Ciao a tutti,
Sono passate un paio di lunghe e faticose settimane, dall’ultimo post, ma di eventi salienti non ce ne sono stati. Insomma, il solito tran tran, sebbene una delle rare fortune di questo posto è che anche la normalità più banale riserva sempre aspetti piuttosto divertenti.
Ad esempio, uno dei vari doni fatti alla capo progetto nel corso delle sue visite di routine ai comitati delle donne dei villaggi ci ha consentito, seppur per poco tempo, di realizzare uno dei miei più grandi sogni da quando sono residente a Goré: il pollaio. Infatti, le generose donne di Bedoumia, quale segno di ringraziamento per il nostro interessamento al loro (triste) destino, hanno deciso di donarci una simpatica gallina, da noi ribattezzata, in onore del villaggio, Bedoumia. Caso vuole che il nostro ineffabile cuoco avesse, proprio in quei giorni, acquistato un pollo senza decidersi a cucinarlo, così per un po’ di giorni hanno costituito una simpatica coppietta scorrazzante per l’ufficio. A mio avviso aveva un suo fascino trovarsi dei pennuti starnazzanti nei momenti più estenuanti dietro alla scrivania, specie quando inseguiti dai due cagnolini, ma la capa (ovviamente..) non la pensava allo stesso modo, dunque, un triste giorno, il nostro simpatico pollo, il cui destino era già segnato e, conseguentemente, non ha mai avuto un nome, si è trasformato, su sua richiesta in un succulento pasto. Riguardo a Bedoumia, trattandosi di un regalo ci sentivamo un po’ in colpa a farne brodo, così, chiacchierando con uno dei guardiani, ho avuto un lampo di genio: lui la tiene a casa sua, dove potrà fare amicizia col suo gallo, migliorando la qualità della sua vita nel modo che potete immaginare e, conseguentemente, anche la nostra, cominciando finalmente a cacar fuori uova. Come si suol dire, meglio un uovo oggi che una gallina domani, ma se hai già la gallina, che fare?? Vista la prolificità di Bedoumia, per ora, su consiglio del guardiano, l’abbiamo risolta così: cinque uova per fare la frittata, altre cinque per fare i pulcini, e a novembre avremo squisiti polli arrosto. Io non ne capisco nulla, ma sembra convincente!
Il pollaio in casa, seppur rumoroso e a tratti anche maleodorante, aveva un vantaggio: due preziosi e affamati alleati in più nell’unica, vera grande battaglia che stiamo combattendo dacché siamo qui, quella contro gli insetti. Se il doppio strato di zanzariera ed il trattamento dei muri con pesticidi mortiferi ci hanno consentito (per ora..) di scampare la malaria, da cui veramente pochi colleghi sono passati indenni, regolarmente ogni mattina troviamo sul pavimento mastodontiche salme di insetti, senza poter capire come cavolo hanno potuto violare il nostro bunker. Anche se la stagione delle piogge è ormai agli sgoccioli e diminuendo l’umidità dovrebbe calare anche il quantitativo di insetti, quando piove la mattina, la sera si assiste sempre a scene apocalittiche. Proprio una di quelle sere mi sono trovato di fronte ad un altro evento interessante: nubi di termiti affollavano il giardino, svolazzando e morendo intorno ai neon di casa. Ai loro piedi, cani, pollai, nonché una legione di rospi da un po’ di tempo dispiegata nel nostro giardino, si contendevano il lauto pasto, disegnando un quadretto già suggestivo, ma ancora incompleto. Infatti, bussano alla porta e, come era già successo a fine luglio, un gruppo di donne del villaggio, armate di secchi e torce, chiedono di entrare in giardino, per raccattare pure loro un po’ di quel ben di dio. Come a luglio, stipulai un accordo: scatenatevi quanto vi pare, ma domani portatemene un po’. Le donnine sono state di parola ed eccomi a gustare uno squisito antipasto a base di termiti fritte. Liberi di non credermi, ma non sono così diverse dai gamberi, proprio gustose!
