Ciao a tutti,
Ancora una volta, elogiando la qualità e l’affidabilità della libica Afriqyiah Airways ed il fatto che, crollasse il mondo, non mi sarebbe mai potuto capitare di restare bloccato sull’aereo a Tripoli per neve, come mi era successo a Parigi a Natale, mi sono portato una sfiga inaudita: il solido regime pluridecennale del buon Gheddafi è inaspettatamente crollato e ora sono qui, con un biglietto per Milano Malpensa di una linea aerea che non so nemmeno se esista più… Diciamo che i miei viaggi di ritorno non sono mai banali, ma, vedendo i ciadiani ritirare frettolosamente i loro risparmi dalla principale banca del paese (a capitale libico..) o domandarsi che sarà delle varie aziende che il loro ricco vicino ha aperto in terra ciadiana e ora potrebbero lasciare tutti a piedi da un giorno all’altro, penso che, tutto sommato, non ho poi molto di cui lamentarmi. A costo di sfidare nuovamente il destino, comunque, mi sento di dire che non esiste alcun rischio contagio per il Ciad: la maggior parte delle persone con cui parlo si chiede sconcertata come mai i libici si rivoltano, quando Gheddafi garantisce elettricità, acqua e cibo; se anche uno è un tiranno, una volta che dà qualcosa da mangiare a tutti, che problema è? Mentalità riprovevole, ma non così tanto differente dalla nostra, sotto molti punti di vista…
Tornando a noi, vi avevo lasciati a N’djamena, nell’affannosa preparazione dell’ispezione contabile di UNHCR. L’ispezione c’è stata ed è stata talmente efficiente ed approfondita che ancora adesso non ne conosciamo l’esito.. L’équipe che ha fatto l’ispezione, 100% ciadiana, era una vera un’armata brancaleone allo sbaraglio, sembravano capirne pure meno di me, il che è tutto dire.. Dopo una giornata di domande surreali e sviste assurde sembravano abbastanza soddisfatti della nostra contabilità, ma aspettiamo il rapporto finale per cantar vittoria.
Così, finalmente libero da questo tormento, di buon mattino mi imbarco sull’aeroplanino per Moundou, come sempre all’alba. Nonostante al momento solo 4 compagnie aeree atterrino a N’djamena (Air France, Ethiopian Airlines, Toumai Air Tchad e, se vola ancora, Afriqyiah Airways), l’aeroporto di prima mattina è in gran fermento: ci sono infatti i numerosi voli umanitari delle Nazioni Unite, soprattutto verso l’est, e quelli dei militari, per cui ci si trova in code affollate e disorganizzate tra contingenti di caschi blu e funzionari d’ambasciata. Per rendere un po’ più vario il panorama, Toumai Air Tchad sta intensificando la frequenza dei voli verso le zone petrolifere (il che vuol dire un paio di voli alla settimana, non di più…), sempre affollati di imprenditori cinesi e faccendieri arabi o locali. Considerando che quando sono arrivato non effettuava volo alcuno, sembrerebbe che il petrolio stia facendo fare progressi rapidi, al solito in cose fondamentali e prioritarie, come i collegamenti aerei per le zone d’affari, mentre scuole e ospedali sprofondano nella miseria..
Comunque, anche questo volo ha avuto la sua originalità: ci sediamo, nell’unica fila di sedili del minuscolo trabiccolo, si accende rumorosamente un motore, si accende altrettanto rumorosamente l’altro, sfilza di parole dei piloti in una lingua incomprensibili, si spengono i motori e ci fanno scendere tutti: l’aereo é guasto, partiremo a mezzogiorno con un altro velivolo. Una scocciatura, ma meglio se ne siano accorti mentre eravamo ancora a terra…
Tornato nella mia casetta di Goré, finalmente solo, visto che la capa è in vacanza e la nuova supercapa, che coordinerà i tre differenti progetti, è partita per una missione kamikaze in Salamat, il paradiso di cui vi raccontavo nel post precedente, ho potuto riprendere un po’ il contatto con le attività, cosa ben più interessante di fatture e simili. Abbiamo selezionato gli “ausiliari”, ossia dei rifugiati che supporteranno i nostri animatori per le attività nei campi, preparato la distribuzione dei manuali scolastici nelle scuole, organizzato alcune formazioni per i comitati di gestione delle attività generatrici di reddito, che sembrano lentamente migliorare dopo le catastrofi iniziali, e condotto uno studio sui comitati dei campi che dovremo supportare nel corso dell’anno, per stabilire che progetti portare avanti con loro. Ormai l’équipe è abbastanza affiatata e conosce il lavoro, quindi la supervisione è stata tranquilla e il clima sereno. Abbiamo anche iniziato la costruzione del nuovo ufficio e a breve dovremo stiparci altro personale che arriverà a supportarci, essendo aumentate le attività. Probabilmente tornerà tutto caotico come prima, ma questo finale di febbraio è stato decisamente piacevole, nonostante l’inesorabile appropinquarsi del caldo…
Un bel giorno ho potuto finalmente coronare uno dei tanti sogni stupidi della mia vita: un bel viaggio a bordo di un camion. Dovevo, infatti, trasportare a Maro’, la nostra nuova zona di intervento tranquilla e piacevole, i soldi per pagare i salari dei maestri e una vagonata di materiale per la scuola del campo (quaderni, gessi, penne, eccetera). Starmene al sicuro nel poderoso camion UNHCR con la mia busta piena di milioni di franchi e quintalate di pacchi stipati nella stiva del bestione è stato, come si suol dire, prendere due piccioni con una fava. La distanza non era granché, ma come sempre in Africa, si parte all’alba per essere sicuri di arrivare entro sera e non restare in giro la notte con soldi e materiale; così, alle sei ci incamminiamo per la lunga pista sterrata che da Goré porta a Doba, Koumra, Sarh e, finalmente, Maro’, quasi 400 km a est di Goré, sempre sulla frontiera col Centrafrica. Il camion non è quel che si dice un fulmine e la strada non è quel che si dice un’autostrada, così, nonostante quegli stakanovisti dei camionisti effettuino solo brevi soste per pisciare, sono già passate le tre quando raggiungiamo la nostra meta.
