Sunday, February 6, 2011

L'ultimo inizio

Ciao a tutti,

Rileggendo le ultime righe del post precedente mi viene un po’ da ridere, pensando a che odissea sia poi stato il mio viaggio di ritorno e a come me la fossi malamente tirata, la jella… Fortunatamente il rientro in Ciad è stato decisamente più indolore e già da tre settimane sono in questa ridente nazione, alle prese con la chiusura contabile dell’anno passato (un incubo..) in vista della verifica contabile di UNHCR (un altro incubo) e dell’inizio delle attività del nuovo anno (per certi aspetti pure peggio, come vedrete). Comunque, questa volta dovrò sopravvivere solo 3 mesi, saranno probabilmente i più duri, ma dopo averne già fatti 9 la strada sembra tutta in discesa...

Come al solito, comincerò il racconto dal viaggio, fortunatamente meno traumatico del rientro natalizio. Infatti, dopo che Air France, causa neve, mi ha fatto atterrare con più di 9 ore di ritardo a Genova, anziché a Linate (e sono stato tra i più fortunati…), in una indimenticabile vigilia di Natale, il viaggio con Afriqyiah via Tripoli è stato veramente una passeggiata. Questa linea aerea, fondata in omaggio alla ratifica, in Libia, del trattato che ha istituito l’Unione Africana nel 1999, è pensata quasi esclusivamente per gli africani migrati in Europa: i voli (tutti airbus nuovi di pacca, perché acquistati dopo la revoca dell’embargo contro Gheddafi) partono nel primo pomeriggio dalle capitali europee, arrivano la sera a Tripoli da cui, nella notte, partono le coincidenze per i principali aeroporti dell’Africa centrale e occidentale, che poi, a loro volta, rientreranno nella capitale libica all’alba, in tempo per il cambio coi voli del mattino verso l’Europa. L’aereo da Roma a Tripoli è, quindi, strapieno di rumorose e disordinate famiglie africane che tornano a casa portandosi quanta più roba possibile, al punto che sistemare il bagaglio a mano negli scomparti è una vera guerra, mentre sul Tripoli – N’djamena l’atmosfera è più tranquilla, i passeggeri sono meno numerosi e sono soprattutto distinti uomini d’affari arabi e africani.

Dopo aver lasciato Linate avvolta in un fitto nebbione invernale, mi aspettavo di ritrovare, a N’djamena, il limpido cielo africano, con luna e stelle a risplendere incontrastate, invece, con mia somma sorpresa, nebbia pure lì! Questa è, infatti, la stagione dell’Harmattan, il vento del deserto, che soffia dal Sahara sollevando imponenti montagne di polvere destinate a rimanere a lungo sospese nei cieli della zona sahelo - sahariana, creando una foschia rossiccia e fastidiosa. Nei giorni peggiori l’aeroporto viene chiuso e le macchine devono circolare a luci accese in pieno giorno, tale è la polvere. In questa stagione, però, non capita mai che il vento sia così forte e, soprattutto, per una ragione meteorologica a me ignota, fino a febbraio è freddo: quando atterro la temperatura al suolo è di 19 gradi e per tutta la giornata si oscilla tra i 20 e i 30, un vero paradiso! Ovviamente è un periodo limitato, da fine gennaio il vento ha iniziato a scaldarsi facendo risalire le temperature e a marzo già si morirà di caldo, ma come bentornato non è stato male. Ho così trascorso una piacevole domenica a N’djamena, per la prima volta senza grondare sudore, ma solo spolverandomi i vestiti di tanto in tanto e il lunedì ero già in viaggio per Goré.

Con mio sommo sollievo, il volo delle Nazioni Unite da N’djamena a Moundou era pieno, così ho dovuto ripiegare sul minibus locale, una scatola di sardine molto più pericolosa dell’aereo, considerata la qualità delle strade e degli autisti ciadiani, ma coi piedi per terra mi sento comunque più tranquillo. Dopo 7 piacevoli ore di viaggio, comprensive di sosta per la preghiera e soccorso ad un altro mezzo in panne, sono a Moundou, dove mi attendono colleghi e gippone per coprire insieme le due ore di pista sterrata che ci separano da Goré. A casa, ovviamente, mi ha accolto l’ennesimo cataclisma idraulico, col tubo dello scaldabagno cambiato mille volte rotto di nuovo e il solito lago in soggiorno (per ragioni a me ignote tutti i locali sono in lieve pendenza verso il soggiorno, cosicché, in caso di alluvione, l’acqua si raccolga sempre tutta li’…). Il tempo di asciugare e di una dormita, e si ricomincia.

Le prime due settimane a Goré sono state consacrate a due attività principali: scoprire come i comitati dei genitori hanno sciaguratamente dilapidato i loro fondi per le attività generatrici di reddito e risistemare tutte le varie fatture dell’annualità. Per i fondi, purtroppo, non c’è da essere molto ottimisti: nel mondo meraviglioso dipinto dal progetto, avrebbero dovuto consentire l’avvio di attività che generassero entrate da usare per le scuole, ma era decisamente utopico pensare che potessero bastare pochi mesi per istruire i comitati, montare i progetti e finanziarli. Il problema è che UNHCR finanzia i progetti annualmente, quindi siamo stati obbligati a lanciare le attività entro dicembre, altrimenti avremmo perso un sacco di soldi. Se era già impresa ardua di per sé, il fatto che il governo abbia imposto un prezzo massimo alla vendita al dettaglio di cereali e che il 90% dei progetti riguardassero l’acquisto a basso costo, lo stoccaggio e la rivendita a prezzo maggiorato proprio dei cereali, ha reso decisamente utopico avere entrate decenti e le mediocri capacità gestionali dei nostri contadinotti, che ci hanno portato dei conti totalmente sballati, hanno dato il colpo di grazia alle già esigue speranze di successo. Sbagliando si impara e speriamo vada meglio il prossimo anno, certo i vincoli burocratici e budgetari delle Nazioni Unite non aiutano.