A proposito di cibo, con sommo sollievo collettivo è finalmente finito il ramadan, tutta quella gente affamata e assetata fino a tarda sera spezzava veramente il cuore. Con ampio anticipo, sono cominciati i preparativi per la grande festa di fine digiuno, la cui data è rimasta, però, un mistero fino all’ultimo, pare venga decretata da esperti teologi in base alla prima apparizione della luna, anche se le versioni al riguardo sono state contrastanti, così come la data finale dei festeggiamenti: nel vicino Niger, ad esempio, hanno festeggiato il 10, da noi, come quasi ovunque, l’11 settembre. Comunque, il primo, timido spicchio di luna ha fatto la sua comparsa ed è finalmente stata annunciata (non ho ancora capito da chi, c’è chi dice il governo, chi l’Arabia Saudita..) la festa: le case dei musulmani si sono riempite di amici e parenti affamati, a gustare, soprattutto, dei dolcissimi dolci al miele, il vero piatto forte del pranzo, di cui, fortunatamente siamo stati ampiamente riforniti dal nostro autista premuroso. Non saranno come il panettone, ma hanno un loro perché. Io, in realtà, speravo in un po’ di baldoria generale, ma in effetti immagino che uno straniero in giro per l’Italia a natale non si farebbe grasse risate, le belle feste con vino e salamelle non si conciliano granché con gli austeri eventi religiosi.
Dulcis in fundo, a rendere la vita di Goré mai banale sono soprattutto i grandissimi tecnici di cui é piena. Una menzione particolare va sicuramente agli idraulici e alla loro incredibile imperizia. Dopo mesi di lavandini sgocciolanti, misteriose pozze d’acqua in luoghi lontani da ogni tubatura e docce esplosive per problemi di pressione, finalmente sembra tutto sistemato. Lo scaldabagno, tuttavia, gocciola ancora un po’ ed il nostro genio dell’idraulica decide di cambiare un tubo con un altro ancora più scassato. Di fronte alle nostre perplessità, risponde orgoglioso che quel groviera arrugginito ci può durare almeno un paio d’anni, non c’è ragione di preoccuparsi. Poco convinti, proviamo a fidarci.. Superfluo aggiungere che, dopo due giorni, di ritorno da una delle nostre fortunatamente brevi gite domenicali (sennò chissà che lago avremmo trovato..), siamo accolti da uno spaventoso scroscio d’acqua… La riparazione dell’Einstein delle tubature è letteralmente esplosa e quando entriamo in soggiorno l’acqua arriva ben oltre le caviglie. Fortuna che mi sono portato dietro il costume da bagno, prontamente indossato per l’evenienza! Dopo 26 secchi pieni fino all’orlo, finalmente il quantitativo é tale da poter essere trattato con degli strofinacci. Nel frattempo il nostro amico ricambia il suo indistruttibile tubo con un altro (nuovo, per fortuna..) e ci spiega, gentilissimo, che per questa volta, proprio perché siamo noi, offre la casa. L’unica ragione per cui non l’abbiamo impiccato al suo stesso tubo è che sicuramente avrebbe ceduto subito, poi hai voglia trovarne un altro nuovo (di tubo, non di idraulico!).
A parte questi simpatici inconvenienti, che rendono la vita interessante, il progetto prosegue. Stiamo faticosamente cercando di rimettere in sesto le scuole per l’inizio dell’anno scolastico, a ottobre, anche se trattare con i comitati che le gestiscono non è sempre facile, mentre a breve finirà il lungo stage di formazione estivo dei maestri. Considerando che si era aperto con uno dei nostri animatori, totalmente ubriaco, che ha fatto fermare la macchina dell’ispettore ministeriale (di passaggio il sabato così da essere fresco e riposato al lunedì, giorno d’inizio) per dargli, proprio in quel momento e in quelle condizioni, il suo caloroso benvenuto, difficilmente potrà finire peggio. Ma mai dire mai, sarà sabato prossimo, vedremo…
E con queste radiose aspettative, vi abbraccio tutti, a presto!
