire, mandando questo segretario, persona di squisita cortesia ed educazione, puntuale fino a un certo punto, ma cortese e disponibile. Insomma, alla fine eravamo stanchi morti, ma non avremmo potuto chiedere di meglio.
E cosi, il camion ha raccattato tutti i vari membri dei comitati e direttori delle scuole per riportarli ai loro sperduti villaggi, con l’acqua avanzata dalla caraffe per lavarsi le mani i numerosi musulmani si son potuti fare le abluzioni per la preghiera pre viaggio, mentre noi siamo tornati alle mille menate di budget di questo progetto, e siamo poi rientrati, nel fine settimana, per l’ennesima missione a N’djamena, questa volta meno sgradita delle altre, visto che ha spezzato un ritmo di lavoro veramente estenuante. Inoltre non si trattava di riunioni o controlli amministrativi, ma solo dell’incontro annuale dell’ong, una specie di rimpatriata tra tutti vari disgraziati sperduti negli angoli più remoti di questo già remoto paese. Quasi una vacanza, oserei dire.

Prima di ogni viaggio, stracarichi e scomodi, ci siamo sempre detti che quello sarebbe stato l’ultimo viaggio della speranza, sballottati tra sacchi di sorgo e manioca, armadi e taniche di benzina: la speranza era che, una volta arredata la casa, i viaggi si potessero svolgere in condizioni normali. Purtroppo, non avevamo fatto i conti con questo semplice fatto: in Ciad, mediamente, non ci si muove. Per organizzare un incontro con la gente dei villaggi circostanti abbiamo dovuto affittare un camion, altrimenti quasi nessuno sarebbe riuscito a venire, e in ogni piccolo villaggio il nostro scassatissimo gippone viene immancabilmente preso d’assalto da poveracci appiedati, cui è difficile, se non impossibile, dire di no. Ci sarebbero norme precise e severe per regolamentare i viaggi sui nostri mezzi, ma tante volte uno strappo sul cassone del pick up o sulle panche posteriori della jeep ai maestri che tornano nei villaggi più grandi non possiamo non darli e, quando partiamo per N’djamena, c’è sempre qualche cugina da scarrozzare, o qualche mamma a cui portare mastodontici sacchi di sorgo o da cui recuperare quintalate di riso. Così, anche questa volta, sacchi di cereali e orpelli d’ogni tipo, all’andata e al ritorno, in aggiunta agli ultimi dettagli per la nostra base a Goré: frigorifero e bomboloni del gas. Aggiungiamoci che a metà strada il nostro autista ha deciso di acquistare per una qualche sorella un enorme pesce siluro venduto da ragazzini appostati in mezzo alla carreggiata ed il trionfo di odori e sapori è completo.

Insomma, in Africa non ci si muove e chi parte viene immancabilmente caricato di generi d’ogni tipo. Ma la mobilità in questa terra ha un’altra caratteristica unica: la qualità estrema dell’organizzazione. Quando finalmente siamo arrivati a N’djamena, dopo slalom tra crateri stradali, branchi di bestie assortite e scheletri di mezzi incidentati di differenti epoche storiche (da quello di cui restano poche tracce a quello ancora fumante..), l’unico ponte sul fiume Chari è pressoché impercorribile: alla base dei pilastri, un cospicuo branco di ippopotami si concede un rinfrescante bagno, scatenando la curiosità dei viaggiatori, che abbandonano i propri veicoli bloccando la carreggiata. Per non essere da meno, facciamo lo stesso e corriamo a scattare foto, in un mix di gente eccitata dall’insolita apparizione e automobilisti resi isterici dalla paralisi. In realtà, il nostro autista ci esonera da ogni responsabilità con una logica semplice e inoppugnabile: è vero, siamo fermi sulla corsia opposta alla nostra come altre mille macchine, ma siamo dovuti venire qui non solo per vedere gli ippopotami, ma anche perché la nostra corsia è invasa da un branco di cammelli contromano… Finalmente, i quadrupedi defluiscono e attraversiamo il ponte d’ingresso alla capitale del Ciad, che per una volta ci ha offerto uno spettacolo rinfrancante.

