Friday, April 30, 2010

Doba e Goré’, i tasselli mancanti

Dopo una lunga assenza dovuta alla mancanza di connessioni internet al di fuori di Mondou (ho potuto utilizzare solo sporadicamente una chiavetta fornitaci per il progetto, ma sfigatissima e giusto per scaricare le mail sul portatile), rieccomi a voi. Ho passato una giornata a Doba, capoluogo della regione del Logone meridionale, e un bel po di tempo a Gorè, la cittadina dove ha sede UNHCR e tutte le altre organizzazioni impegnate nei campi rifugiati, che distano pochi chilometri da qui. Finalmente sono tornato a Mondou, alla cara vecchia connessione sotto l’albero dei manghi, e vi racconto di questi giorni.

Comincio da Doba, la Dallas del Ciad, vista la vicinanza ai pozzi petroliferi, dove ho trascorso una giornata intensa alla ricerca di un edificio da affittare ed adibire a ufficio. C’è una cosa che rende questa quieta e piccola cittadina (ben più piccina della già non immensa Mondou) l’orgoglio di tutto il paese: la corrente elettrica 24 ore su 24. I proventi delle vendite del petrolio, infatti, hanno consentito, caso unico in tutto il paese, questo prodigio tecnologico, con tutti i conseguenti benefici in termini di possibilità di conservare i cibi, di lavorare con computer e stampanti, di mantenere cariche le proprie attrezzature e, soprattutto, boccheggiare in cerca di ristoro sotto un ventilatore nelle ore peggiori, ossia tutto il giorno ad eccezione di alba e tramonto. Considerando che in tutto il paese il sistema di raccolta dei rifiuti è piuttosto rudimentale (le bestie mangiano l’organico, quel che si può bruciare diviene combustibile ed il resto si ammassa ai bordi delle strade..) e gli scarichi fognari sono dei canali a cielo aperto ai bordi delle strade, Doba ha un aspetto stranamente più ordinato e meno lurido della media ciadiana (sicuramente di Mondou e N’djamena..), probabilmente per le più ridotte dimensioni e le maggiori entrate economiche. Al di la di questo, il piano urbanistico non cambia granché: un’unica strada asfaltata su cui si affacciano gli edifici più importanti e un labirinto di stradine sterrate che si perdono tra alberi di mango e mille casupole di fango. Gli edifici che vedo sono piuttosto simili tra loro, villette con una piccola corte interna, una grossa hall e un po’ di stanze, anche se le dimensioni variano molto: la prima era la residenza privata di un ministro, unavsorta versione sfigata della casa bianca (considerate che un qualunque edificio di tre piani, in Ciad, è considerato un grattacielo…), l’ultima una casupola decadente di mattoni con un buco in giardino da adibire a cesso… Diciamo che propenderei per una via di mezzo!

Salutato un gentilissimo ragazzo francese che da un paio d’anni lavora a Doba e, dunque, ha saputo darmi un po’ di recapiti per questa disperata ricerca di alloggio, mi incammino sulla famigerata strada per Gorè. Dico famigerata perché tutti me ne hanno detto tutto il male possibile, a parte, ovviamente, l’autista del nostro pick up, che, sereno e giulivo, si lancia con decisione attraverso la via più breve e, ovviamente, più impervia.. Devo dire che da un punto di vista paesaggistico è veramente notevole: timide colline e, andando verso sud, tratti blandamente forestosi si alternano alle grandi distese della savana ed a piccoli e sperduti villaggi. Il terreno è rosso fuoco e dello stesso colore sono le case, costruite con mattoni di argilla ricavati dal terreno e poi cotti, a disporre piccoli edifici circolari coronati da tetti di paglia. Se da un punto di vista turistico il tragitto è sicuramente valido, logisticamente è una tragedia: più di due ore per fare ottanta chilometri, su una pista a tratti sabbiosa, a tratti fangosa, drammaticamente rovinata dalle piogge nonostante la stagione umida sia ancora lungi dall’offrire il suo meglio.. Aggiungendo a questo i racconti su cosa diventa quando piove ed i vari ruscelli in secca che guadiamo agevolmente diventano fiumi tumultuosi, e sulla perniciosa presenza di briganti, che prediligono assaltare le macchine delle ONG o dei petrolieri (uniche ad avventurarsi in queste lande desolate..) perché cariche di pecunia, ed è chiaro come sia meglio evitarla il più possibile… Con questi pensieri, arrivo, fortunatamente prima dell’imbrunire, quando non c’è luce alcuna ed i malviventi imperversano, nell’agognata Gorè, un piccolo villaggio a circa 50 km dalla frontiera con la Repubblica Centrafricana.