Thursday, September 23, 2010
Monday, September 6, 2010
Settembre, si ricomincia
Rieccomi qua! Purtroppo le mie prime vacanze “da lavoratore” sono volate via in un lampo (voglio tornare studente!) e da ormai più di due settimane sono di nuovo in Ciad, alle prese con una fase decisamente cruciale per il nostro progetto: la preparazione dell’anno scolastico, che partirà ufficialmente la prima settimana di ottobre (“se dio vuole”, come dicono sempre e saggiamente loro..). Così c’è stato poco tempo per cazzeggiare al mio ritorno, anche se, un po’ per il clima, un po’ per l’organizzazione già ben avviata, riprendere il lavoro non è stato quel trauma che temevo.
Il viaggio è filato decisamente liscio: grazie al pienone di agosto (pieno così di gente che vuole andare in Ciad, pare, chissà poi perché..) non mi hanno trovato posto sulle più economiche Ethiopian Airlines, via Addis Abeba e, quindi, ho dovuto volare con la più sciccosa Air France, via Parigi. Un solo scalo abbastanza breve anziché due infiniti, aerei decisamente più moderni e la sera alle nove sono a N’djamena. La differente linea aerea, oltre a rendere il viaggio meno estenuante, mi ha poi permesso di ampliare il variopinto quadro umano di stranieri presenti in Ciad: mentre sul volo di aprile da Addis Abeba eravamo solo cooperanti europei, storme di imprenditori cinesi e qualche uomo d’affari arabo, il volo da Parigi è affollato da una pletora di funzionari francesi dediti alle numerose attività dei cugini d’oltralpe (scuole, ambasciata/uffici consolari, centri culturali, basi militari, eccetera), nonché da numerosi (e voluminosi) petrolieri americani, mai visti in giro, se non attraverso i vetri affumicati di qualche gippone Esso. Speriamo che il prossimo biglietto sia con l’ultima delle tre compagnie che atterrano in Ciad (Afriqiyah Airlines, via Tripoli), così potrò completare questa interessante indagine antropologica.
All’atterraggio, la prima, lietissima sorpresa: la temperatura a N’djamena è di 24 gradi, per come ricordavo torrida la città (in un indimenticabile giorno di maggio ho visto il termometro segnare 56..) un vero miracolo. Siamo, infatti, all’apogeo della stagione umida e violenti e rinfrescanti uragani sono la quotidianità, al punto che, dopo pochi giorni, mi sono pure preso il raffreddore. Chi l’avrebbe mai detto…. Nel viaggio verso Goré la sorpresa aumenta, vedendo quelle che ancora a luglio erano torride distese di polvere e arbusti trasformate in paludi e acquitrini dalle mostruose esondazioni di Logone e Chari, i due asfittici fiumi ciadiani, ormai divenuti immense e traboccanti distese d’acqua torbida. Tutte le acque piovane del sud del paese, così come quelle di Camerun e Centrafrica settentrionali, vengono convogliate in questi due corsi d’acqua, che terminano la loro corsa nel lago Ciad e, lungo il tragitto, inondano le pianure a sud di N’djamena, scatenando una inaspettatamente lussureggiante vegetazione. Ecco spiegati due grandi interrogativi ancora irrisolti: come possono coltivare il riso nel sahel e perché in un posto tanto torrido la malaria è un problema. Questa distesa di paludi limacciose, nonché fertili e zanzarose, risponde a entrambe le domande e, in fondo, è lo stesso principio delle coltivazioni degli antichi egizi in riva al Nilo, o dei sumeri nella mezzaluna fertile tra Tigri ed Eufrate; Logone e Chari, purtroppo, non hanno avuto la fortuna di dare i natali ad una gloriosa civiltà che rendesse lo studio dei loro nomi obbligatorio fin dalle elementari, dunque sorprendono un po’ di più…