Nell’allegria generale, l’unico ad essere scettico sugli ippopotami è il nostro responsabile quadro delle attività di sensibilizzazione: quelli non sono veri ippopotami, dice, ma gente che si trasforma in ippopotami per i attirare i turisti. Ippopotami mannari, dunque, per provare a lanciare il turismo di massa in Ciad. Quando si dice logica ferrea.. Di fronte alle nostre sconcertate obiezioni, ci risponde che è vero, lui non saprebbe trasformarsi in ippopotamo ed in Ciad nessuno possiede quest’arte singolare, ma in Nigeria è cosa comune, saranno sicuramente venuti da lì. Per il bene del progetto speriamo abbia argomentazioni più convincenti durante le sensibilizzazioni….

La settimana a N’djamena è poi scivolata via meno sgradevolmente delle precedenti: anche se alla pianificazione dell’attività annuale dell’associazione, in quanto novizio, non è che avessi molto da dire, il mondiale di sottofondo ha offerto situazioni interessanti, come la débacle della Francia in un ristorante cinese popolato da piloti mercenari messicani festanti o il cordoglio generale per il tracollo dei leoni camerunensi. Una sera insolitamente fresca, ignorato, su consiglio del guardiano, le opprimenti misure di sicurezza e, incamminatomi sotto la luce dei riflettori dello stadio in viottoli sabbiosi brulicanti come fosse giorno, mi sono visto il finale di Sudafrica – Urugay al grande schermo dello stadio di N’djamena. Purtroppo la rovinosa sconfitta dei bafana bafana non ha contribuito al buon umore generale, ma questo bagno di normalità nell’allegria che scaturisce sempre dalla visione comune di un grande evento è stato rinfrancante, dopo le faticose serate mondane nella capitale. A N’djamena, infatti, gli unici locali che non siano tavoli in mezzo alla strada ti fanno ripiombare in piena era coloniale: arredamento finto africano, con drappi raffiguranti safari e donne formose, nemmeno un nero ai raffinati tavoli di legno, nemmeno un bianco dietro al bancone, tra bottiglie di liquori europei e birre alla spina. E’ vero che dopo giorni in mezzo al nulla sedersi a un tavolo con tovaglia, posate e poca polvere fa piacere, è vero che il mix di cucina francese e carni e spezie africane alle volte può essere molto piacevole, ma spendere il salario di un maestro comunitario per una cena in locali in cui manca solo il negrone col ventaglio è veramente difficile, soprattutto dopo una vita nella scintillante Milano, che mi ha reso allergico a tutto ciò che sia più fighetto del lurido bar dietro casa. Va bene per una sera particolare, ma se diventa routine, allora fuggo allo stadio, luogo a me ben più consono!

Nel mio piccolo cammino di emancipazione a N’djamena, merita una nota anche un’altra esperienza iniziatica: girarci in macchina la sera. Tra le altre allergie che Milano mi ha fatto sviluppare c’è sicuramente la guida cittadina: se il marasma africano è snervante, ma almeno fa ridere, il marasma lombardo è solamente stressante e ne farà secchi un po’ meno per collisione, ma se contiamo i danni alle coronarie.. Comunque, nonostante abbia sempre fatto del mio meglio per risparmiarmi questo fardello, anche a costo di indimenticabili passeggiate a 50 gradi, alla fine ho dovuto prendere coraggio, girare le chiavi e avventurarmi per le poche strade asfaltate (e le molte piste sterrate) di questa città. Che dire: di cammelli contromano non ne ho trovati, ma tra taxi in retromarcia in mezzo alla strada, ciclisti ubriachi che si avventurano barcollanti in slalom tra tir e minibus e motociclisti in contromano a fari spenti, non si sa se ispirati dalla canzone di Battisti o desiderosi di verificare la teoria darwiniana estinguendosi all’istante, non ci si annoia mai. In realtà, nonostante l’anarchia totale, i veicoli sono molti meno che da noi e molto più lenti, con un po’ di cautela si riesce a sopravvivere. Certo, sarebbe interessante vedere che gli insegnano a scuola guida…