Se Doba deve la sua fortuna al petrolio, Gorè è prolificata per ancor meno simpatiche ragioni: la crisi umanitaria conseguente al colpo di stato in Centrafrica, a seguito del quale decine di migliaia di profughi si sono riversati in Ciad per cercare una vita migliore (e il fatto che la cercassero in Ciad fa capire quanto la situazione fosse tragica…). Cosi, un villaggio piccolo e inutile come tanti altri si è trovato ad ospitare tutte le organizzazioni umanitarie impegnate a gestire la crisi (UNHCR, Programma Alimentare Mondiale, UNICEF e mille ONG assortite…), diventando un punto centrale dell’area; allo stesso modo, per un sacco di disgraziati ciadiani dalla dubbia cittadinanza spacciarsi per profughi centrafricani ed accedere a tutti i benefit che questo comporta è stato il colpaccio e, anche per quelli che non ce l’hanno fatta, il dispiegamento di tutto questo dispositivo di aiuto ha creato un sacco di occupazione e opportunità. Cosi Gorè è prosperata nella disgrazia ed è oggi ricca di mercati e ben due “cinema”, rudimentali capanne di paglia in cui la sera, affollatissimi, vengono proiettate, su piccoli e decrepiti televisori, le partite delle competizioni calcistiche europee, con commento in francese o in arabo, a seconda del cinema. Nonostante questo, Goré resta sempre un villaggio: la strada asfaltata più vicina è a 100 km, escluse le sede delle ONG e dell’ONU non c’è un edificio in cemento e bambini scalzi e malnutriti, incuriositi dal diverso colorito, salutano sempre gli stranieri per strada. Calate le tenebre, e da queste parti, non esistendo illuminazione pubblica, sono davvero tenebre, non c’è assolutamente nulla da fare, a parte vedersi i film horror al cinema (ovviamente mi riferisco alle ultime partire dell’inter….).

Fortuna vuole che, in un mare di innamorati di Messi (per chi non lo sapesse, un fortissimo attaccante del Barcellona), abbia conosciuto l’unico interista di tutto il Ciad: la mattina dopo la prima tragedia mi saluta sorridendo, dicendo che, in quanto italiano, dovrei essere molto contento. Io replico che, in quanto milanese della sponda opposta, preferirei qualunque cosa, compresi terremoti e guerre civili, ad una vittoria degli odiati cugini. L’incompetente ciadiano ovviamente non capisce, cosi, per rendere più chiaro il mio pensiero, gli spiego che io tifo per due squadre: il Milan e quella che gioca contro l’inter, qualunque essa sia. Una volto colto il senso del mio pensiero, rimane orripilato dalla mia antisportività ed antipatriottismo, cosi, visto il susseguirsi di tragedie, divengo il suo bersaglio preferito nei rosicanti day after delle vittorie delle merde: uno non fa in tempo a tirare un sospiro di sollievo, che nell’annus horribilis in cui le merdacce vinceranno tutto sono a migliaia di chilometri da loro, ed ecco che me ne trovo uno in mezzo ai maroni in mezzo al nulla! Prossimo di progetto di sviluppo in Antartide, sicuramente farà meno caldo e almeno li di rompipalle non ce ne saranno (spero).

Disgrazie calcistiche a parte, a Goré cose da fare non ne sono mancate: coordinarsi con le autorità locali per avviare una prima tornata di analisi sulla situazione delle scuole dell’area, pagare gli insegnanti delle scuole dei rifugiati, incombenza che per un anno spetterà a noi, organizzare i lavori di ristrutturazione dell’ufficio dell’equipe di animatori locali a Timberi, un piccolo villaggio al centro dell’area d’intervento e, vista la tragica situazione della strada per Doba e l’imminente arrivo delle piogge, cercarci un ufficio a Goré per gestire con calma l’inizio del progetto ed eventualmente spostarci a Doba più avanti, quando il progetto sarà già avviato.