Arrivati a casuccia ho ritrovato quasi tutto come lo avevo lasciato: a parte i cuccioli, ormai divenuti dei cagnoloni bisognosi di educazione (ci stiamo procurando bastone e biscotti per provare ad instillare nelle loro teste vuote una rudimentale idea di “bene” e “male”..), molte delle cose affidate agli efficienti colleghi locali sono esattamente allo stesso punto in cui erano il giorno della mia partenza, nonostante le mie insistenti raccomandazioni affinché progredissero… C’è di buono che la famiglia si è allargata, con l’arrivo di due nuovi animatori e di un contabile – logista che farà tutto il lavoro sporco che prima toccava a me (litigare coi fornitori, controllare le varie casse, eccetera) e fino a dicembre ci saremo sia io, sia la capa, il che renderà più semplice la gestione delle numerose incombenze, soprattutto in questo mese infernale. Nel mentre che organizziamo formazioni pedagogiche per i maestri comunitari e sensibilizzazioni per i comitati di genitori che gestiscono le scuole di villaggio, dovremo, infatti, aiutare i rifugiati a trovare i soldi per le loro scuole, dal momento che UNHCR dimezzerà il suo contributo e la differenza ce la dovranno mettere loro, riabilitare le varie decadenti strutture scolastiche (in particolare quelle in paglia, ormai del tutto sfasciate), fornire i materiali di base per consentire lo svolgimento delle lezioni e capire di quanti manuali le diverse scuole hanno bisogno per rifornirle, tutto questo, ovviamente, entro la fine del mese e, ovviamente, senza avere ancora ricevuto i mezzi di trasporto per gli animatori che gli efficienti amici di UNHCR avrebbero dovuto darci a gennaio. Quando si dice un incubo….
Bisogna aggiungere a questo simpatico quadretto che fino all’11 settembre è mese di ramadan e quindi musulmani, la maggioranza nel paese, fanno quaresima, il che significa che dall’alba al tramonto l’unica cosa che possono mettere in bocca per sostenersi senza bruciare all’inferno è un legnetto da masticare, una sorta di antistress che in questo periodo si vende più del pane (nel vero senso della parola, fino a sera non c’è moltissimo pane in giro..). Niente cibo, niente acqua, vietate pure le sigarette, da queste parti la prendono sul serio, la quaresima, mica come quei lascivi dei cristiani! Il risultato è che ci troviamo a far trasportare pesantissime travi e sacchi di cemento sotto il sole in pieno giorno a dei poveri cristi che sappiamo essere affamati e assetati dalla sera prima e la naturale gentilezza che ci porta a offrire un po’ d’acqua fresca come segno di gratitudine suona quasi come una presa per il culo, o, peggio ancora, una tentata conversione. Non vedo l’ora che arrivi l’11, pare ci sarà una serata di baldoria totale e poi, dal giorno dopo, tutti scrocconi come prima!