Verrà il giorno in cui la civiltà approderà anche qui, fiumi neri d’asfalto taglieranno la savana, i motociclisti darwinani saranno estinti (mentre dei taxisti sopravvivranno solo i più sanguisuga..) il bestiame verrà rinchiuso in angusti recinti e tirato su a ormoni e mangimi industriali, i cammelli resteranno giusto per le foto dei turisti, dato che ogni ciadiano avrà la sua macchina, e i nigeriani la smetteranno di trasformarsi in ippopotami, o, se anche lo facessero, ci sarebbero spartitraffico e parapetti ad evitare ingorghi. La mobilità ne guadagnerà, magari ci sarà anche un bel treno, un giorno, tra N’djamena e Goré, semmai riusciranno a costruire una centrale elettrica. Tutto molto bello e un po’ sono qui per questo. Pero’, che noia… Dunque, tenendomi, per il momento, ben stretti i cammelli e gli ippopotami di N’djamena, vi saluto.

Sunday, June 6, 2010

Di nuovo a Goré, aspettando la grande presentazione del progetto

Ciao a tutti,

Smaltito lo rosicamento per l’avversa stagione calcistica, si sono affievolite anche le mie velleità ribelli e sono sempre qui, a star dietro al progetto, anche se, avendo avuto modo di conoscere un po’ più da vicino le autorità politiche locali, continuo a pensare che la lotta armata sarebbe l’unica soluzione: si sarà anche rivelato erroneo pensare che lo stato borghese si abbatte e non si cambia, ma questa specie di feudalesimo in cui mi trovo non meriterebbe altra fine! Comunque, racconterò con ordine.
Tornati da N’djamena dopo lungo e periglioso viaggio, ci siamo subito messi al lavoro per organizzare la presentazione della nostra ricerca sullo stato delle scuole e sugli obiettivi del nostro progetto e, allo stesso tempo, per aiutare le autorità scolastiche locali nell’organizzare gli esami e cominciare un po’ di sensibilizzazione a livello dei campi. Abbiamo colto l’occasione del pagamento dei salari di maggio per fare due chiacchiere coi maestri dei campi e accertarci che avessero ben chiaro in mente quanto accadrà prossimamente. Come al solito, reazioni molto contrastanti: da chi in ottimo francese ha spiegato meglio di quanto potessi fare io il progetto, a chi, probabilmente già ebbro, ha biascicato qualche indecifrabile e insensata lamentela sul fatto che per pagare le animatrici di Acra (le ragazze che si occupano della sensibilizzazione nelle varie scuole, non quelle del villaggio Valtour) verrà tolto loro il salario. Ci sarà molto da lavorare, mi sa…

I risultati della ricerca che le animatrici hanno fatto confermano tendenzialmente quanto avevamo già intuito con le prime visite: ci sono enormi problemi di strutture (le scuole in paglia, ad esempio, devono essere rifatte tutti gli anni), di qualità e quantità degli insegnanti, di partecipazione del villaggio alle problematiche della scuola, eccetera, eccetera. Nei campi va un pochino meglio, perché gli edifici sono solidi ed è tutto gratuito, ma, dal punto di vista della mentalità, è sempre una desolazione: ad esempio, tre volte a settimana viene offerto un servizio di mensa ed il tasso di frequentazione, non solo dei ragazzi, ma anche dei maestri, risente sensibilmente di questo. Ovviamente é il pasto gratuito, piuttosto che non la fame di sapere, a spingerli a frequentare. Purtroppo questo servizio mensa è frutto dell’estemporanea generosità dell’ambasciata francese, che probabilmente aveva soldi da buttar via ed ha deciso di offrire riso caldo per un anno. L’anno prima non c’era, l’anno prossimo non ci sarà e con le risorse di cui dispongono le scuole senza UNHCR sarebbe utopico pensare di farla, purtroppo; in compenso, i genitori si lagneranno che senza mensa i bambini non possono andare a scuola (cosi, anziché studiare a digiuno, zapperanno a digiuno..) e renderanno ancora più complicato il nostro già non semplice compito.. Insomma, in questo mix di assistenzialismo un po’ approssimativo legato ai rifugiati e la radicata convinzione che la scuola non serva a nulla sarà dura portare a casa qualche risultato.