E finalmente, tanto attesa ed evocata, è arrivata la stagione delle piogge. Anticipata da qualche timido scroscio isolato, ha fatto la sua roboante apparizione in un afoso pomeriggio di fine aprile: seduto all’ingresso della mia minuscola stanza nel solito alloggio di preti e affini (che gli altri cooperanti chiamano i “cristo grill”), contemplo speranzoso i nuvoloni, i lampi in lontananza e assaporo la fresca e profumata brezza, preludio del temporale. Penso che sarà bello assistere a questo rinfrescante spettacolo seduto sotto la tettoia della mia stanza, ma in pochi minuti la brezza è una specie di bora che trasporta gocce d’acqua grosse come noci di cocco. Fradicio, mi rifugio rapidamente nella mia stanza, mentre fuori si scatena l’inferno: alberi sradicati, strade inondate, persone fulminate, una vera apocalisse! Seppur a carissimo prezzo, la sera ci offre finalmente la prima frescura e, deciso a godermela, torno sotto la cara tettoia a leggere, mentre col tramonto i nuvoloni si diradano. Finalmente un po’ di quiete, penso. Se non che, risvegliati dalla prima pioggia, una miriade di moschini fastidiossimi si riversano davanti alla mia camera, per godersi svolazzando la loro breve vita e morire in massa sul pavimento, attirando una corte infernale di bestiacce affamate, tra cui plotoni di scorpioni, che pasteggiano felici con le loro carcasse. In breve, per la seconda volta devo rifugiarmi nella mia camera, in attesa che la nube di moschini si diradi e la mattanza sul pavimento finisca. Quando torno fuori, restano solo migliaia di alucce di insetto a ricordare la strage appena avvenuta. Giusto il tempo di accoppare, dopo lunga caccia, uno scorpione penetrato furtivamente nella mia stanza, e di rilassarmi un po’ e fare due chiacchiere, che un nuovo ospite fa capolino, furtivo, alla nostra veranda: un ignoto serpentaccio nero, sicuramente velenoso (dico cosi semplicemente perché ci hanno detto che in Ciad tutti i serpenti sono velenosi, figurarsi se in questo paese se ne fanno mancare una..). Un po’ di incertezza sul da farsi, proposte fuori dal mondo dalle mie due compagne di sventura (“tu sei l’uomo, uccidilo!”, ma siamo impazziti??) e quando ci muoviamo per chiamare il custode, convinti che saprà trattare il nostro ospite sicuramente meglio di un pivello come me, l’amico strisciante sparisce con la stessa velocità con cui era apparso. Non rimpiangerò mai la bollente stagione secca, ma anche questa stagione umida ha i suoi limiti!

E con questo simpatico quadretto, che vi fa capire come il buon Leopardi, lamentandosi della crudeltà della natura, non avesse poi tutti i torti (mi chiedo se sia mai stato in Ciad..), vi saluto. Ormai non ho più stagioni umide in cui sperare, ma il progetto prende sempre più piede e si fa sempre più interessante. Alla prossima!

2 comments:

  1. Ciao Colo!!!!
    mi sono letta i tuoi post tutti in un fiato e cavolo! sono molto impressionata: deve essere durissima! ma tu sei un uomo dalle mille risorse, non è vero?, quindi te la caverai benissimo, anche coi serpenti.
    non so se verrò a trovarti sai... la vedo dura ;-)
    ma seguirò l'evolversi dell'avventura!
    un abbraccio!

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  2. Beh, diciamo anche che qui racconto le cose più suggestive e intriganti, comunque di serpenti ne ho visto uno in un mese e mezzo, come media va benissimo. Venirmi a trovare qui sarebbe un atto d'amore davvero estremo, non lo chiederei a nessuno, anzi, grazie anche solo per averci pensato. Comunque mi sto organizzando per tornare fine luglio - inizio agosto, con un po di fortuna ci si riesce a vedere anche senza che tu venga qui. Un abbraccio,

    Valerio

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