Tra le grandi novità di questo crepuscolo d’estate, da segnalare la riapertura dei voli tra Mondou (la città di riferimento per noi a Goré) e N’djamena. Finalmente basta viaggi della speranza, in macchina, sempre stracarichi di robaccia da portare ad amici o parenti dei vari colleghi o, come nel mio ultimo viaggio, su quei traboccanti pullman che sfrecciano come pazzi lungo una strada che cade a pezzi, è tornato l’aereo della Nazioni Unite. Ignaro di quel che m’attendeva, m’incammino, in un piovosissimo mattino di fine agosto, all’aeroporto di Mondou, una stamberga in mezzo alla foresta con pista asfaltata ancora in costruzione. Il posto pare abbandonato, ci sono solo io, un altro passeggero, e quelli che pensavo essere due inservienti, visto che del volo non sanno nulla, ma che, al gracchiare della radio, si arrampicano di corsa su di una scala a chiocciola metallica e prendono posto in quella che sembrava una palazzina abbandonata, ma è, in realtà, la torre di controllo dell’aeroporto. Suppongo siano i controllori di volo, ma preferisco non indagare oltre… Su questa pista in costruzione appare un minuscolo aereo a elica (neanche dieci posti) e quando stiamo per salire i piloti, due energumeni sudafricani (noti beoni, mi diranno, ma all’epoca, per fortuna, non lo sapevo ancora..) ci dicono che a N’djamena piove ed il trabiccolo non può atterrare con la pioggia, bisogna aspettare che smetta. Così, ci sediamo ai bordi di questa pista la cui asfaltatura è ancora lungi dall’essere completata (“ma quando sarà finito sarà ancora meglio di N’djamena”, dicono fieri, per quello che ci vuole..) e su cui fanno capolino vari passanti, che non si capisce da dove vengano e dove vadano, ma cui nessuno sembra badare troppo. Finalmente, dopo un paio d’ore abbondanti, ci si decide a partire, pare che a N’djamena non piova più: i due piloti attendono che prendiamo posto nell’angusto velivolo e intanto scrutano il cielo, disegnando con le mani la rotta ideale per evitare i neri nuvoloni che affollano il cielo. I motori ruggiscono rumorosissimi, una gran puzza di cherosene pervade l’aria e gli inservienti dalla stamberga danno l’ok, si parte. Fortunatamente al nostro trabiccolo non serve molto asfalto per decollare e diciamo che a fare slalom tra le nuvole non ci si è annoiati, i due beoni ci sapevano fare. Anche l’atterraggio, ovviamente sotto il diluvio universale (ma che cazzo di previsioni avranno seguito, quei due??), mentre i tergicristalli scorrevano frenetici e l’aereo sbandava manco i due si fossero fatti alla chetichella un paio di cicchetti, non è stato banale. Pensavo che l’era dei viaggi avventurosi per N’djamena, tra cammelli contromano e camion ribaltati in mezzo alla strada, fosse finita con la riapertura dell’aeroporto di Mondou, e invece mi sbagliavo di grosso.
Nell’attesa di reimbarcarmi per il ritorno a Mondou, sperando nel bel tempo e nel buon senso dei piloti (ma non potevano sceglierli musulmani, che almeno non bevono??), vi abbraccio tutti. Alla prossima, inshallah.
Il viaggio è filato decisamente liscio: grazie al pienone di agosto (pieno così di gente che vuole andare in Ciad, pare, chissà poi perché..) non mi hanno trovato posto sulle più economiche Ethiopian Airlines, via Addis Abeba e, quindi, ho dovuto volare con la più sciccosa Air France, via Parigi. Un solo scalo abbastanza breve anziché due infiniti, aerei decisamente più moderni e la sera alle nove sono a N’djamena. La differente linea aerea, oltre a rendere il viaggio meno estenuante, mi ha poi permesso di ampliare il variopinto quadro umano di stranieri presenti in Ciad: mentre sul volo di aprile da Addis Abeba eravamo solo cooperanti europei, storme di imprenditori cinesi e qualche uomo d’affari arabo, il volo da Parigi è affollato da una pletora di funzionari francesi dediti alle numerose attività dei cugini d’oltralpe (scuole, ambasciata/uffici consolari, centri culturali, basi militari, eccetera), nonché da numerosi (e voluminosi) petrolieri americani, mai visti in giro, se non attraverso i vetri affumicati di qualche gippone Esso. Speriamo che il prossimo biglietto sia con l’ultima delle tre compagnie che atterrano in Ciad (Afriqiyah Airlines, via Tripoli), così potrò completare questa interessante indagine antropologica.