Nell’attesa della presentazione in pompa magna del nostro progetto, mi sono gustato un po’ di incontri sulle iniziative dei numerosi altri partner UNHCR impegnati nella zona. Grazie alla presenza dei rifugiati, in questa regione ci sono quasi più operatori umanitari che beneficiari degli aiuti, anche se la triste vicenda della mensa dimostra come questo non sia per forza un bene, anzi.. Comunque, tutti questi incontri si aprono, immancabilmente, con il saluto di sua Maestà il Prefetto, che, immancabilmente, si presenta con tutta la sua corte almeno un paio d’ore in ritardo, legge un discorso di luoghi comuni sull’importanza di questa o quella minchiata, e se ne va con tutto il suo seguito di vice, segretari e tirapiedi vari, a bordo di qualche macchinone. Probabilmente la qualità di funzionari e dirigenti pubblici è uno degli indici più evidenti della qualità di una democrazia: questa specie di borioso satrapo, infatti, non potrebbe incarnare meglio l’arroganza e l’iniquità del potere politico locale e il fatto che anche alla presentazione del nostro progetto dovremo invitarlo, aspettarlo e ascoltarlo mi fa già venire il mal di pancia. E purtroppo è inevitabile, in un progetto di questo tipo, avere a che fare con questi orridi potentati locali: il proprietario della nostra villa, ad esempio, è un pezzo grosso della Cotonciad, la principale industria nazionale, amico intimo del prefetto e cugino della viceprefetta, un altro sbruffone che si compiace palesemente di avere le mani in pasta dappertutto e a cui, purtroppo, bisogna portare rispetto e deferenza se non si vogliono avere grane.

Fortunatamente, al di la di questi incontri ufficiali in cui, inevitabilmente, si ha a che fare con gente deprecabile, nella mia giornata media mi trovo a relazionarmi con personaggi ben più pittoreschi: dai muratori che si occupano di sistemarci la casa e penso di non averli mai incrociati sobri, ai guardiani della villa, di una gentilezza squisita, oltre alla nostra équipe di autisti, animatori e animatrici, che sono meglio del miglior Fantozzi, per quante ne combinano. Diciamo che una buona dose di umorismo è necessaria per lavorare qui a lungo senza strangolare l’autista che sparisce un giorno intero perché aveva un matrimonio, il suo collega che rimane a secco in mezzo alla foresta dopo aver sbagliato strada, le animatrici che si presentano due ore in ritardo perché dovevano fare la toilette o il loro responsabile che telefona mille volte al giorno per le richieste più ridicole, battuto solo da uno dei direttori delle scuole dei rifugiati, che mi chiama più spesso di quanto faccia con la fidanzata (e sempre per minchiate, ovviamente..). Per non parlare dell’hangar per le macchine, costruito a ridosso dell’unico albero del giardino, o della bella idea dell’imbianchino di aspettare che ci sedessimo tutti a tavola per mettersi a imbiancare la sala da pranzo, dopo essersi fatto comprare la benzina come diluente… Fortunatamente tendo più a ridere che a incazzarmi per queste cose e fortunatamente il capo progetto non è come me e si incazza, sennò chissà quante altre ne combinerebbero!

Mercoledì sarà il grande giorno della presentazione della ricerca e del progetto, anche se nasce sotto i peggiori auspici, nel senso che i dati delle varie scuole sono grossolanamente contraddittori tra loro (nemmeno i direttori delle scuole sanno quanti studenti hanno..) e per il catering per 75 persone non abbiamo trovato di meglio che la sciura della capanna di fronte, già da ieri in giro per il villaggio a cercare polli. Speriamo bene.. In ogni caso, la presenza di sua alta eccellenza il prefetto è confermata, quindi si comincerà con le canoniche due ore di ritardo, che passeremo a cuocere sotto un tetto di lamiera.. Vi racconterò di questo grande evento mondano presto, per ora un saluto.