Per le fatture, in un posto in cui la gran parte dei commercianti sa scrivere solo in arabo ed ha un rapporto conflittuale con la matematica, vi lascio immaginare che meraviglia di contabilità abbiamo… Il bello è che UNHCR organizza ogni anno la verifica di conti e giustificativi di tutte le ONG da parte di un audit esterno, che dicono molto rigido e puntiglioso; le verifiche si svolgono tra il 15 febbraio ed il 30 marzo e, siccome la fortuna è sempre dalla nostra parte, sono state calendarizzate in ordine alfabetico, così noi di Acra siamo i primi della lista, il 15 di questo mese. Vi lascio immaginare che settimane da incubo siano queste.

A rendere il tutto ancor più intrigante, ci sono due nuove aree di intervento a cui pensare: nonostante il cataclisma dei fondi per le attività generatrici di reddito e tutto lo stillicidio di disavventure che i miei venticinque lettori hanno potuto apprezzare attraverso questo tragico blog, pare che le altre organizzazioni facciano, mediamente, molto peggio, così, come riconoscimento ai nostri grandi successi, UNHCR ci ha aggiunto nuove compiti e nuove aree di intervento: non ci occuperemo più solo delle scuole, ma anche dei comitati creati per erogare i servizi fondamentali nei campi (assistenza ai bisognosi, alle donne, risoluzione delle controversie, gestione dell’acqua, ecc), che dovranno integrarsi con strutture comunitarie analoghe presenti nei villaggi circostanti; e, soprattutto, non interverremo solo nella zona di Goré, ma anche nelle altre due aree con campi di profughi centrafricani in Ciad, Maro’ e Salamat. Se a Maro’, un villaggio a circa 400 km a est rispetto a Goré, Acra ha già un progetto e si tratta solo di rinforzare un intervento in corso in una zona tranquilla e accessibile, il Salamat, all’estremo est, è veramente una regione dimenticata da dio e dagli uomini, in cui lavorare sarà una sfida alla ragionevolezza. Ad Haraze, il capoluogo, UNHCR stava per costruire un bellissimo aeroporto per rendere la zona un po’ più accessibile, se non che le ineffabili autorità locali hanno deciso di installare un’antenna telefonica (che peraltro non funziona..) proprio in fondo alla pista per gli aerei e al momento possono decollare e atterrare solo aeroplanini a 4 posti, scartando bruscamente l’antenna in fase di decollo ed atterraggio. L’altra cittadina, Daha, è ancora più sperduta e possono arrivarci solo gli elicotteri, quando disponibili. Durante la stagione delle piogge i campi, a causa delle alluvioni, sono inaccessibili anche per UNHCR, è praticamente impossibile uscire dai due centri abitati e solo raramente aerei ed elicotteri riescono ad atterrare. Essendo il posto così isolato, va da se che in loco non si trova nulla, se non a costi esorbitanti, quindi bisogna portarsi appresso scorte di acqua, di carburante, di viveri.. Quando si dice un paradiso tropicale…

Pur con molte perplessità, eravamo pronti a lanciarci anche in questa avventura: ci era stato detto che nel periodo secco potevamo tranquillamente andare in macchina da Maro’, inserendoci in uno dei convogli umanitari organizzati da UNHCR per rifornire i disgraziati che lavorano laggiù. Purtroppo, la stagione secca è il periodo preferito da ribelli e briganti, specie in quel magico triangolo tra Ciad, Sudan e Centrafrica che è il Salamt, così, dopo che sono stati attaccati da ignoti malintenzionati armati ben due convogli di fila, si è deciso che per il momento era meglio lasciar stare il viaggio via terra. Il rapporto con cui lo staff locale di UNHCR annunciava la chiusura di quest’asse terrestre, lamentando l’insicurezza e l’isolamento dell’area, è veramente suggestivo e si conclude spiegando come, al momento, l’unico modo per allontanarsi dalla zona (aereo escluso) sia via piroga, ma anche questo sistema è, a loro avviso, sconsigliabile: recentemente tre donne sono state uccise dagli ippopotami durante la traversata… Che dire, le disgrazie, da queste parti, non vengono mai sole! Superfluo aggiungere che per ora è tutto bloccato, il governo ha garantito che proverà a migliorare le condizioni di sicurezza e le Nazioni Unite la qualità e la frequenza dei collegamenti aerei, ma visto l’isolamento della zona ed i tumulti nel vicino Centrafrica difficilmente sarà possibile a breve termine. Peccato, un po’ mi incuriosiva, un posto tanto inculato!

L’ultima settimana l’ho trascorsa a N’djamena con le mie amate fatture: in stagione secca il volo in aeroplano da Moundou è stato decisamente più tranquillo e mi sono divertito un sacco, nel posto subito dietro a quello del pilota, a provare ad imparare come si guida un aereo. Resterò qui finché tutto il materiale contabile non sarà pronto e temo che fino al 15 la vita sarà un inferno. Dopo chissà, magari anche peggio…

E con queste ottimistiche previsioni, vi saluto e abbraccio, alla prossima!

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