All’atterraggio, la prima, lietissima sorpresa: la temperatura a N’djamena è di 24 gradi, per come ricordavo torrida la città (in un indimenticabile giorno di maggio ho visto il termometro segnare 56..) un vero miracolo. Siamo, infatti, all’apogeo della stagione umida e violenti e rinfrescanti uragani sono la quotidianità, al punto che, dopo pochi giorni, mi sono pure preso il raffreddore. Chi l’avrebbe mai detto…. Nel viaggio verso Goré la sorpresa aumenta, vedendo quelle che ancora a luglio erano torride distese di polvere e arbusti trasformate in paludi e acquitrini dalle mostruose esondazioni di Logone e Chari, i due asfittici fiumi ciadiani, ormai divenuti immense e traboccanti distese d’acqua torbida. Tutte le acque piovane del sud del paese, così come quelle di Camerun e Centrafrica settentrionali, vengono convogliate in questi due corsi d’acqua, che terminano la loro corsa nel lago Ciad e, lungo il tragitto, inondano le pianure a sud di N’djamena, scatenando una inaspettatamente lussureggiante vegetazione. Ecco spiegati due grandi interrogativi ancora irrisolti: come possono coltivare il riso nel sahel e perché in un posto tanto torrido la malaria è un problema. Questa distesa di paludi limacciose, nonché fertili e zanzarose, risponde a entrambe le domande e, in fondo, è lo stesso principio delle coltivazioni degli antichi egizi in riva al Nilo, o dei sumeri nella mezzaluna fertile tra Tigri ed Eufrate; Logone e Chari, purtroppo, non hanno avuto la fortuna di dare i natali ad una gloriosa civiltà che rendesse lo studio dei loro nomi obbligatorio fin dalle elementari, dunque sorprendono un po’ di più…
Arrivati a casuccia ho ritrovato quasi tutto come lo avevo lasciato: a parte i cuccioli, ormai divenuti dei cagnoloni bisognosi di educazione (ci stiamo procurando bastone e biscotti per provare ad instillare nelle loro teste vuote una rudimentale idea di “bene” e “male”..), molte delle cose affidate agli efficienti colleghi locali sono esattamente allo stesso punto in cui erano il giorno della mia partenza, nonostante le mie insistenti raccomandazioni affinché progredissero… C’è di buono che la famiglia si è allargata, con l’arrivo di due nuovi animatori e di un contabile – logista che farà tutto il lavoro sporco che prima toccava a me (litigare coi fornitori, controllare le varie casse, eccetera) e fino a dicembre ci saremo sia io, sia la capa, il che renderà più semplice la gestione delle numerose incombenze, soprattutto in questo mese infernale. Nel mentre che organizziamo formazioni pedagogiche per i maestri comunitari e sensibilizzazioni per i comitati di genitori che gestiscono le scuole di villaggio, dovremo, infatti, aiutare i rifugiati a trovare i soldi per le loro scuole, dal momento che UNHCR dimezzerà il suo contributo e la differenza ce la dovranno mettere loro, riabilitare le varie decadenti strutture scolastiche (in particolare quelle in paglia, ormai del tutto sfasciate), fornire i materiali di base per consentire lo svolgimento delle lezioni e capire di quanti manuali le diverse scuole hanno bisogno per rifornirle, tutto questo, ovviamente, entro la fine del mese e, ovviamente, senza avere ancora ricevuto i mezzi di trasporto per gli animatori che gli efficienti amici di UNHCR avrebbero dovuto darci a gennaio. Quando si dice un incubo….