Nel corso del viaggio il paesaggio non varia molto, a parte un’incredibile distesa di verde quasi padano nei pressi di Sarh, dove si trova l’industria dello zucchero a capitale francese, l’unica a potersi permettere un impianto di irrigazione e a rimanere fertile pure in questa stagione secca. Non piove ormai da inizio novembre e intorno a me ci sono solo polvere e arbusti a perdita d’occhio, inframmezzati da alberi di mango, piante maestose e di un verde intenso, ora arrossate dai numerosi fiori, che cominciano a gonfiarsi per poi riempirci, nel mese di aprile, di succulenti frutti. I colori sono stupendi, specie al tramonto, quando il rosso della terra si confonde con quello del cielo e rischiara le ombre dei cespugli e delle mandrie di buoi, che transitano sollevando imponenti nubi di polvere. La cosa impressionante, specie la sera, è il numero di fuochi accessi, i cosiddetti “fuochi di brousse”, un vero cataclisma ambientale: in parte i pastori, per bruciare i rovi secchi e liberare le ultime erbe disperatamente cercate dal loro bestiame, in parte i cacciatori, per stanare la selvaggina della savana, appiccano fuochi che il vento caldo e l’arsura rendono incontrollabili e distruggono i pochi alberi della zona. Come al solito, strategie deleterie e controproducenti, ma sempre meno dannose di quelle dei nostri avidi speculatori immobiliari, che per costruire villette e resort devastano, con cadenza estiva, quel che resta della macchia mediterranea. Insomma, l’umanità evolve rapidamente, la stupidità ancora di più!
A Maro’ abbiamo visitato i due campi della zona, Yaroungou, il primo ad essere allestito in territorio ciadiano, e Moula, dove gli ultimi rifugiati sono arrivati quest’estate in seguito alla cancellazione delle elezioni presidenziali in Centrafrica ed ai conseguenti tumulti. Abbiamo reso felici i maestri di Yaroungou portandoli i loro salari, un po’ meno di quelli di Moula, cui abbiamo dovuto annunciare che il loro già misero stipendio sarà ulteriormente ridotto, ma abbiamo fatto tante di quelle volte questo discorso crudele che ormai sono diventato più insensibile del peggiore dei padroni. Il tempo di mangiare una gustosa pietanza a base di selvaggina affumicata ed è già ora di rientrare. Non potendo contare più sul passaggio del camion, son dovuto ricorrere al caro vecchio bus delle cinque del mattino, l’unico a collegare direttamente Sarh con Moundou.
I colleghi di Maro’ mi hanno accompagnato, la sera prima, fino a Sarh, la terza città ciadiana, dopo N’djamena e Moundou e, devo dire, un po’ più piacevole delle altre: affacciata sulle rive del fiume Chari, in una zona protetta e poco popolata, i francesi avrebbero voluto trasformarla in capitale e collegarla alla rete ferroviaria camerunense. Purtroppo i sogni coloniali dei cugini d’oltralpe sono tramontati prima che queste infrastrutture vedessero la luce, però a Sarh sono rimaste un certo numero di villette graziose e palazzi degni di questo nome, oltre a un centro un po’ più razionale della media. Il lungofiume, nei pressi del liceo, è ancora intatto e la sera, con una collega di Maro’, siamo rimasti sulle rive erbose ad osservare branchi di ippopotami aggirarsi rumorosi nelle anse limacciose, mentre gli studenti del liceo ripassavano gli appunti all’aria aperta e gruppetti di bambini sembravano più divertiti da noi che dagli ippopotami. Un posto decisamente più arioso e tranquillo dell’opprimente N’djamena o della caotica Moundou.
Il viaggio di ritorno è stato quel che si dice un viaggio della speranza: la sveglia non è suonata, ho preso il pullman per il rotto delle cuffia dopo corsa disperata e, non essendoci più posti a sedere, mi sono dovuto accovacciare sul bidone dove conservano le bevande da consumare nella sosta, giusto accanto alla porta d’ingresso. Il posto più scomodo del mondo, ma secondo i miei incoraggianti compagni di viaggio non c’era da preoccuparsi: a Doba qualcuno sarebbe sicuramente sceso, dopo sole 5 ore di viaggio…. Nonostante l’infausto alloggiamento ed i terribili scossoni per la cattiva qualità della pista, sono riuscito comunque a fare un sonnellino, distrutto dalle troppe levatacce… Giunto finalmente a Moundou sotto il sole cocente di mezzogiorno, mi imbarco sul nostro gippone, pieno fino all’orlo di materiale per le feste che dovremo organizzare in onore della settimana della donna ciadiana, una settimana di eventi che avranno il loro culmine con una grande parata martedì 8 marzo. Tra stoffe, secchi e sacchetti d’acqua non so se sia meglio o peggio del bidone sul bus, comunque, con le sospensioni della jeep duramente provate dal carico, ci incamminiamo verso Goré e verso una settimana in cui, ahimè, il lavoro non mancherà…
Spero di riuscire a raccontarvi presto, per il momento un grande abbraccio!
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