Bisogna aggiungere a questo simpatico quadretto che fino all’11 settembre è mese di ramadan e quindi musulmani, la maggioranza nel paese, fanno quaresima, il che significa che dall’alba al tramonto l’unica cosa che possono mettere in bocca per sostenersi senza bruciare all’inferno è un legnetto da masticare, una sorta di antistress che in questo periodo si vende più del pane (nel vero senso della parola, fino a sera non c’è moltissimo pane in giro..). Niente cibo, niente acqua, vietate pure le sigarette, da queste parti la prendono sul serio, la quaresima, mica come quei lascivi dei cristiani! Il risultato è che ci troviamo a far trasportare pesantissime travi e sacchi di cemento sotto il sole in pieno giorno a dei poveri cristi che sappiamo essere affamati e assetati dalla sera prima e la naturale gentilezza che ci porta a offrire un po’ d’acqua fresca come segno di gratitudine suona quasi come una presa per il culo, o, peggio ancora, una tentata conversione. Non vedo l’ora che arrivi l’11, pare ci sarà una serata di baldoria totale e poi, dal giorno dopo, tutti scrocconi come prima!
Tra le grandi novità di questo crepuscolo d’estate, da segnalare la riapertura dei voli tra Mondou (la città di riferimento per noi a Goré) e N’djamena. Finalmente basta viaggi della speranza, in macchina, sempre stracarichi di robaccia da portare ad amici o parenti dei vari colleghi o, come nel mio ultimo viaggio, su quei traboccanti pullman che sfrecciano come pazzi lungo una strada che cade a pezzi, è tornato l’aereo della Nazioni Unite. Ignaro di quel che m’attendeva, m’incammino, in un piovosissimo mattino di fine agosto, all’aeroporto di Mondou, una stamberga in mezzo alla foresta con pista asfaltata ancora in costruzione. Il posto pare abbandonato, ci sono solo io, un altro passeggero, e quelli che pensavo essere due inservienti, visto che del volo non sanno nulla, ma che, al gracchiare della radio, si arrampicano di corsa su di una scala a chiocciola metallica e prendono posto in quella che sembrava una palazzina abbandonata, ma è, in realtà, la torre di controllo dell’aeroporto. Suppongo siano i controllori di volo, ma preferisco non indagare oltre… Su questa pista in costruzione appare un minuscolo aereo a elica (neanche dieci posti) e quando stiamo per salire i piloti, due energumeni sudafricani (noti beoni, mi diranno, ma all’epoca, per fortuna, non lo sapevo ancora..) ci dicono che a N’djamena piove ed il trabiccolo non può atterrare con la pioggia, bisogna aspettare che smetta. Così, ci sediamo ai bordi di questa pista la cui asfaltatura è ancora lungi dall’essere completata (“ma quando sarà finito sarà ancora meglio di N’djamena”, dicono fieri, per quello che ci vuole..) e su cui fanno capolino vari passanti, che non si capisce da dove vengano e dove vadano, ma cui nessuno sembra badare troppo. Finalmente, dopo un paio d’ore abbondanti, ci si decide a partire, pare che a N’djamena non piova più: i due piloti attendono che prendiamo posto nell’angusto velivolo e intanto scrutano il cielo, disegnando con le mani la rotta ideale per evitare i neri nuvoloni che affollano il cielo. I motori ruggiscono rumorosissimi, una gran puzza di cherosene pervade l’aria e gli inservienti dalla stamberga danno l’ok, si parte. Fortunatamente al nostro trabiccolo non serve molto asfalto per decollare e diciamo che a fare slalom tra le nuvole non ci si è annoiati, i due beoni ci sapevano fare. Anche l’atterraggio, ovviamente sotto il diluvio universale (ma che cazzo di previsioni avranno seguito, quei due??), mentre i tergicristalli scorrevano frenetici e l’aereo sbandava manco i due si fossero fatti alla chetichella un paio di cicchetti, non è stato banale. Pensavo che l’era dei viaggi avventurosi per N’djamena, tra cammelli contromano e camion ribaltati in mezzo alla strada, fosse finita con la riapertura dell’aeroporto di Mondou, e invece mi sbagliavo di grosso.
Nell’attesa di reimbarcarmi per il ritorno a Mondou, sperando nel bel tempo e nel buon senso dei piloti (ma non potevano sceglierli musulmani, che almeno non bevono??), vi abbraccio tutti. Alla prossima, inshallah.
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